Scene da matrimoni spassosi

Di Cesare Del Frate




A chi tocca lavare i piatti? Terribile domanda che evoca liti familiari, recriminazioni, impietose tabelle di divisione del lavoro domestico, o, nel caso peggiore, il lancio dei piatti stessi. Prima di arrivare a tanto, proviamo a guardare da un punto di vista filosofico la questione: troveremo, dietro le apparenze, una struttura morale profonda che ha a che fare con l’etica del dono, e con quella speculare del debito, all’interno della coppia. Per affrontare il nostro argomento, citiamo il filosofo e sociologo Jacques Godbout, il quale, in Il linguaggio del dono, discute proprio della situazione del lavaggio delle stoviglie per analizzare l’etica della reciprocità nel ménage familiare. E non è il solo: anche il filosofo Mark Anspach, in A buon rendere, si rifà sempre a questo caso per filosofare su dono e vendetta.

Debiti e lamenti
Consideriamo una tipica conversazione fra moglie e marito:
Tocca a te fare i piatti.
Niente affatto, li faccio sempre io; li ho rifatti ancora ieri...
Forse ieri, ma in generale sono sempre io.
Sì, ma io faccio altre cose...


È il primo dei tre esempi, il più negativo, con cui Godbout elabora la sua tipologia delle coppie. Quale relazione sussiste fra i coniugi, o i conviventi eventualmente “pacsati” (siamo in Francia), in questa scenetta domestica?
I due si rimpallano l’incombenza, nessuno vuole lavare i piatti ed entrambi rivendicano di fare, in generale, già troppo. Si sentono creditori verso l’altro: pensano di spendere parecchie energie e lavoro nella coppia, e soprattutto più energie e lavoro della controparte, tanto da essere in una posizione di credito. È il partner che, avendo fatto di meno, deve lavare i piatti. Se io ho fatto tantissimo, tu allora sei in debito: se proprio non ti vuoi impegnare come me, almeno lava i piatti! Ecco perché Godbout parla a questo proposito di una situazione di debito reciproco negativo. C’è qui una logica di rivendicazioni, recriminazioni, richieste di riscatto, che si fondano sulla posizione reciprocamente debitoria, o, che è lo stesso, creditoria, dei partner. Siamo chiaramente all’interno di un circolo vizioso, perché ogni volta che mi impegno nella coppia sento che il mio impegno è al contempo una rivendicazione verso il partner, una “sfida” che gli/le lancio a fare altrettanto o di più. Ogni cosa che faccio diventa per l’altro un debito che dovrà riscattare, e viceversa.

La guerra dei Roses
Non a caso Godbout paragona questa situazione a quella della vendetta. Non certo per la gravità, ma per la logica comportamentale sottostante, quella appunto del debito reciproco negativo. Anche nella vendetta entrambe le parti si sentono in credito, e imputano all’altro un debito che deve essere riscattato. Come nella faida tra Montecchi e Capuleti, in cui ogni famiglia esige un prezzo di sangue per pagare il debito. Ogni morto chiama un altro morto, secondo una logica perversa che apre una voragine senza fine. Si alternano di volta in volta le parti del creditore e del debitore, ma proprio questa alternanza speculare garantisce il continuo rinnovarsi del cerchio della vendetta, come un fuoco che continua a espandersi.
Che logiche di vendetta possano annidarsi anche all’interno della coppia più innamorata ce lo ha mostrato con spasso il film di Danny De Vito La guerra dei Roses.

La rabbia più bruciante nasce quando devono dividere la casa:
Io sono quella che ha trovato la casa e che ha comprato tutto.
Sì, ma con i miei soldi! Ed è molto più facile spenderli che farli, dolcetto mio!
Ma quei soldi non li avresti fatti se non fosse stato per me, tesoruccio!


L’escalation arriva velocemente: lui le fa sparire il gatto e lei gli fa credere di aver fatto il paté con il cane, lui le rovina una cena di lavoro e lei con il suo SUV gli schiaccia la macchina (con lui dentro ma incolume).
La fine della storia è nota, e ben esemplifica, con i toni esagerati della commedia nera, il potenziale distruttivo della logica recriminatoria del debito reciproco negativo. Come saggiamente dice l’avvocato divorzista dei Roses, “Quando una coppia inizia a tenere il punteggio e a conteggiare tutto, non c’è in realtà nessun vincitore, ma solo perdenti”.

La coppia-azienda
Potrebbe sembrare che una soluzione a questi problemi consista in una chiara e trasparente divisione dei compiti all’interno della coppia.
Una bella tabella in cui segnare i giorni in cui mi tocca oppure no lavare i piatti.
Credo che tocchi a te fare i piatti.
Sì, hai ragione.


