I miei cari amici

di Giovanni Papini

Foto afnews.info

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Cogli uomini non c’è da far bene. Alla mia età, col mio pessimismo naturale, coi vizi che non riesco a levarmi di dosso, col gusto che c’è al giorno d’oggi per i latticini e il tabacco leggero, non mi salvo. Mi tocca star solo. Eppure una compagnia ci vuole. Anche muta. Anche sorda. Anche inumana. S’è passata la stagione delle amicizie è sempre tempo buono per le conoscenze – semplici. Mi son buttato alle bestie e per ora ci sto. Non sanfrancescherìe: non sum dignus. E i lupi, anche da queste parti, non si vedon che ogni due o tre anni, ma in forma di pelli secche e accartocciate sulla schiena di un ciuco e un uomo li porta in giro accattando uova e farina. Le bestie che mi vanno a genio non sono commestibili e neppure convertibili. Né sono andato a cercarle né le tengo schiave al piacer mio. Son bestie semplici e selvatiche che menano vita solitaria come i più ragguardevoli filosofi di Laerzio. E i nostri rapporti son di buon vicinato senza galanterie in più.

Quassù nell’asciutto mio orto campagnolo, dimora un bel rospo fra i teneri fusti delle vitalbe e tra i pelosi cespi dell’ortiche, proprio sotto la fratta, tra un nocciòlo e un ciliegio.
Ma la mattina presto e la sera tardi, chi lo vuole, è in una di quelle buchette che si son fatte per piantare i pomodori – sempre in quella stessa. E siccome da parecchi giorni non piove scendo nell’orto ogni mattina  e ogni sera con la mezzina di rame e butto un po’ d’acqua intorno al suo covo. Il rospo non si muove neppure quando mi accosto e gode  chiotto chiotto quella po’ di frescura che gli par miracolosa. È un rospo grosso e corpulento, scuro di pelle e appena macchiettato qua e là nero smorto e di giallo sudicio. Qualche volta mi guarda cogli occhi alzati al cielo sereno e mi ringrazia col suo silenzio.
Accetta il mio regalo senz’ombra di servilità e non mi ricompensa col fiato avvelenato del bene che gli fo. Vorrei che molti cristiani somigliassero a lui.

Più lontano da casa ho un altro amico. È un serpone che viene tutte le mattine, appena levato il sole, fra gli scogli dello Spicchio, sotto la croce nera che piantò Valente per l’anno santo. Non è una vipera e neppure un di que’ serpenti di razza indefinita che si trovano ne’ giardini della Bibbia o tra i piedi di Zaratustra. Nei libri lo chiaman biscia; quassù i contadini lo chiamano frustone perché se qualcuno gli dà noia comincia  a menar la coda. È un bel serpe lungo più di un metro, coperto sopra di tante squamette nericcie e gialline con dei riflessi azzurri di madreperla e tutto bianco sotto. Ha il capo piccolo, un po’ a punta e lo muove sempre. Tutte le volte che arrivo lassù lo trovo disteso a pochi passi sotto la croce, in un sodettino, tra i cardi color vino che fioriscono ora e l’ultime margherite che fra poco non saranno che pìppoli di zolfo. E neppure lui si muove quando mi avvicino perché sa che non gli voglio male. E tutti e due stiamo lì qualche momento a goderci il sole che sale in trionfo su dal Castagnolo e la brezza salutifera e leggera che ripulisce la pelle. Ma quando mi muovo per tornar via e il mio bastone sbatte nei sassi anche il serpente striscia curveggiando tra i cespugli dei cerri nani e sparisce giù nella carpinaia tra una sfruscìo di frasche smosse per andare alle sue faccende. Io vado a casa dall’altra parte, e così ha termine il nostro quotidiano incontro che ci lascia contenti l’un dell’altro. Lui non mi tenta e non mi s’avventa; io non gli tiro, come fanno su di qui, né sassate né bastonate. La nostra silenziosa amicizia è fondata sul rispetto.

