Foschi souvenir di guerre

di Francesco Panaro Matarrese

Mohammed Kalay, Afghanistan, 2010

Mohammed Kalay, Afghanistan, 2010

Sarà stato spontaneo il sorriso del militare americano di stanza in Afghanistan, oppure  avrà detto «cheese»? No, si direbbe naturale. Queste tre fotografie fanno parte del servizio pubblicato dal settimanale tedesco Der Spiegel, scelte da un archivio di circa quattromila immagini ancora non pubblicato. Presumibilmente – dopo aver ammazzato il figlio di un contadino afghano, ma ancora nulla è chiaro – il militare americano si sarebbe messo in posa, dopo aver tirato su per i capelli la testa del ragazzo per farsi ritrarre. Un macabro souvenir. Un intervallo fra una «bravata» e l’altra? Non si sa, non si può sapere. Ora quelle immagini, passate di man in mano, da commilitone a commilitone sono finite nelle mani dei giudici militari americani. Jeremy Morlok, così si chiama il ventenne che sorride, e la “team kill” – questo il nome che si era dato la macabra squadra formata da sei amici – sono in attesa del giudizio della corte marziale per l’uccisione di tre inermi civili afghani ed altri crimini. C’è anche l’accusa di uso di droghe.

Queste pose, queste immagini di morte ricordano le altre precedenti, quelle scattate e filmate nella prigione di Abu Graib, Bagdad, Iraq. Ma la cronaca in passato se ne è occupata ampiamente, e le immagini sono rimaste ben impresse nella memoria di tutti.
Ad andare indietro nel tempo si capisce che fra i militari c’è una specie di consuetudine dopo aver ammazzato i civili: sedersi o sdraiarsi a riposare, scattare qualche foto, girare un video. Nulla di eccezionale, dopo un lavoro del genere, è il meritato riposo dei guerrieri.

Si può pensare che queste siano le manie dei giovani militari di questo periodo storico. Eppure la memoria ricorre ad una mattina di quaranta anni fa, a  My Lai 4, nel Vietnam del Sud. Una dozzina di militari americani fanno strage di bambini, donne e anziani. Gli scatti in bianco e nero del fotografo militare Haerbele Ronald mostrano i ragazzi in divisa, come se stessero riposando alla fine di una lunga passeggiata. Ma Haerbele ha con sé anche una macchina fotografica personale e una cinepresa con pellicola a colori. E con quelle ritrae le scene che non si vedono nella foto B/N: a pochi metri dal bivacco ci sono sul tratturo le persone trucidate, i bambini sparati, la strage.

Ci deve essere una specie di accordo non detto – si procede per supposizione in questo caso, cercando di leggere nelle facce di persone normali – perché questi gesti non dicono nulla di nuovo di uomini e donne in guerra. Però non ci si può, per l’ennesima volta, non chiedere cosa può portare un gruppo di ragazzi di vent’anni a compiere questi gesti, come l’assassinio di civili. Come se ci fosse un accordo non confessato fra commilitoni: dopo le azioni di guerra vere e proprie questi ragazzini armati di tutto punto si concedono un premio. Questi gesti hanno una vicina parentela con gli stupri di gruppo commessi da ragazzini italiani, francesi, inglesi, figli annoiati dei paesi occidentali non in guerra di cui spesso la cronaca narra.

Giovanottoni armati e sorridenti - E non c'è differenza fra militari femmine e maschi - figli di mamme e di papà, forti di quell'arroganza gonfiata prima in famiglia, poi nel quartiere di origine, al liceo e infine in caserma. Liberi di fare tiro a segno con persone inermi che passano per strada su una bicicletta o a piedi. Come se quei corpi di un altro colore, che vestono in un altro modo, che vivono in strane case che sembrano non civili, non occidentali, come se una lingua diversa, incomprensibile, fatta di suoni che sono diversi dalla propria cantilena melodica desse la libertà di sparare. Come se dietro quegli occhi, questi ragazzi arruolati per combattere guerre balorde non vedessero la vita, altre persone. Chi non ha la tua stessa lingua può morire così, per strada, mentre sta portando a casa ai propri bambini il pane comprato da un panettiere di fortuna, per strada. Come se.

Il tutto, anche in questi casi, sarà catalogato nei prossimi giorni nelle dichiarazioni di strateghi militari e politici come “atrocità di guerra”. Al coro si unirà anche qualche psicologo da salotto televisivo. Le preoccupazioni degli addetti alle guerre e alla politica degli Stati Uniti e della Nato invece sono: quali  reazioni scateneranno nell’opinione pubblica queste foto con una guerra in Libia in corso? Sarà stato sensato pubblicarle?

Possono stare tranquilli, fra pochi giorni anche queste immagini saranno fagocitate e dimenticate, come tutte le “atrocità” precedenti. In attesa di vedere le altre foto, ricordo della Libia. Non subito, fra poco, fra qualche anno. ©Riproduzione riservata


Abu Ghraib, Iraq, 2003

Abu Ghraib, Iraq, 2003




Mohammed Kalay, Afghanistan, 2010.

Mohammed Kalay, Afghanistan, 2010.




Soldati americani si riposano dopo il massacro del 1968 a May Lai, Vietnam del Sud

Soldati americani si riposano dopo il massacro del 1968 a May Lai, Vietnam del Sud




Le vittime, My Lai, Vietnam del Sud, 1968

Le vittime, My Lai, Vietnam del Sud, 1968