E Gesù? E la Libia? No, non ricordo

di Francesco Panaro Matarrese

Simpsons: «Piazza Tien an men: in questo posto, nel 1989, non accadde nulla»

Simpsons: «Piazza Tien an men: in questo posto, nel 1989, non accadde nulla»




«Conobbi la memoria, questa moneta che non è mai la stessa».
Borges 








Elio Lamia a ventiquattro anni fu condannato all’esilio da Tiberio Cesare per essersi intrattenuto in  relazione criminale con Lepida, moglie del console Sulpicio Quirino. Fu costretto a lasciare l’Italia, quindi, e viaggiare dapprima in Siria, poi in Palestina, Cappadocia e Armenia. E soggiornò a lungo ad Antiochia, Cesarea e Gerusalemme. Alla morte di Tiberio, Caio fu acclamato imperatore. Quest’ultimo concesse a Lamia di tornare a Roma, dopo una lunga vita randagia. All’età di sessantadue anni Elio Lamia andò a curarsi il suo acciacco fisico ai bagni di Baia. Poggiato il  Trattato sulla natura, si era seduto sul muretto a riposare e a spingere i suoi occhi dai Campi Flegrei fino alle rovine di Cuma, quando il grido di una schiavo lo avvisò di prestare attenzione al passaggio sul sentiero di una lettiga. Mentre quella passava, Lamia dette uno sguardo all’interno. Un naso aquilino che scendeva fino alle labbra lo riportò indietro nel tempo. Era Ponzio Pilato, che non rivedeva da decine e decine di anni. Elio Lamia era stato fortunato durante il suo esilio, lo aveva incontrato in Giudea e la sua amicizia gli aveva alleviato le pene della lontananza da Roma e dai suoi amici. Fu felice, Ponzio, di rivedere il suo vecchio amico e subito si promisero di incontrarsi durante i giorni successivi. Come quasi sempre accade, viene spontaneo in quelle occasioni ricordare quei giorni lontani…
Fin qui il sunto dell’incipit del racconto brevissimo. La storia uscita dalla penna di Anatole France,  Il procuratore della Giudea, fu tirata, all’epoca, in poche copie numerate. Elio Lamia è il protagonista non esistito nella realtà ma con un fondo di attendibilità per i fatti che provocarono la fantasia di France e che furono ispirati dal libro terzo degli   Annali di Tacito. 
Metà della penultima pagina del Procuratore di France:

“…Ma l’esiliato di Tiberio [Elio Lamia] non ascoltava più il vecchio magistrato [Ponzio Pilato]. Vuotava la coppa di Falerno, sorrideva a una qualche immagine invisibile.
«Danzano con tanto languore, le donne di Siria! Ho conosciuto un’ebrea a Gerusalemme che in una bettola, nell’avara luce di una lucerna fumosa, su un logoro tappeto, danzava levando le braccia e agitandole a far suonare i cimbali. Le reni inarcate, la testa rovesciata e come tirata dal peso della sua folta chioma rossa, gli occhi annegati di voluttà, ardente e languente, flessuosa, avrebbe fatto impallidire d’invidia Cleopatra stessa. Amavo le sue danze barbare, il suo canto un po’ rauco e insieme dolce, il suo odore d’incenso, il suo vivere trasognato. La seguivo dovunque. Mi confondevo alla vile ciurmaglia dei soldati, dei saltimbanchi e dei pubblicani da cui era circondata. Un giorno disparve, e non la rividi più. La cercai lungamente nei vicoli malfamati e nelle taverne. Era più difficile fare a meno di lei che del vino greco. Qualche mese dopo averla perduta, seppi, per caso, che si era unita a un piccolo gruppo di uomini e di donne che seguivano un giovane taumaturgo della Galilea. Si faceva chiamare Gesù il Nazareno, e fu crocefisso non ricordo per quale delitto. Ponzio, ti ricordi di quest’uomo?».
Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia, si portò la mano alla fronte come chi vuole ritrovare un ricordo. Poi qualche istante di silenzio:
«Gesù?» mormorò «Gesù il Nazareno? No, non ricordo».”

Pilato a distanza di pochi anni dalla morte di Gesù, non percepisce quella crocifissione come un fatto storico, che avrebbe cambiato i secoli successivi. La vedeva una crocifissione come tante, come centinaia, una delle innumerevoli condanne inflitte in quei giorni. Non c’era la percezione che stavano giustiziando Gesù, ma un  povero cristo qualsiasi macchiato di uno dei tanti crimini.  Sembrerebbe che “Cristo figlio di Dio” sia una costruzione successiva, della storia. Per questo è necessaria un’attenuante al Ponzio Pilato di Anatole France, ma anche al suo amico Elio Lamia che ricordava bene la danzatrice ebrea, ma non rammentava il motivo per cui Cristo fu condannato: la memoria di Lamia, almeno in questo caso, è subalterna ai sentimenti.

Nel 1789, i parigini, i francesi, non pensavano di vivere l’evento che avrebbe cambiato integralmente il corso della storia. Quando quei fatti stavano accadendo non venivano percepiti e vissuti come momenti storici epocali: non pensavano di essere gli autori, non credevano di far parte di quella che poi sarebbe stata chiamata Rivoluzione francese, con tutti i significati che il nome si porta dietro. Nei momenti in cui accadeva era altro da quello che si conosce oggi. Il passato, il tempo passato, non è accaduto come viene ricordato perché è solo una delle tante interpretazioni che l’uomo opera sugli avvenimenti. 

Oggi gli eventi di piazza vengono resi storici mentre stanno accadendo: una strumentalizzazione fatta dalle varie parti in causa. Il tentativo costante è quello di far immaginare che sta accadendo qualcosa di storico, senza precedenti, mentre è in corso anche una piccola rivolta di piazza. Oppure dell’opposto, a seconda delle convenienze. In alcuni casi può funzionare come acceleratore. Come nel crollo del comunismo del 1989 nell’Europa dell’Est.  Quanto i media hanno influito a rendere “storico”, a forzare quel momento o a dare una garanzia di “storicità” di quella condizione? Quanto i media sono stati responsabili della creazione di effetti a catena nati da un unico avvenimento?

Nonostante tutti i riferimenti e le ricostruzioni possibili in quello stesso periodo nel 1989 a Pechino, Cina, c’è stato un momento storico che, nonostante l’intervento dei media mondiali, non è diventato tale, ossia, non è culminato in quello che l’Occidente avrebbe voluto: la caduta della Repubblica popolare. La rivolta degli studenti, salutata da tutto il mondo come un cambiamento epocale dell’assetto politico, non è diventata quello che molti si aspettavano che diventasse. Insomma, chi scrive di storia e di cronaca di questi tempi si affretta ad etichettare un momento come di grande importanza, salvo scoprire, a distanza di tempo, che non lo era.

Il  quadro storico di questi giorni di cronaca delle piazze dei Paesi del Nord Africa, e in particolare della Libia, a tratti fa emergere – dalle riprese televisive fatte ad altezza d’uomo e non dall’alto – che sono rivolte attuate da un numero di persone non precisato. Non ci sono certezze sull’entità delle sommosse, se sono ad opera di tutta, quasi tutta o di una parte della popolazione.
Se la memoria personale e la mancanza di visione del momento storico che stava vivendo il Ponzio Pilato di Anatole France erano baluginanti, se non proprio inesistenti, la visione critica del contesto storico degli autori dei Simpsons invece non fa una grinza. In una puntata Homer viene fatto vedere con tutta la famiglia in Cina, a Pechino, in piazza Tienanmen. Lì vedono un monumento con una targa: «In questo posto, nel 1989, non accadde nulla». Certo, gli autori quel cartello lo intenderanno in un altro modo, ma guardando a ciò che è stata la Cina da quella data in poi e constatando ciò che è oggi, si può dire che nel 1989 non è accaduto nulla che potesse ribaltare, cambiare radicalmente le cose di quel paese. Insomma, non è accaduto nulla di ciò che è accaduto, invece, con la caduta del muro di Berlino da quest’altra parte di mondo.
E la Libia? E il Nord Africa? No, non ricordo.