Questo sarebbe, sempre secondo Godbout, uno scambio simmetrico/paritario. Ma non sarebbe una vera soluzione, perché si rimarrebbe rinchiusi in una logica “commerciale” abbastanza arida. Nello scambio simmetrico/paritario si ottiene una misurazione oggettiva delle incombenze, con conteggi e business plans dove alla fine la coppia sembra trasformarsi in un’azienda, efficiente ma povera di sentimento. In comune con la relazione del tipo debito reciproco negativo abbiamo la minuziosa e quasi ossessiva rendicontazione degli impegni, dei doveri e dei lavori da fare, anche se in questo caso lo scambio è sempre assolutamente paritario, e non si crea quel circolo vizioso del debito/recriminazione.
Insomma, uno scambio che ricorda una transazione commerciale in cui le parti stipulano accordi, con tanto di codicilli a fondo pagina. D’altronde, veri e propri contratti vengono firmati, a volte, dai promessi sposi (negli USA, in Italia è illegale): i famosi contratti prematrimoniali. Celebre quello fra Jacqueline Kennedy e Aristotele Onassis, nel quale lei volle inserire una clausola sul numero di volte al mese in cui avrebbe dovuto “sottoporsi” ai doveri coniugali. Solitamente, per fortuna, questi accordi non scendono in tali dettagli, “limitandosi” a salvaguardare i relativi patrimoni e proprietà. Come una copia di backup in cui si “salva” lo stato di cose precedente per tornarvi in caso di crash del sistema.

Un rapporto a due è sempre a tre
L’ultimo tipo analizzato da Godbout è quello del debito reciproco positivo, finalmente una relazione matura!
Lascia stare, oggi farò i piatti; li hai già fatti ieri.
Nemmeno per idea, sei sempre tu che li fai, e poi a ogni modo fai tante altre cose, lascia che io faccia almeno questo.
Ma no, cosa dici...


Intanto, anche in questo caso, come nel primo, c’è un debito. La differenza, fondamentale, è che qui i partner non sono in debito reciproco: sono piuttosto dipendenti verso la loro relazione. Entrambi vogliono lavare i piatti, perché entrambi sentono di ricevere dalla relazione molto più di quanto possano dare. In questa situazione, come nota il filosofo Anspach, c’è un salto logico che porta a superare il dualismo io-tu verso un rapporto a tre. Entra in scena la relazione stessa come terzo termine che media fra i partners, così che entrambi sono impegnati non solo reciprocamente ma anche verso il sentimento che li lega, verso la storia comune.
In altre parole, la coppia è qualcosa di più della somma delle parti. C’è dietro naturalmente un’idea molto vecchia secondo cui la sinergia fa il bene dell’insieme. Già Aristotele notava che il corpo umano non è mera collezione di organi: la mano, la gamba, il cuore hanno bisogno del tutto, così come il tutto crea un organismo che supera di gran lunga l’addizione aritmetica dei componenti. La metafora organicista, che possiamo senza problemi applicare anche alla nostra coppia, vanta un’antica e nobile tradizione. Ciò che Godbout vi aggiunge è una prospettiva etica che legge il ménage familiare alla luce della logica del dono.
Ciò significa che i partner vivono la loro relazione come un dono: il sentimento è libero, e per questo li unisce ancor di più. E dalla relazione ricevono, appunto come un dono, affetto, sicurezza, appagamento. Anche frustrazioni e dispiaceri, certo, ma l’importante è che vi sia impegno, oltre che verso l’altro, anche verso il progetto comune. Un altro modo di dire che la coppia “trasforma” chi vi si impegna. Ognuno, a questo punto, vuole a sua volta dare, cioè donare: i piatti li faccio io (no, dai, li faccio io). Essendo in debito, non verso l’altro come nella vendetta, ma verso la relazione che li unisce, si dà, fino al limite di “dare tutto”, perché comunque si riceve e si riceverà di più.

Il totem della coppia
Commentando il debito reciproco positivo, Godbout nota la sua somiglianza con l’adorazione totemica. Il totem arcaico, secondo il sociologo Durkheim, rappresenta la comunità stessa. Non a caso il totem solitamente è un animale-progenitore miticamente all’origine della stirpe, della genealogia del gruppo. Ed è anche il protettore della tribù, colui che dispensa la sua benevolenza garantendo la fertilità dei campi e delle unioni, propiziando la caccia e la raccolta.
Quando la tribù adora il totem, dice Durkheim e con lui Godbout, sta in realtà adorando se stessa, o meglio quella forza sovraindividuale che è la comunità. Ovvero la comunità grazie alla quale ognuno partecipa a una realtà più grande. La forma appropriata di rapporto con la dimensione collettiva, con il totem, è il dono. E infatti al totem, da cui si riceve “tutto”, bisogna restituire in quella forma particolare di dono che è il sacrificio. Per ricevere un buon raccolto, bisogna sacrificarne al totem una parte. E per Godbout anche la coppia, quando pone al centro la relazione, sta compiendo una sorta di rito totemico nella misura in cui celebra e nutre la realtà sopraindividuale del rapporto.
Tributando alla relazione, intesa come realtà che trascende i partner, si tributa ad un totem che ci salva dalle invidie e rivalità dello specchio io-tu. Se ogni amore è in realtà un ménage à trois, il terzo non incomodo è il rapporto stesso. “Noi”, fatidica parola. Anche se un dubbio rimane: e se a forza di adorare il totem lo trasformassimo in feticcio?  (Diogenemagazine)