Buffonate

Signore e Signori !
Una voce che non viene dal cuore mi dice che il titolo da me scelto volontariamente per questo libro di sciocchezze dovrebbe essere il titolo generale delle mie opere complete. Questa, almeno, vorrebbe essere l’opinione di quelli che sentono troppo il  mio valore per rassegnarsi a dir bene di me.
Ma io, coraggioso e sfrontato come i gueux (straccioni) di Fiandra, come i tories (ladri di strada) d’Inghilterra, come i cinici (cani) di Grecia, come i Sansculottes della rivoluzione e come i Decadents del 1890, accetto volentieri il banale insulto e lo pianto sopra l’opera mia come un segno di vittoria.
Davanti alle funebri boiate dei nostri ebanisti letterari io son superbo di fabbricar anche un po’ di buffonate.
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Ma non diamo troppa importanza a questa miscellanea d’immaginazioni spiritose. Qui troverete alla rinfusa, come nel disordine del mio spirito, interviste immaginarie, dialoghi inverosimili, satire moderne, avventure di socco e coturno, storie straordinarie di uomini ordinari e ritratti di oscure imbecillità. In un paese in cui l’humor non è capito, in cui l’esprit è di seconda mano e il witz sembra essere volgare prevedo che questa mi collezione fantaisiste potrà passare senza infamia  e con qualche lode. Credo che un tal genere di spirito non sia comune fra noi, dove si passa bruscamente dalla scolastica gravità della prosa «distinta» alla scimunitaggine senza fondo dei giornali per ridere. Mancano, mi pare, uomini che vogliano far sorridere per far pensare e che tentino di suggerire qualche idea insolita o qualche problema curioso attraverso la rappresentazione umoristica (in senso inglese) di un tipo o di un fatto.
Sarei contento, insomma, se questo libro potesse divertire qualche persona intelligente e si facesse leggere fino in fondo senza fatica. Nella mia breve vita ho scritto parecchi libri gravi, tragici, e probabilmente noiosi: dovevo ai miei lettori una piccola indennità di buffonerie.  
  
(Prologo)



Un deputato amico mio di cui non mi sfugge il nome ma che desidera rimanere ignoto per ragioni che fra poco saranno evidentissime, sta preparando un disegno di legge che metterà a rumore l’orto e il giardino della patria letteratura. Il disegno di legge si compone di pochi articoli e dice giuppersù in questa maniera:
« Art. I  – Per cinquant’anni dalla promulgazione della presente legge è assolutamente proibita in tutto il Regno la stampa, pubblicazione, diffusione  e vendita di ogni genere di opera in versi, nessuno eccettuato.
« Art. 2. – Tale proibizione vale anche per le opere poetiche che fossero inserite in pubblicazioni periodiche.
« Art. 3. – Ai contravventori della presente legge, siano essi autori, stampatori, detentori o venditori, sarà applicata una pena che varierà da un anno a tre anni di carcere, a seconda della gravità del reato.
« Art. 4. – I suddetti contravventori potranno pur esser condannati a una multa che andrà da L. 500 a L. 5000 e che potrà giungere fino a L. 10.000 in caso di recidiva.
« Art. 5. – Sarà pure vietata e punita la pubblica vendita di poesie, tanto scritte a mano che a macchina.
« Art. 6. – Sotto nome di opera poetica saranno comprese anche quelle composizioni le quali, per quanto scritte in prosa, presenteranno, a giudizio di appositi periti, tutti i caratteri e gli intenti della lirica.
« Art. 7. – È vietata rigorosamente la importazione di opere poetiche pubblicate in lingua italiana e stampate fuori dal Regno.
« Art. 8. – Sono pure vietate le pubbliche letture di versi, gratuite e a pagamento.
« Art. 9. – Alle donne che tentassero pubbliche letture di poesie sarà applicato il massimo della pena».

Questa la legge che sarà presentata al Parlamento l’anno prossimo, purchè, s’intende, l’amico mio sia riconfermato dai suoi elettori. Questa è la ragione principale per cui sono obbligato a nascondere il suo nome: pare che nel suo collegio abbondino, come negli altri cinquecentosette, i verseggiatori.
La prima volta che fui ammesso al segreto di questa congiura legislativa confesso che rimasi un po’ male. Non già ch’io mi creda poeta e riponga tutte le mie speranze letterarie in qualche quadernone di liriche aspettanti dentro un cassetto. Anch’io, si capisce, ho fatto a tempo perso qualche sonetto o qualche verso libero, anzi liberissimo: v’è forse un italiano munito del certificato di proscioglimento che possa buttarmi una sola pietra? Ma sono, infine, poeta di natura, lirico di vocazione o versaiolo di mestiere. Pur tuttavia quella specie di proibizione assoluta di pubblicar versi per mezzo secolo mi sembrò ridicolmente crudele. Mi parve, per dirla tutta, una proposta contro natura, contro le abitudini paesane, contro il costume nazionale, contro il «genio della stirpe» e lo «spirito della razza».

