Bas Basetta

di Daniel Pennac

Willy Ronis, Belleville

Willy Ronis, Belleville

Quel che segue si annuncia con uno squillo di campanello, l’indomani venticinque dicembre alle otto del mattino. Sto per gridare “entri, è aperto”, ma un brutto ricordo mi trattiene. È così che la settimana scorsa io e Julius ci siamo trovati con la bara di legno in mezzo al corridoio, attorniata da tre operai dalla faccia stitica. Il più palliduccio dei tre ha detto semplicemente: – È per il cadavere.
Julius è andato a rifugiarsi sotto il letto, e io, chioma arruffata e occhi spenti, ho indicato il mio pigiama con aria spiaciuta: – Ripassate tra cinquant’anni, non sono del tutto pronto.
Dunque, suona il campanello. Strascico i piedi fino alla porta, seguito da Julius, cui è sempre piaciuto fare nuove conoscenze. Una specie di mastodonte tutto nuca, vestito con un giubbotto da aviatore dal colletto di pelliccia, mi sta di fronte come un paracadutista irlandese sganciato sulla Francia occupata dai tedeschi.
– Ispettore praticante Caregga.
Uno sfollagente promosso penna a sfera. Appena ha introdotto la propria mole nell’appartamento Julius gli avvita il muso tra le chiappe. Lo sbirro si siede precipitosamente senza mollare una sberla al cane. È forse questo particolare a farmi proporre: - Un caffè?
– Se lo fa per sé…
Filo in cucina. Chiede: - Non chiude mai la porta a chiave?
– Mai.
Penso: “le abitudini sessuali del cane me lo impediscono”, ma non lo dico.
– Ho soltanto qualche domanda da porle. È la prassi.
Esattamente quello che mi aspettavo. È il risveglio festoso dei dipendenti esemplari del Grande Magazzino. Una decina di responsabili sindacali, una dozzina di mattacchioni indipendenti, visitati per primi dalla polizia. Il regalo natalizio della Direzione ai figli prediletti.
– È sposato?
L’acqua zuccherata canta nella caffettiera di rame.
– No.
Ci verso tre cucchiaini di caffè macinato turco, e mescolo lentamente finchè diventa vellutato  come la voce di Clara.
– E i bambini di sotto?
Poi rimetto il tutto sul fuoco e lascio salire, stando attento a non far bollire il caffè.
– Fratellastri e sorellastre, sono i figli di mia madre.
Il tempo di annerire il taccuino con la matitina, l’ispettore Caregga si lascia scappare la domanda seguente: - E i padri?
– Sparpagliati.
Lancio un’occhiata dalla porta della cucina. Caregga scrive diligentemente che la mia povera mamma sparpaglia gli uomini. Faccio quindi la mia comparsa, con caffettiera e tazze in mano. Verso il sugo denso e blocco la mano tesa dell’ispettore.
– Aspetti, bisogna lasciare posare il fondo prima di bere.
Lui lascia posare.
Julius seduto ai suoi piedi, lo guarda con passione.
– Qual è la sua mansione al Grande Magazzino?
– Farmi fare delle piazzate.
Non fa una piega. Scrive.
– Occupazioni precedenti?
Accidenti, l’elenco rischia di essere lungo: magazziniere, barista, tassista, insegnante di disegno in un pio istituto, intervistatore-saponette, forse ne dimentico qualcuno, e Controllo Tecnico al Grande Magazzino, il mio ultimo lavoro.
– Da quanto tempo?
– Quattro mesi?
– Le piace?
– Come gli altri. Troppo pagato per quel che faccio, ma non abbastanza per quanto mi rompo.
(Alziamo il livello della discussione, diamine!)
Prende appunti.
– Non ha notato niente di insolito, ieri?
– Sì, è scoppiata una bomba.
Qui finalmente alza la testa. Ma esattamente con lo stesso tono impassibile puntualizza: - Voglio dire prima dell’esplosione.
– Niente.
– Risulta che lei sia stato chiamato tre volte all’Ufficio Reclami.
Ci siamo. Gli racconto della cucina economica, dell’aspirapolvere e del frigo piromane.
Fruga nella tasca interna, poi stende davanti a me la pianta del Grande Magazzino.
– Dove si trova l’Ufficio Reclami?
Glielo indico.
– Quindi lei è passato almeno tre volte davanti al reparto giocattoli?
È perfino capace di deduzioni, complimenti!
– Infatti.
– Ci si è fermato?
– Si, dieci secondi al terzo viaggio.
– Notato niente di insolito?
– A parte il fatto che sono stato preso di mira da un AMX 30, niente.
Annota in silenzio, reincappuccia la stilografica, beve d’un fiato il caffè, fondi compresi, si alza e dice: - Per ora è tutto, non lasci Parigi, potremmo avere altre domande da porle, arriverderla e grazie per il caffè.
Ecco. Non soltanto nei film si rimane a lungo a fissare una porta richiusa. Io e Julius siamo sedotti dalla natura schietta dell’ispettore Caregga. Un grande avvenire nella brigata delle risate, il ragazzo.
Ma ho già pronto il racconto che stasera scodellerò ai bambini. Sarà lo stesso di ieri, con in più battute pirotecniche all’insegna di umorismo letale, e ci lasceremo su una miscela esplosiva di odio, diffidenza e ammirazione, e gli sbirri saranno due, due spaventapasseri di mia invenzione che i ragazzi ben conoscono: uno piccolo, irsuto, una tormentata bruttezza da iena, e uno enorme, calvo – eccetto i due basettoni “che finiscono a punti esclamativi sulle potenti mandibole”.
– Jib la Iena e Bas Basetta! – griderà il Piccolo.
– Jib la Iena, di nome  e di faccia, - preciserà Jérémy.
– Bas Basetta, di nome  e di pelo, - preciserà il Piccolo.
– Più cattivo di Ed La Bara e più pazzo di Ceco di Legno.
– Sono amici? – chiederà Clara.
– Stanno insieme da quindici anni, - risponderò. – Non si contano le volte in cui uno ha salvato la vita all’altro.
– Che macchina hanno? _ chiederà Jérémy, che adora la risposta.
– Una Peugeot 504 decappottabile rosa, 6 cilindri a V, pericolosa come un luccio.
– Di che segno sono? – domanderà Thérèse.
– Toro tutti e due.
Quando raggiungo i bambini, dopo che Caregga se n’è andato, l’albero di Natale brilla di tutte le sue mille luci, come si suol dire. Jérémy e il Piccolo lanciano strilli di gabbiani in un oceano di carta da regalo. Thérèse, sopracciglia professionali, ricopia il racconto di ieri sera su una macchina con margherita nuova fiammante. Louna, in visita, guarda il quadretto di famiglia, l’occhio lucido e i piedi a papera come se fosse incinta di sei mesi. Noto l’assenza di Laurent. Clara mi veleggia incontro, in un abito di jersey che le fa un bel corpo da fiamma. Tiene in mano la vecchia Leica che da anni mi invidiava in silenzio e che ho finito per sacrificare alla sua passione per la fotografia. Il vestito è stato scelto da Théo.. (Forse è un pregiudizio.)
– Tieni Benjamin, è per te.
Quel che Clara mi porge è graziosamente impacchettato. Sta in una scatola di cartone, sta nella carta velina. Un paio di pantofole ripiene di panna montata, proprio quello che desideravo, è Natale.
Il paradiso degli orchi, Daniel Pennac