Tolleranza zero

di Giampietro Baresi

«Adesso anche noi in Italia abbiamo la “tolleranza zero”». Così m’informava, durante le mie ultime vacanze in Italia, un amico di gioventù che mi aveva invitato a fare una visita alla nostra città natale per ammirare le novità. Io non gli avevo fatto alcuna domanda esplicita. Lui, però, l’aveva intuita, notando il mio grande interesse per una scena che si svolgeva sotto i nostri occhi: alcuni poliziotti stavano costringendo con la forza alcuni “mendicanti”, seduti su una panchina della piazza, a montare sulla loro automobile.

Era la prima volta che mi capitava di vedere in Italia un esempio della “tolleranza zero”, già applicata in molte altre parti del mondo. Più che la brutalità della polizia, m’infastidiva l’atteggiamento dell’amico, con il quale avevo condiviso in passato ben altre posizioni socio-politiche. Quel suo «adesso anche noi», pronunciato con l’orgoglio che gli gonfiava il petto, mi fece capire che pure lui era entrato nel folto gruppo dei discepoli del “Gospel made in USA”, cioè il Vangelo formato Usa. A confermarmi in questa opinione, arrivò la seconda parte del suo messaggio: «Sono finiti i tempi del buonismo!».

La fede è fede. Ed è indiscutibile. Soprattutto quando si fonda su ignoranza e autosufficienza. Come facevo a dirgli che si tratta di un vangelo in netta opposizione alla Buona Notizia di Cristo? Come spiegargli che è un grande imbroglio, orchestrato, alcune decenni or sono, negli Stati Uniti, precisamente al Manhattan Institute, con la promozione a profeta di Charles Murray, un politologo disoccupato, di mediocre reputazione? Costui, nel 1984, scrisse Losing Ground: American Social Policy 1950-1980, la “bibbia” della nuova religione dei conservatori americani, subito annunciata al mondo con un battage mediatico senza precedenti. Il libro indicava nell’eccessiva generosità delle politiche pubbliche di sostegno ai gruppi svantaggiati la causa dell’incremento della povertà negli Stati Uniti.

Il campo era già preparato, arato e concimato da una miriade di predicatori che proclamavano ai quattro venti: «Benedetti coloro che fanno i soldi». A questa “beatitudine” faceva da eco la “maledizione” contro tutti coloro che i soldi non li fanno e, per di più, creano difficoltà a quelli che li sanno fare. La lista dei maledetti fu presto redatta: i giovani delinquenti, i senza casa, i disoccupati, gli immigrati, i mendicanti, gli assistiti dal servizio sociale, gli abitanti dei quartieri poveri... Tutte persone qualificate come aventi un basso quoziente di intelligenza e propense al disordine, e quindi da tener sotto controllo, sottomettere e sbattere in prigione, applicando la politica della “tolleranza zero”.
Questa politica trovò il suo primo terreno di sperimentazione a New York, dopo l’elezione del repubblicano Rudolph Giuliani a sindaco di quella città nel 1993. Dopo alcuni anni, i sostenitori dissero che la ricetta si era dimostrata fenomenale nel ridurre drasticamente la criminalità. Così, molti la accettarono in maniera acritica, ignorando del tutto il parere contrario di chi aveva esaminato da vicino le cose. Come Loïc Wacquant, docente all’Università di California e ricercatore al Centro di sociologia europea del Collège de France, il quale, nel 1999, in uno studio dal titolo Les prisons de la misère, attraverso un’analisi puntuale dei fatti, smascherò il mito della “tolleranza zero”, mettendone in evidenza alcune tendenze di fondo che avevano trovato nell’Europa di quegli anni la loro definitiva deflagrazione.

Nei discepoli di questa nuova religione non c’è solo ignoranza, ma anche la strenua difesa di una posizione di comodo (in Brasile diciamo “comodismo”). A chi non fa piacere vivere in una società tranquilla e pulita, senza tutte quelle persone sporche e noiose che circolano senza meta, spaventando la gente? Però, chi ha voglia di cercare il perché si è arrivati a questo stato di cose?

Un esame attento ci direbbe che l’origine sta nel sistema neoliberale e nel suo impero globalizzato, che riconoscono come cittadino solo chi collabora all’accumulo del capitale. Tutto deve essere programmato dal “dio capitale”, che tiene i propri fedeli in un regime di schiavitù, mascherata dietro una facciata di libertà. Al punto che l’unica ribellione al nuovo ordine oggi viene dal pianeta Terra, che non accetta più di essere trattata come mero oggetto di compravendita.

Riguardo alla volontà di porre termine al “buonismo”, posso anche essere d’accordo. Basta accordarsi su cosa si vuol dire. Se, parlando di attività assistenziali, in particolare di quelle della chiesa, si dice: «Sono finiti i tempi del solo buonismo», sono pronto a convenire. Si sa che le pur encomiabili opere di assistenza, se non sono accompagnate da un approfondito studio sulle origini delle varie povertà e da azioni mirate a porre fine alle ingiustizie che le causano, finiscono con il rafforzare il sistema che crea masse di diseredati. Non è un caso che il sistema è sempre pronto a collaborare con chi fa la carità, senza però creare problemi.

“Tolleranza zero” dovrebbe essere la parola d’ordine di coloro che lottano contro il dominio del capitale sulla dignità delle persone. (www.nigrizia.it)