Una breve conversazione coll’arguto deputato non bastò a scemare la mia repugnanza.
- Di che cosa potranno lamentarsi, in fondo, i signori poeti? Non voglio far mica la scimmia di Platone e cacciarli dalla monarchia! Restino pure in Italia, vivano pur tranquilli sulle ginocchia delle sverginate Muse, e compongano pure tutti i carmi, gli inni, le canzoni e le laudi che vogliono. A me basta soltanto che non stampino codesta roba. Non mi pare di chiedere poi troppo. Non voglio apparire un volgare nemico della poesia. È conservata per tutti la libertà di leggere e rileggere i poeti antichi e i poeti stranieri ed è serbata come per l’innanzi la facoltà di sfogare le passioni del proprio cuore con la rima e senza la rima. Ma io credo che per un bel periodo di tempo sarà bene che l’attività poetica rimanga privata, segreta e lontana dal grave piombo delle tipografie.

- Ho capito bene i limiti del tuo divieto – interruppi - ma non vedo chiaramente per quali ragioni vorresti tramutarlo in legge dello stato. Che male posson fare quelle centinaia di volumi di versi che si pubblicano ogni anno in Italia?
- Sempre così, voialtri letterati – riprese con fare sdegnoso il mio deputato. – Non riuscite mai a vedere di colpo i rapporti tra più classi di fatti. Potete fare delle improvvisazioni divertenti, ma non riuscita mai a ragionare. Ti dirò, dunque, che la mia legge è, fra le altre cose, in favore della poesia.
- Questa sì che è bella! – esclamai. – Se il chiuder bocca lo chiami favorire….
- Basta, per carità, non dire sciocchezze anche te: siamo in troppi. Com’è possibile che tu non capisca a volo una cosa tanto semplice? Pensa un momento: su quattrocento volumi, mettiamo, di poesia che si pubblicano in Italia ce ne sono per lo meno trecentocinquanta che non valgono assolutamente nulla,, che nessuno leggerà, nessuno ricorderà e di cui, forse, anche l’autore, col tempo, si vergognerà. Fra i cinquanta che restano ce ne saranno di certo quarantasette che non sono vera e propria  porcheria, ma roba mediocre, di seconda mano, fatta d’imitazione, di reminiscenze, di echi: roba inutile, in una parola. Restano tre volumi dove ci sarà qualche verso, qualche spunto o qualche pagina di vera poesia. Di questi tre libri si parlerà ancora per cinque o dieci anni, ma gli autori avrebbero fatto molto meglio ad aspettare di avere altre pagine di poesia per farne un libro tutto poetico invece di mescolare quel poco di buono che c’è con tutto il peltro letterario che ci vuole per riempire un volume. Soltanto ogni dieci o quindici anni, a voler esser giusti, esce un libro di versi che contiene molta poesia e ch’è destinato a restare, almeno per un bel pezzo, nella storia della letteratura; sicché tu vedi bene che colla mia legge non si perderebbero tutt’al più che quattro o cinque libri buoni. Si perderebbero, cioè, per modo di dire perché quelle poesie, se il poeta vero c’è, sarebbero scritte lo stesso e tutto il male consisterebbe nel ritardarne la stampa per qualche decina di anni. Colla mia legge, perciò, io impedisco a migliaia di uomini di insudiciare ed offendere la pura e santa poesia con migliaia e migliaia di falsificazioni e contraffazioni; faccio risparmiare a codesti malfattori la spesa della stampa, la severità della critica e, in molti casi, il rimorso postumo e tardivo; non impedisco ai veri poeti di dare ascolto al loro genio ma li costringo anzi a un maggior raccoglimento favorevolissimo, come ammettono loro stessi, all’opera della lima, al disegno delle pericolose e frettolose approvazioni e all’innalzamento dello spirito nella silenziosa solitudine. Ho dunque ragione di affermare che io faccio gli interessi della poesia.

