L'arte di strisciare

di Paul-Henri Thiry, Baron d'Holbach

L’uomo di Corte è senz’ombra di dubbio il prodotto più bizzarro di cui dispone la specie umana. Si tratta di un animale anfibio, che spesso assomma in sé ogni sorta di contraddizione...
Sembrerebbe lecito classificarlo grossomodo nella categoria degli esseri umani, fermo restando che gli uomini ordinari hanno soltanto un’anima, mentre l’uomo di Corte pare ne abbia diverse. Infatti un cortigiano è a volte insolente e a volte vile; può dar prova della più insaziabile avidità così come di un’estrema magnanimità, di una grande audacia come di una codardia vergognosa, di un’impertinente arroganza e della correttezza più calcolata; in poche parole egli è un Proteo, un Giano o ancor meglio un Dio indiano raffigurato con sette volti differenti.
 
Ad ogni modo, gli Stati sembrano fatti apposta per animali tanto rari; la Provvidenza riserva loro ogni più piccolo piacere; il Sovrano stesso non è altro che il loro uomo d’affari; quando compie il suo dovere si limita ad occuparsi di soddisfare i loro bisogni, di assecondare le loro fantasie; molto onorato di lavorare per uomini così indispensabili di cui lo Stato non po’ fare a meno. Se un Monarca riscuote le imposte, dichiara la pace o la guerra, studia migliaia di ingegnose trovate per tormentare e tassare il popolo, lo fa nell’interesse esclusivo di tali individui. In cambio di queste attenzioni i cortigiani riconoscenti ripagano il Monarca con la condiscendenza, l’assiduità, l’adulazione, la vigliaccheria; il saper barattare tali mercanzie in cambio di benevolenza è probabilmente il talento più utile a Corte.
 
I filosofi, che spesso sono di cattivo umore, considerano in verità il mestiere del cortigiano come vile, infame, pari a quello di un avvelenatore…
Osservando i fatti da questa prospettiva, appare chiaro che l’arte di strisciare è senz’altro la più difficile da praticare. Tale sublime disciplina è forse la più grande conquista fatta dallo spirito umano. La natura ha posto nel cuore degli uomini un amor proprio, un orgoglio, una fierezza che sono le inclinazioni più penose da sconfiggere…
La vera abnegazione è quella del cortigiano verso il proprio padrone; guardate come si umilia in sua presenza! Diventa una macchina, o meglio, si riduce a niente; attende di ricevere da quello la propria essenza, cerca di individuare nei suoi tratti caratteri che lui stesso deve assumere; è come una cera malleabile pronta a ricevere qualsiasi calco le si voglia imprimere.
Certi mortali sono affetti da una rigidità di spirito, un difetto di elasticità nei lombi, una mancanza di flessibilità nella cervicale; quest’infelice funzionamento impedisce loro di perfezionarsi nell’arte di strisciare e li rende incapaci di far carriera a Corte. Serpenti e rettili guadagnano cime e rocce su cui neanche il cavallo più impetuoso riesce ad issarsi. La Corte non è per niente adatta a quei personaggi alteri, tutti d’un pezzo, incapaci di cedere a capricci, di assecondare fantasmi e nemmeno, se necessario, approvare o favorire crimini che il potere giudica necessari al benessere dello Stato.
 
Un buon cortigiano non deve mai avere un’opinione personale ma solamente quella del padrone o del ministro, e deve saperla anticipare facendo ricorso alla sagacia; ciò presuppone un’esperienza consumata e una profonda conoscenza del cuore degli uomini. Un buon cortigiano non deve mai avere ragione, non è in nessun caso autorizzato ad essere più brillante del suo padrone o di colui che gli dispensa benevolenze, deve tenere ben presente che il Sovrano e più in generale l’uomo che sta al comando non ha mai torto.
Il cortigiano ben educato deve avere uno stomaco tanto forte da digerire tutti gli affronti che il suo padrone vorrà infliggergli. Fin dalla più tenera età deve imparare a dominare la propria fisionomia, per evitare che i suoi tratti tradiscano i moti segreti del cuore o che rivelino un’involontaria contrarietà che un abuso subito potrebbe insinuarvi. Per vivere a Corte è necessario un dominio assoluto dei muscoli facciali, al fine di ricevere senza battere ciglio le peggiore mortificazioni. Un individuo rancoroso, dal brutto carattere o suscettibile non riuscirà mai a fare carriera…
 
Il cortigiano al cospetto del padrone deve imitare quel giovane Spartano frustato per aver rubato una volpe; sebbene durante la punizione l’animale nascosto sotto il mantello gli scarnificasse il ventre, egli non gridò di dolore…
È necessario che egli sappia costantemente neutralizzare i rivali con atteggiamenti amichevoli, mostrare un viso disponibile, affettuoso a coloro che più detesta, abbracciare teneramente il nemico che vorrebbe strozzare; infine bisogna che anche le bugie spudorate siano imperscrutabili sul suo volto.
Deve tenersi informato sulle passioni e i vizi del padrone, per essere in grado di sfruttarne il punto debole: a quel punto sarà certo di detenere la chiave del suo cuore. Gli piacciono le donne? Bisogna procurargliene. È devoto? Bisogna diventarlo o fare l’ipocrita…
Il cortigiano deve ingegnarsi per essere affabile, affettuoso e educato con tutti coloro che possono aiutarlo o nuocergli; deve mostrarsi arrogante soltanto con chi non gli serve a niente. Deve conoscere a memoria il prezzo di tutti quelli che incontra, deve salutare con reverenza la cameriera di una Dama in auge, chiacchierare amichevolmente con il portiere o il valletto del ministro, accarezzare il cane dell’alto funzionario, inoltre non gli è permesso distrarsi un attimo, la vita del cortigiano è un perpetuo impegno.
Essai sur l’art de ramper, à l’usage des courtisans. Manuscrits de feu Monsieur le Baron d’Holbach