Era forte l’odore

di Bruno Cicognani

La coppia di fidanzati, nei giorni di lavoro, faceva, alla stess’ora della prima sera, il tragitto da Piazza Cavour alla casa della Velia; nei giorni di festa, la passeggiata nel viottolone del Cecchi o nel campo d’Arrigo o a San Gervasio, di là dal Campo di Marte. Ce n’erano tante, delle coppie, le feste, in quelle strade lungo i prati liberi: le strade di campagna che sentono d’essere vicine a non esistere più – da un pezzo infatti non esistono più, o sono trasfigurite, invase dalle case e dalle preoccupazioni degli uomini d’oggi…. Allora, sull’erba, i ragazzi mandavano il cerchio e allegre brigate sedevano ringiovanendo all’ultimo scialo di sole.
Non c’è donna in coppia, sia pure a braccetto per la prima volta all’amante, che, se un’altra coppia passi anche a distanza, non si distragga a buttar là un’occhiata – prima guarda la persona del suo sesso, poi l’uomo: noi maschi si fa al contrario – e può essere felice quanto si può immaginare; eppure una stilla di gelosia le avvelena, per un momento, la felicità.
Così anche la Velia passava, accanto a Beppino, invidiata. Invidiata perché? Se più tànghero di lui non ce ne potevano essere: addirittura un tòrsolo; e poi sempre zitto, ingrugnito e sornione. Vestito di  cheviot nero grave – si vedeva il taglio del sarto da gente ordinaria – il colletto con le vele grandi e i polsini troppo lunghi sbertucciati – quel bianco di bucato su tutto quel nero – e il cappello a tubino portato sugli occhi e le scarpe piatte che accusavano i piedi “dolci”. Eppure la Velia pareva la ragazza più innamorata e felice del mondo. Era un piacere a vederla. Lei discorreva animata e rideva: dal cuore cascatelle di gioia; o se lui era un manico di granata vestito da uomo, che voleva dire? Bella la bambola è sempre per la bambina.
Lei gli parlava all’orecchio dicendo le più dolci cose ch’ella sapesse e ogni tanto gli batteva un colpettino sulla mano – la mano pelosa – e poi lo lasciava e correva a cogliere, giù, margherite o ranuncoli gialli e ne faceva un mazzetto e glielo portava e metteva in mano; poi, camminando, gli alzava con le sue la mano e aspirava l’odore dei fiori voluttuosa a occhi semichiusi, e quando la mano ricadeva giù, i fiori ciondolavano di già appassiti. Qualche volta arrivava, se occhiasse in una siepe un bel tralcio fiorito, a farne per sé una ghirlanda – che luce pigliava il morato dei suoi capelli ondulati! –; e se le avveniva, alla siepe, di bucarsi un dito, correva a lui: «Succhia qui! succhia qui!», e stringendo il dito bucato faceva che la puntura buttasse la gocciola rossa: «Qui, succhia, qui!»; e gli faceva assaggiare il suo sangue. Quando poi era colma d’ebbrezza, allora cingeva il capo di lui, di ghirlanda, e gli ballava dintorno, battendo le mani, a quel suo feticcio di legno vestito da uomo.
E le altre ragazze le invidiavano codesta sua felicità.
Al ritorno, era stanca, s’abbandonava con tutto il suo peso sul braccio di lui. Anch’egli era abbattuto e gli dolevan le piante dei piedi, ma più della sofferenza era forte l’odore di sotto l’ascella della Velia accaldata.
E a casa non cenava, spariva; e il lunedì mattina doveva restare a letto per il mal di capo.
La Velia, Bruno Cicognani