- Ma la poesia, caro mio, è fatta per tutti e anche se ce n’è poca è bene che non resti nascosta. Perché ti fa tanta paura la vanità dei poeti falliti che vogliono a tutti i costi avere il loro volume stampato?
- Prima di tutto, caro mio, la poesia è fatta da pochissimi ed è fatta per pochi. Non c’è bisogno che diventi una cosa pubblica e c’entri di mezzo lo stampatore. Io voglio che i poeti tornino alle più sante tradizioni dell’arte loro. La poesia è fatta per essere recitata e non stampata: bisogna ascoltarla dalla voce commossa del poeta e non già percorrerla freddamente cogli occhi. La poesia è anche musica ed ha bisogno della voce, del canto, della mimica. La mia legge non contempla i casi di recitazione privata di poesie e temo che questi casi saranno frequenti. In tutti i modi i poeti se ne troveranno contenti perché ognuno di noi ha sperimentato più di una volta quanto sembrino più belli i versi ascoltati che i versi letti. Anche i mediocri ci troveranno il loro tornaconto.
- Va benissimo: ma come faremo senza il controllo della stampa e senza le indicazioni della critica, a sapere quali sono i poeti buoni? E come faranno questi disgraziati a recitare continuamente le loro poesie a chi si recherà da loro? Dovranno prendersi un segretario apposta e far pagare le audizioni per ricattar lo stipendio. Gli uomini non vorranno per tanto tempo star senza poesia.
- O senti: giacché mi metti al punto di dirtelo bisogna che io ti confessi che io non sono affatto di codesta opinione e a patto di passare per un vil bottegaio ti dirò che, secondo me, la poesia non è punto necessaria agli uomini ed anzi può riuscire più dannosa che utile. Io farò finta, per non mettermi addosso tanta gente, di non esser nemico dichiarato della poesia e anzi mi darò l’aria di volerla liberare dai suoi falsi sacerdoti e mercanti, ma con te posso parlare a cuore aperto.  Io capisco gli storici che ci raccontano meglio che possono i fatti del passato; capisco, soprattutto, i fisici e gli economisti ma non capisco i poeti. Prima di tutto costoro parlano sempre di affari e sentimenti personali e non vedo perché noialtri, che abbiamo altri affari  e altri sentimenti, dobbiamo occuparci di loro. Eppoi, se guardi bene, i poeti son gente noiosa che quasi sempre si lagna o si lamenta senza che si riesca a capir bene di che. Se sono innamorati cerchino in un modo o in un altro di avere quella donna che desiderano; se son poveri vadano a lavorare; se son malati si curino; che bisogno c’è di scriver dei versi malinconici per far venire la malinconia anche a noi? E anche quando non si lamentano non c’è verso di ricavare qualche costrutto da’ loro libri: o son descrizioni o brani di oratoria o processioni di ricordi o razzi di speranze…. Roba inutile, eternamente inutile! E fanno anche del male, senza saperlo. Son proprio i poeti, quelli che esaltano i ragazzi, i giovani, gli inesperti, son loro che riempiono i loro cuori di fantasticherie, di desideri indefiniti, di sogni stravaganti, di aspirazioni balorde, di tristezze accascianti. Senza i poeti la nostra gioventù sarebbe più sana, più savia, più risoluta, più operosa.
- Tu dimentichi – dissi io – che la poesia ispira a volte sentimenti generosi ed eccita a nobili imprese.
- Chiacchiere, amico mio, chiacchiere bell’e buone. Chi ha buoni sentimenti non ha bisogno di legger versi, e il soldato combatte valorosamente anche senza aver nella testa gli inni dei poeti. Eppoi bella roba davvero s’impara anche nell’opera dei più famosi! Odio, peccato, tristezza, vendetta, sensualità, gelosia, amore della strage, dell’ozio e chi più n’ha ne metta. Se non avessi paura di un fiasco la mia legge dovrebbe essere anche più severa di così.
- Sicché sei proprio deciso a presentarla? E credi sul serio che passerà?
- Ma certamente! Le leggi che non passano sono quelle cha vanno contro a interesse troppo forti e qui, fortunatamente, non ci sono veri interessi né grandi né piccoli. Io impedisco a un ristretto numero di cittadini di far certe spese e siccome questi cittadini, in generale, son dei giovanotti che fanno pagare il conto del tipografo alla famiglia, son sicuro della riconoscenza di molti padri e di molte madri. Gli editori saranno felicissimi di esser liberati dalle infinite proposte dei poeti e non si dorranno della proibizione perché il poco guadagno che fanno con alcuni libri di poesie viene rimangiato subito dalle perdite che subiscono per i moltissimi volumi di versi che vanno male. Gli scrittori che guadagnano qualche cosa colle poesie si riducono a tre o quattro e non sono né abbastanza influenti né abbastanza numerosi per far respingere la mia legge. Niente danni economici, dunque. Anzi, se vuoi saperlo, un certo vantaggio. Tu sai che il prezzo della carta sta salendo continuamente e sai pure che la maggior parte della carta che si adopra oggigiorno è fatta di pasta di legno. In cinquant’anni, calcolando cinquecento volumi all’anno tirati a duemila copie, io riduco il consumo di tutte quelle tonnellate di carta che sarebbero necessarie per stampare cinquanta milioni di copie. Ammesso che ogni volume pesi in media quattrocento grammi, io faccio risparmiare ventimila tonnellate di carta, vale a dire, se non sbaglio, parecchi boschi. Non è un vero scandalo vedere questi poetini cantare la bellezza della campagna, delle foreste e degli uccelli, proprio su quella carta che importa diminuzione di piante e perciò anche di uccelli?
A quest’ultimo argomento non seppi, francamente cosa rispondere. È più facile confutare un ragionamento ben costrutto che un’imbecillità manifesta, armata di cifre.
Buffonate, Giovanni Papini