L’invasione dei marxiani

di Francesco Panaro Matarrese





Fate attenzione quando andate a letto, stasera. Controllate bene che in cantina, in garage o nel ripostiglio non vi sia nessun oggetto strano, anomalo.
Entrano senza farsi vedere, depongono un numero di baccelli uguale a quello dei componenti della famiglia. I semi crescono, replicano esseri uguali a voi, ai vostri figli. Eliminando gli originali. Al vostro posto copie identiche in tutto e per tutto, senza emozioni. Voi crederete, distrattamente, di avere a che fare con vostra moglie, vostro marito, i figli, penserete di parlare con il caro amico e vicino di casa Luigi del quale vi siete sempre fidati, che vi ha prestato il cacciavite quando ne avevate bisogno. Invece non sono più quelle persone che conoscevate. Al loro posto tanti esseri uguali, senza sentimenti. Vi affaccerete dalla finestra vedrete che la vita scorre normalmente. In realtà quel brulicare che si para davanti agli occhi, che sembra quello di tutti i giorni non è più quello di una volta. Poi, in preda alla paura, correrete per strada a gridare al pericolo, ma nessuno vi crederà, penseranno che siete folli, d’altra parte perché dovrebbero darvi ragione se loro son loro, i mutanti, anzi i mutati? Roba da manicomio.

State in guardia, questo non è il film che conoscevate col titolo L’invasione degli ultracorpi del regista Don Siegel. Ma sì, certo, è quel film, ma non lo è più a vederlo oggi, i tempi sono cambiati. Però è il caso, prima di parlare a vanvera, di ricordare quegli anni, la politica e le paure americane. Brevemente, siamo negli anni Cinquanta, il senatore McCarthy sta facendo una campagna contro il pericolo comunista che si insinua negli Stati Uniti in tutte le sue forme. Consiglia tutti di osservare, spiare il vicino di casa, il collega, anche i figli e le mogli se è il caso. Cosa leggono? Che discorsi fanno? Qualsiasi sospetto deve essere denunciato, potrebbero essere comunisti. Dove si possono nascondere, dietro quali professioni? Allora, sicuramente dietro quelle di regista, attore, scrittore. Tutti sotto osservazione dall’FBI di J.Edgard Hoover, anche gli impiegati del governo federale per una naturale richiesta di sicurezza. La più spiata è Hollywood, luogo che brulica di intellettuali in fuga dall’Europa della conclusa seconda guerra mondiale, persone per lo più di sinistra che avevano cercato di sottrarsi al nazifascismo.

Molte le vittime di McCarthy – il termine maccartismo fu coniato dal disegnatore satirico Herbert Lock –, il più famoso? Un liberal come Charlie Chaplin. Ma ci fu uno “spione” dal nome altrettanto ingombrante che denunciò molti attori: Walt Disney. Testimoniò davanti al Comitato per le attività anti-americane contro Herbert Serrell, David Hilberman e William Pomerance. Molti attori e registi per continuare a lavorare non ci pensarono due volte a denunciare amici e colleghi. Elia Kazan ed Edward Dmytryk furono fra questi. Marlyn Monroe chiese aiuto a John Kennedy affinché  Bob, che lavorava con McCarthy, tirasse fuori dall’inchiesta suo marito Arthur Miller. Tanti, troppi i morti e i feriti. E qui non si farà in modo che tutte quelle belle facce simpatiche, di film simpaticissimi, diventino antipatiche perché prestati al brutto gioco di Hoover e McCarthy, come il simpaticone Cary Grant, per esempio. Eleanor Roosevelt riferendosi, poi, al maccartismo lo definì come una vera e propria ondata di fascismo, la più violenta e dannosa che quel paese abbia mai avuto.

Don Siegel, finito il periodo oscuro della caccia ai rossi, precisò che il suo film non era un tentativo di istigare alla caccia ai comunisti,  «…né lo sceneggiatore, né io pensavamo a un qualunque simbolismo politico. Nostra intenzione era attaccare un'abulica concezione della vita». Visti gli  sviluppi della sua professione, chi gli crede? Il suo seme destrorso negli anni Settanta lo fece crescere in un altro modo, con una serie di film sul cittadino che deve farsi giustizia da sé contro i mali sociali.
Però a vederlo con gli occhi di oggi non è più il film contro i comunisti, ma è possibile dirlo solo oggi. Ieri era quello che era: un film istigatore. Certo, fa venire in mente tutto un filone di dichiarazioni di alcuni politici di oggi, un maccartismo casereccio dei tempi che corrono. Ma oggi L’invasione si adatta a più letture, da destra a sinistra passando per il centro. A seconda dell’occorrenza.

Se vi capita di passare per l’Emilia Romagna o la Toscana, le due tipiche regioni rosse, e vi fermate a parlare con giovanotti o vecchiotti che bighellonano davanti ai circoli Arci o alle rovine di quelle che una volta erano le case del popolo, e sentite discorsi da razzisti contro gli zingari e i nordafricani – inusuali per quei luoghi santi della sinistra italiana –, se scoprite che il cassiere del supermercato Coop della provincia di notte fa la ronda armato di bastone per le strade a caccia di extracomunitari per ristabilire la sua legge, se..., non ditelo in giro, potrebbero scambiarvi per matti, come il medico protagonista del film di Siegel interpretato da Kevin McCarthy.
In una scena del film compare, in un cameo, Sam Peckinpah – dodici anni dopo dirigerà il film di culto Il mucchio selvaggio – nei panni di un lettore di contatori, che, riferendosi al protagonista, dice «…lasciatelo fuggire, non gli crederanno mai». Appunto, non dite in giro quello che potreste vedere e sentire, non vi crederebbero mai. Non dite ad amici e parenti, tornando a casa, che quella terra ormai non è più invasa dai marxiani. Omini verdi, silenziosi, sono scesi dalla padania, hanno depositato i baccelli nelle cantine, di notte, ma anche di giorno con i loro gazebo… Però questo è un altro tipo di film maccartista.
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