Se non ora, quando?

Di Fabrizio Rondolino

 “Egli [il rabbino Hillel] diceva pure: Se non sono io per me, chi sarà per me? E quand’anche io pensi a me, che cosa sono io? E se non ora, quando?” (Pirké Avoth, 1, 13). Lo slogan della manifestazione del 13 febbraio scorso, come un libro famoso di Primo Levi, viene da una massima del Talmud, redatto intorno al II secolo dell’era volgare e tuttora studiato nelle scuole rabbiniche. Il trattato che la contiene, e che si chiama per l’appunto Le massime dei padri, è il solo dell’intero Talmud ad occuparsi esclusivamente di etica e di morale.
 
L’interpretazione del passo è ardua, ma il suo sapore zen è inconfondibile (un filo sottile e tenace lega l’ebraismo, soprattutto talmudico, e il buddhismo). Quel detto, in due parole, significa che è tempo di lasciar andare il futuro e di chinarsi sul presente, con lo stupore e la gioia di chi si china ad osservare da vicino il fiorire di un prato in primavera.
 
Dobbiamo stare ben radicati nel tempo presente, senza pretendere di voler conoscere in anticipo o, peggio ancora, di voler  costruire il tempo futuro. Il tempo presente è il nostro terreno di gioco e il nostro campo di battaglia. Il solo che abbiamo. Per questo dobbiamo conoscerlo bene, nei minimi dettagli e in ogni sfumatura, perché soltanto così possiamo trovare la posizione corretta per intervenire – per dir così dall’interno, e senza forzature – nel flusso degli eventi. Un buon timoniere asseconda le onde e i venti, e cerca di trarne vantaggio per seguire la sua rotta: ma sarebbe un folle se volesse mutare con la sue forze la direzione o l’intensità o la durata della tempesta.
 
Viviamo soltanto oggi, da un certo punto di vista. È alla fine della giornata che bisogna trarre un bilancio, perché non è in nostro potere sapere se domani saremo ancora qui. Già: ma come si può dare un senso al presente senza l’idea di futuro? Se muoio oggi, perché mai dovrei fare quel che devo fare o comportarmi come dovrei comportarmi?
 
Nelle sue Istruzioni a un cuoco zen, Dogen offre una risposta plausibile. Ogni sera, il cuoco del monastero deve svolgere una serie di preparativi per la colazione del giorno dopo: lavora dunque verso il futuro, per il futuro. Senza il futuro, il lavoro presente del cuoco è inutile. Ma né il cuoco né i monaci possono sapere con certezza che cosa accadrà domani: qualcuno potrebbe fuggire nella notte o morire nel sonno, e non aver dunque bisogno di nessuna colazione; altri potrebbero svegliarsi con un gran mal di pancia e preferire una semplice tazza di te; o magari un meteorite potrebbe ridurre in briciole l’intero monastero. Ciò nonostante, il cuoco prepara ogni sera la colazione per il giorno dopo. Perché lo fa? Perché è ciò che deve fare, è ciò che ha da fare in quel preciso momento.
 
Il maestro ch’an Ma-tsu Tao-i, vissuto nell’VIII secolo, usava dire: “La mente quotidiana: questa è la via”. In questa frase c’è tutta la grande svolta teorica del buddhismo mahayana: il  nirvana, cioè l’illuminazione, non è collocato in un aldilà ontologico o mentale o psicologico o morale, ma è il rovescio del samsara, cioè del divenire continuo e insensato che tiene il mondo in perenne movimento, e prigioniero dell’illusione dei fenomeni.
 
Nel momento in cui lasciamo che le cose siano proprio così come sono, qui e adesso, l’interno stesso della prigione diventa il luogo della libertà: il ‘momento presente’ è la finestra attraverso la quale il nirvana (o la redenzione, nella tradizione messianica ebraica) inonda e per dir così rovescia a testa in giù il  samsara, la terra irredenta dove vaghiamo alla cieca, e compulsivamente, guidati dal desiderio e dall’avversione.
 
Diceva Ma-tsu Tao-i: “La Via non ha bisogno di essere coltivata. Limitatevi a non sporcarla. Che significa ‘sporcarla’? Avere la mente intrisa di mutamento e desiderare artificialmente di raggiungere questa o quella cosa – questo significa ‘sporcare’. Se volete comprendere la Via nella sua completezza, la mente quotidiana è la Via. Per ‘mente quotidiana’ intendo la mente che non crea nessuna attività artificiale, la mente senza giusto né sbagliato, senza desideri né avversioni, senza distruzione e senza permanenza, senza sacro né mondano. […] Il vostro semplice camminare e restare, sedervi e sdraiarvi, reagire alle circostanze, accettare le cose che esistono – tutto questo è la Via. La Via è l’autentico regno dei fenomeni, e tutte le cose, comprese le straordinarie azioni di ciascuno di noi, numerose come le sabbie del Gange, si trovano tutte all’interno del regno dei fenomeni.” (Ching-te ch’uan-teng lu, “Resoconto della trasmissione della lampada”, T 51: 440a)
 
Una vita onesta dovrebbe essere mossa da un’urgenza di questo tipo: non da quella di manomettere il mondo per migliorarlo, di anticipare il futuro e di progettare il paradiso, ma dall’urgenza di riempire il tempo presente con tutte le azioni necessarie e dovute. Se non ora, quando? – perché esiste soltanto ora, esisto soltanto ora.
 
Non è un concetto astruso o astratto. È come quando uno grida aiuto: possiamo correre in suo soccorso; oppure possiamo andare a chiamare la polizia, raccogliere il giorno dopo le firme in calce ad una petizione sulla sicurezza nel nostro quartiere, o magari organizzare un convegno sulle radici sociali del disagio. Ma quando uno grida aiuto, l’unica cosa da fare è provare ad aiutarlo.
 
C’è un aneddoto buddhista molto famoso, che anche in questo contesto può essere d’aiuto. Un giorno il Buddha raccontò di un tizio che, colpito improvvisamente da una freccia, cominciò a urlare e a strepitare e a farsi un sacco di domande: chi ha scagliato la freccia? E perché? Lo ha fatto intenzionalmente o per sbaglio? Chi è che mi odia a tal punto? O è stato un caso? E la freccia, che tipo freccia è? È una freccia avvelenata? Ha la punta in legno o in ferro…? Com’è ovvio, quel tizio morì prima di trovare risposta a tutte le sue domande. Avrebbe dovuto togliersi subito la freccia e correre da un medico, e sarebbe stato salvo.
 
L’urgenza del se non ora, quando? non nasce dunque dal bisogno di futuro, ma dal riconoscimento della pienezza del presente; non è indignazione, non indica che la misura è colma e che bisogna infine intervenire, fare, disfare; è invece l’urgenza di stare esattamente dove sto, prendendone consapevolezza. Del resto, se il momento presente contiene tutto il tempo e tutto lo spazio e tutte le cose che esistono proprio qui e proprio adesso, dedicarcisi è davvero, letteralmente, un impegno a tempo pieno. (www.thefrontpage.it)