Il Calvino furioso

di Italo Calvino

 In principio c’è solo una fanciulla che fugge per un bosco in sella al suo palafreno. Sapere chi sia importa sino a un certo punto: è la protagonista d’un poema rimasto incompiuto, che sta correndo per entrare in un poema appena cominciato. Quelli di noi che ne sanno di più possono spiegare che si tratta d’Angelica principessa del Catai, venuta con tutti i suoi incantesimi in mezzo ai paladini di Carlo Magno re di Francia, per farli innamorare e ingelosire e così distoglierli dalla guerra contro i Mori d’Africa e di Spagna.

In una locanda presso i Pirenei servivano la cena. Tutt’a un tratto, un gran rumore: l’oste e i suoi garzoni corrono, chi alle finestre, chi per strada, e guardavano verso il cielo a bocca aperta. Le donne invece  lasciano i fornelli e si nascondono in cantina.
– Che diavolo succede? Un’eclisse? Una cometa? – I due avventori non sembrano tipi da perdere la calma: uno è cavaliere dalla splendida armatura, dal viso radioso e dalle lunghe chiome d’oro; l’altro è un brutto ceffo in calzamaglia, basso basso e nero nero.
L’oste si affretta a scusarsi: – Niente, niente, è già passato. Passa volando tutte le sere, non bisogna fargli caso. È un cavallo, un cavallo con le ali, con un mago sopra. Se vede una bella donna cala giù e la rapisce. Per quello scappano, le donne: le belle e quelle che credono d’esserlo, cioè tutte. Le porta in un castello incantato, su per i Pirenei, e le tiene lì. Anche i cavalieri, li chiude, quelli che vince in duello, perché finora chiunque ha provato a sfidarlo è finito in mano sua.

I due avventori non battono ciglio. Sia l’uno che l’altro erano venuti lì proprio per quello.
– Bene, – fa il cavaliere coi capelli lunghi, – se mi trovi una guida vorrei sfidarlo io, questo mago.
– Posso insegnartela io, la strada, – dice l’omino nero, – di me ti puoi fidare.
Era proprio quel che Bradamante s’aspettava. Perché quel cavaliere altri non era che la più valorosa guerriera del campo di Carlo Magno, Bradamante, sorella di Rinaldo di Montalbano, e l’omino nero era Brunello, un ladro al servizio dell’armata saracena, famoso tra l’altro per aver rubato ad Angelica un anello magico che veniva dal Catai. Sia Bradamante che Brunello erano lì per cercare di liberare dal castello del mago Atlante uno dei cavalieri che v’erano imprigionati, cioè Ruggiero, Bradamante sapeva da Brunello, anzi era scesa alla locanda proprio per cercare di ritogliere al ladro l’anello rubato, unico mezzo per resistere agli incantesimi del mago. Brunello invece non l’aveva riconosciuta, e lei si era guardata bene dal dirgli chi era.

È lecito rubare ai ladri? È lecito simulare coi simulatori? Bradamante stava appunto risolvendo affermativamente questo problema di coscienza, quando l’Ippogrifo aveva fatto la sua apparizione.
Il fine che muoveva Brunello sulle tracce di Ruggiero era importante: doveva ricondurlo dal re Agramante e fargli riprendere il suo posto di combattimento nelle file saracene. Il fine che muoveva Bradamante era più importante ancora: l’amazzone era innamorata di Ruggiero.
Guerrieri d’eserciti nemici, s’erano incontrati in battaglia, innamorati l’uno dell’altra a prima vista, poi subito dispersi. C’era di mezzo tutta una questione di profezie: ogni passo di Ruggiero, uomo predestinato, era dettato dagli astri. Le stelle avevano deciso che Ruggiero dovesse convertirsi al cristianesimo e sposare Bradamante, ma era pure decretato dalle stelle che dopo questo matrimonio Ruggiero morisse per tradimento della casa di Magonza.
Queste cose il mago Atlante le sapeva bene, lui che aveva allevato Ruggiero e nutriva per il cavaliere un affetto più sollecito di quello di una mamma. Tanto che, per impedire che corresse dietro a Bradamante e incontro al suo destino, l’aveva chiuso in quel castello incantato, e lo circondava di belle donne e prodi cavalieri perché si trovasse in buona compagnia.
L’indomani all’alba. Bradamante e Brunello partono a cavallo per le gole dei Pirenei. Il castello è là, tutto d’acciaio: Bradamante cala una delle sue mani di ferro sulla collottola della sua guida, Brunello finisce legato al tronco di un albero; l’anello magico passa al dito della guerriera, che dà fiato al corno.
L’Orlando furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino