Madonne e mignotte

Di Fabrizio Rondolino

Gli Antichi veneravano le prostitute, le accostavano al sacro: perché sacro, nel mondo antico, era il corpo, e il piacere era un dono degli dèi e un segno della divinità dell’uomo. Secondo la tradizione fu Solone, il mitico legislatore di Atene, a legalizzare e regolamentare la prostituzione, maschile e femminile. E le etère, spesso schiave liberate o straniere, erano donne colte e libere che potevano gestire i propri averi e partecipare alle riunioni maschili, al contrario delle donne comuni. Avevano una vita pubblica, frequentavano chi volevano e costituivano a tutti gli effetti una sorta di aristocrazia femminile: in loro s’incarnava la divinità del piacere.
Poi venne il Cristianesimo, con la sua violenta, innaturale separazione fra corpo e anima, fra reale e spirituale: e il piacere piombò nell’abisso infernale della natura irredenta. Gesù perdona e redime la prostituta, ma così ne condanna per sempre l’origine nel peccato. Per gli Antichi non esisteva il peccato della carne, perché la carne era la gloria dello spirito.
Il bando morale della prostituzione ha la medesima radice teorica e culturale del bando generale della sessualità, e del sospetto con cui la Chiesa da sempre guarda alla donna e al suo corpo. Duemila anni di Cristianesimo hanno sempre avuto come bersaglio principale la donna – deificata nell’archetipo mariano della madre e della casalinga, condannata come puttana ogniqualvolta scegliesse di fare l’amore prima o al di fuori del matrimonio – perché è nella donna che il corpo e l’anima resistono alla pretesa di separarli e fioriscono invece felicemente uniti (il che spiega, per inciso, l’indiscussa superiorità delle femmine sui maschi).
Il tramonto del Cristianesimo e della ragione occidentale, cioè il grande processo di secolarizzazione dell’Occidente che comincia con Nietzsche, ha liberato energie immense, in un movimento di riappropriazione del corpo che vuole ricomporre la frattura originaria e fondare una spiritualità diversa, ‘olistica’, orientale, greco-romana. Il femminismo – che non è mai stato rivendicazione sindacale di pari opportunità, ma liberazione del corpo e dei corpi (anche degli uomini) – è parte di questo movimento epocale. Per questo stupisce che oggi alcune donne impegnate su quel fronte si schierino dall’altra parte della barricata: che non è il bunga-bunga, ma la libertà di usare il proprio corpo.
Le donne del 13 febbraio scorso, ad esempio, forse senza neppure rendersene conto e in perfetta buona fede, ristabiliscono una gerarchia fra madonne e puttane, senza capire che il confine che separa le due categorie è sempre stato fissato arbitrariamente dai maschi, per la propria convenienza, e che l’unico modo che ha una donna per non essere chiamata prima o poi “puttana” è smettere di pensare che esista quel confine.
Chi usa liberamente il proprio corpo fa bene a farlo esattamente come chi usa la propria mente – per soldi, per carriera, per ambizione, per il piacere di farlo. Non c’è differenza fra una ricercatrice universitaria e una escort, se non nel reddito: che andrebbe tassato, come ogni altro reddito. Sostenere il contrario – invocando il ‘modello culturale’ o l’educazione delle proprie figlie, l’etica pubblica o il buon gusto – significa in realtà tornare ad essere cristiani, relegando il corpo in una dimensione moralmente dubbia.
La cultura maschile non c’entra nulla. Chiamarla in causa per sostenere che chi balla seminuda in tv è in realtà una vittima del sistema, significa ancora una volta negare che una donna – qualsiasi donna – possa decidere da sola, e liberamente; sostenere la superiorità di un ‘modello’ – la ricercatrice contro la escort – significa negare la pari dignità delle donne, di tutte le donne. Le quali, non dimenticatelo, hanno ricominciato ad esercitare il proprio potere proprio quando si sono riprese il proprio corpo. (www.thefrontpage.it)