Un altro amico sta proprio in casa con me per quanto non ce l’abbia chiamato. È uno scorpione ch’è venuto a nascondersi nel muro scortecciato del balco dove sto quasi sempre a leggere. Dev’essere uno scorpione bambino che ha lasciato da poco il buco paterno perché è piuttosto piccolo e timido. Non avevo mai visto uno scorpione fatto così bene: tutto di un bel nero morato, colle sue branche a golfo e ben disegnate e colla sua coda dispettosa che si rizza repentina appena sente rumore. Sembra disegnato pazientemente da un chinese coll’inchiostro di china. Dicono che nel solleone questi animali pinzano e hanno il morso cattivo ma con me s’è portato bene. Credo che si contenti di acciuffar qualche mosca e di dormire. È uno scorpione modello e mansueto, forse perché non è cresciuto abbastanza. Si passa insieme parecchie ore e non mi ha dato mai noia. A volte sta nascosto in un crepo dell’intonaco o sotto una pietra smossa del davanzale. Un giorno l’ho trovato mezzo ristupidito dentro le pagine del Corriere della Sera ma s’è riavuto appena l’ho scosso dal foglio. Ho avuto un bel da fare a salvarlo dalla paletta delle donne che lo volevan morto per forza, per paura che facesse male alle bambine. Eppure una mattina l’ho visto, svegliandomi, al muro, tra i ferri del letto, e mi aveva rispettato per tutta la notte.
Suppongo volentieri che lo scorpione, come certi scrittori maledetti, valga assai più dei suoi detrattori. E fino a prova contraria lo stimo e non l’ammazzo.

Ma l’amico più allegro è la ghiandaia che ho preso l’altro giorno dalle mani poco pietose di Nello della Diomira. Con un ventino ho fatto la felicità di due esseri. La mia gaggia – in questi posti le ghiandaie le chiaman così – è giovanina, un po’ spennata, e parecchio ingorda ma fa piacere ad averla intorno. Ogni momento si sente sulla finestra o su per la scala il suo crè crè prepotente. Vuol mangiare. Apre il suo becco lungo e fa veder la sua bocca rossa e fonda che par fin troppo grande per un animalino così minuscolo. E quando s’imbocca apre le sue ali che son la sua bellezza – azzurre e nere al sommo – e mormora e gorgoglia rifacendo in sordina il suo verso. Ora che le ciliege son finite anche ai poggi è diventata carnivora e ingoia creste di galletti e cuori di piccioni ch’è un piacere a vederla. Ma si contenta, se non c’è altro, anche di ricotta e di pan molle. Quando è sazia, viene innanzi a saltarelli, mi si mette accanto, si pulisce il becco alla tesa del mio cappello, volta la testa da una parte eppoi dall’altra e ogni tanto mi fa festa con un suo breve gorgheggio gutturale e patetico che non è più il grido aspro e bramoso della fame. Poi caccia un volo e si ferma sul noce, ammirando, colle sue pupille nere e rotonde, gli assalti che i galletti dànno di già alle galline o le corse delle lucertole su per i muri del capanno.

Ma la sera, quando è buio fitto ed io non so dove sian rifugiati né il rospo, né il serpe, né lo scorpione, né la ghiandaia, – ma la sera, quando comincia a esser tardi e il vento rinforza e gli ultimi mietitori son tornati a cena – ma la sera, quando l’ultimo barlume d’occidente s’è spento e i grilli cominciano il loro infinito canto d’amore in tutti i campi della valle  – ma la sera, quando la fonte versa inutilmente il suo getto freddo e sonoro nella vasca stellata e ogni bambino ha rasciugato il pianto nel sonno  –, ma la sera mi ritrovo solo un’altra volta e torno verso la croce a contemplare le montagne tutte rigide e nere e ad ascoltare le invisibili macchie mormoranti dal fiume alle cime. In queste nottate, che la luna si leva tardi o non c’è, il cielo è pieno di stelle fino agli estremi dell’orizzonte. Non ne avevo mai viste tante. Sembra che ogni sera ne vengan fuori delle nuove tanto son fitte da tutte le parti, grosse e piccine, placide e tremanti, accostate le une alle altre quasi a toccarsi eppure così stranamente solitarie. Io mi stendo sull’erba e m’inebrio con loro di spazio, di silenzio e di solitudine. E sento più che mai d’essere solo e abbandonato sulla terra come la terra è sola e abbandonata nella moltitudine dell’universo. A forza di fissare in alto mi sembra che le stelle si moltiplichino e si stringano assieme e che tutto il cielo non sia che un gran velo ardente, più chiaro del giorno, un infinito fremito luminoso; un oceano tranquillo ondeggiante di lampi e di luci senza confine; un diamante unico, calmo nei suoi mille fuochi. Non sento e non vedo la terra in questo meriggio stellare né v’è ombra di buio in questa illuminazione celeste. E se il freddo non facesse scuotere e rabbrividire questo mio corpo forcuto vorrei aspettar lì quella vera notte ch’è l’alba.
Poesia in prosa, Giovanni Papini