Fischiettare filosofia

Di Anna Boncompagni

Dionisio di Filadelfia, Ornithiaca

Dionisio di Filadelfia, Ornithiaca




“Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. E’ questa forse la citazione più citata di Wittgenstein in assoluto. Frank Ramsey, suo giovane amico, matematico e logico brillante, aggiunse una volta con ironia: “Ciò che non si può dire non si può dire, ma non si può nemmeno fischiettare!”, alludendo all’abitudine che aveva Wittgenstein di fischiettare, e al fatto che in fondo aveva scritto un libro intero, il Tractatus logico-philosophicus, parlando, magari in modo indiretto, proprio di ciò di cui non si può parlare. E’ un’accusa frequente dei critici di Wittgenstein, infatti, che il Tractatus sia contraddittorio, perché da un lato sostiene che solo le proposizioni scientifiche, che riguardano i fatti del mondo, sono sensate, e dall’altro spende la maggior parte delle sue osservazioni a spiegare come devono essere fatte queste proposizioni, in questo modo uscendo dall’ambito che esso stesso aveva delimitato come sensato.

Ma allora, si può o non si può parlare della struttura del linguaggio, della struttura del mondo, dell’etica, dell’estetica, del mistico? C’è un modo per esprimere ciò che non si può dire direttamente? L’arte, la musica, per esempio, non fanno proprio questo? Un modo per rispondere a questa domanda è andare a vedere che rapporto aveva Wittgenstein con la musica e come ne ha parlato nei suoi scritti. Il ché significa, d’altra parte, seguire un consiglio esplicito di Wittgenstein, che diceva che per capire la sua filosofia era essenziale capire l’importanza che aveva la musica nella sua vita. Nientemeno.

Del resto la musica era sempre stata al centro e attorno alla sua famiglia. I musicisti più influenti dell’epoca, Brahms e Mahler per fare solo due nomi, frequentavano casa Wittgenstein. “Mia madre non riuscì mai a portare a termine una frase, se non al pianoforte”, affermò il filosofo una volta. Per il fratello Paul, pianista, che aveva perso un braccio in guerra, Ravel aveva scritto il Concerto per pianoforte per la mano sinistra, e non fu il solo – anche se sembra che Paul non trattasse per niente bene né i compositori, né le loro opere. Nel 1949, due anni prima di morire, mentre lavorava alla seconda parte delle Ricerche filosofiche, Wittgenstein confessò all’amico Maurice Drury: “Nel libro mi è impossibile dire una sola parola su tutto quello che la musica ha significato nella mia vita. Come posso sperare allora di essere capito?”. In questo senso, perché non fare della musica la chiave di lettura dell’intero pensiero di Wittgenstein? Sembra una via d’uscita che permette di dare conto allo stesso tempo delle continuità e delle discontinuità delle sue riflessioni.

In effetti, se anche la musica fa parte di ciò di cui non si può sensatamente parlare, nel Tractatus Wittgenstein le affida metaforicamente un ruolo essenziale. La frase, dice, è un’immagine di un fatto, un po’ come nella grafia geroglifica. Il segno e il fatto si assomigliano. Eppure, se pensiamo ad una frase scritta e a un fatto descritto, dove la vediamo la somiglianza? Che cos’hanno in comune questi segnetti sulla carta e il fatto che essi descrivono? Per esempio, dove la vediamo la somiglianza fra i tratti di inchiostro che compongono “il gatto è sul tappeto” e il nostro gatto, lì sul tappeto? Per farci avvicinare all’idea, Wittgenstein chiama in causa proprio la musica e ci invita a confrontare le note sullo spartito e i suoni che sentiamo. Qui effettivamente, anche se non c’è niente di intuitivo, vediamo (sentiamo?) una corrispondenza tra segni e suoni e in particolare tra le relazioni che hanno i segni tra loro e le relazioni tra i suoni. Il passaggio intermedio della musica, apparentemente un esempio secondario, è invece centrale nel percorso che ci porta dall’idea della frase come immagine dei fatti alla teoria raffigurativa del linguaggio nel suo complesso, uno dei temi fondamentali del Tractatus.

Ma la vicinanza tra linguaggio e musica rimane di vitale importanza anche negli scritti successivi, in cui Wittgenstein abbandona il linguaggio ideale e si lascia guidare nelle sue ricerche dal linguaggio quotidiano, dal nostro modo di parlare di tutti i giorni. Che cosa significa comprendere una frase? Niente di misterioso, niente di occulto avviene nella mente. Comprendere una frase è un po’ come afferrare una melodia. E come per comprendere una melodia dobbiamo far parte di una cultura, così per comprendere il linguaggio, per prendere parte ai giochi linguistici, dobbiamo far parte di una cultura, di una forma di vita. Anche in questo caso la vicinanza tra linguaggio e musica mette in luce uno dei concetto centrali del pensiero di Wittgenstein. E proprio l’appartenenza di un certo gusto musicale alla sua epoca, suggerisce un’estetica musicale wittgensteiniana che nel riflettere su che cos’è la musica e su che cos’è la bellezza richiami l’importanza del contesto culturale in cui l’espressione artistica e i giudizi estetici nascono.

Così, non solo la musica si rivela cruciale nella comprensione della filosofia di Wittgenstein: la filosofia di Wittgenstein a sua volta restituisce il favore, suggerendo nuove categorie interpretative alla riflessione sulla musica.
In conclusione e per tornare all’inizio, allora, su ciò di cui non si può parlare, si può fischiettare? Con la musica, si può andare oltre alle regole del linguaggio? In un certo senso è quello che hanno tentato di fare le avanguardie del Novecento, che Wittgenstein stesso per la verità mal sopportava. D’altra parte, lo stile di scrittura di Wittgenstein, rifiutando l’argomentazione filosofica tradizionale, disorientando i lettori troppo abituati al ragionamento deduttivo, ha messo in atto un’operazione non molto lontana dalle riflessioni sui limiti del linguaggio che le avanguardie artistiche hanno proposto. Cosa della quale, sembrerebbe, lo stesso Wittgenstein era almeno in parte consapevole quando scriveva: “Credo di aver riassunto la mia posizione nei confronti della filosofia quando ho detto che la filosofia andrebbe scritta soltanto come una composizione poetica”. 

Sembra quindi che la scelta di seguire il suggerimento di Wittgenstein, cercare di capire che cosa significasse la musica per lui, per capire il senso intimo della sua filosofia, dischiuda una visione nuova e sorprendentemente unitaria del suo pensiero, in grado di mettere in collegamento il tacere iniziale con il sentire e il vedere la varietà delle forme di vita attorno a noi. L’averlo messo in luce è il merito principale dell’agile ma profondo libretto di Piero Niro, pianista e studioso di estetica musicale, che ha ispirato queste righe: “Ludwig Wittgenstein e la musica”, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008.