L'Italia non rispetta i diritti umani

di Luciano Bertozzi

Christine Weise, presidente di Amnesty International

Christine Weise, presidente di Amnesty International

Christine Weise, presidente della sezione italiana di Amnesty International, critica la posizione dell’Italia verso le persone in fuga dal conflitto. E ribadisce la necessità di rivedere le norme sul commercio internazionale di armi.

Presidente Christine Weise, l'Onu, con la risoluzione 1973, secondo alcuni giuristi, ha imposto la "No-Fly Zone" in Libia, ma non il bombardamento di città e l'uccisione di persone indifese. Anche i bombardamenti "mirati" italiani produrranno inevitabilmente vittime innocenti. La logica muscolare ha prevalso sul diritto, affermando l'idea che con le armi si possano risolvere i problemi politici. Cosa pensa al riguardo?
Amnesty International aveva proposto alla comunità internazionale di congelare il patrimonio di Gheddafi e la sua famiglia, di imporre un embargo sulle forniture di armi al governo libico e di deferire Gheddafi alla Corte penale internazionale. Abbiamo chiesto che venissero aperti corridoi umanitari per l'ingresso di aiuti e percorsi sicuri in uscita per le persone che necessitano di lasciare la Libia.
Chiediamo da settimane la solidarietà dell'Europa verso le persone in fuga dal Nord Africa, molte delle quali possono essere state oggetto di respingimenti nei mesi passati. Abbiamo invitato il governo italiano a contribuire all'evacuazione dei rifugiati intrappolati in diverse città libiche. Quando sono iniziati i bombardamenti abbiamo chiesto a tutti i governi coinvolti in queste operazioni di rispettare inderogabilmente le norme del diritto internazionale umanitario e questa è la richiesta che ora rivolgiamo anche a quello italiano. Sarebbe paradossale se, in nome della protezione dei civili, si facessero vittime civili attraverso attacchi indiscriminati o sproporzionati.

L'Italia ha riconosciuto ufficialmente il Consiglio nazionale di transizione (Cnt), l'organizzazione politica dei ribelli, fra i cui leader vi sono ex esponenti di primo piano del regime di Gheddafi. Il Cnt ha reso noto che rispetterà il trattato italo-libico, che delega alla Libia la repressione dell'immigrazione. È possibile sostenere tale governo, che rischia di non garantire il rispetto delle libertà fondamentali?
La richiesta di rispettare i diritti umani vale per tutte le parti in conflitto, comprese le forze leali a Gheddafi e ovviamente i gruppi di insorti. A questi ultimi dev'essere detto in modo molto chiaro che il rispetto del diritto umanitario durante il conflitto e il rispetto dei diritti umani, in particolare qualora avranno responsabilità istituzionali nel futuro del loro paese, dev'essere una condizione irrinunciabile alla quale dovrà essere condizionato ogni appoggio ulteriore. Sarebbe un pessimo segnale se in Libia dovessero cambiare le persone al potere ma non cambiassero prassi e leggi che hanno negato al popolo libico e alle persone straniere nel paese il rispetto dei diritti umani fondamentali negli ultimi decenni.

Il Mediterraneo è pieno di navi ed aerei militari. Secondo alcune testimonianze, la Nato non sarebbe intervenuta per salvare i profughi in mare. Ma la guerra non è stata scatenata proprio per "salvare i civili"?
Non abbiamo prove certe che sia andata in questo modo e i resoconti che parlano di interventi tardivi fanno parte del materiale che i nostri esperti stanno analizzando. Non c'è dubbio che i soccorsi in mare devono essere la massima priorità.

In Italia, la guerra sembra essere stata l'occasione, sull'onda dell'emergenza, per rendere ancora più severe le norme per il contrasto all'immigrazione. Qual è la sua posizione?
La risposta che l'Italia ha dato alla crisi umanitaria nell'Africa del Nord è stata inaccettabile, una crisi a sua volta. È certo che politiche di cooperazione basate sulla negazione dei diritti umani di migranti, richiedenti asilo e rifugiati abbiano fatto disapprendere all'Italia le buone prassi e le capacità di accoglienza. L'Italia, insieme agli altri paesi dell'Europa, deve contribuire ad una politica dell'immigrazione rispettosa dei diritti umani e lungimirante per quanto riguarda lo sviluppo della macroregione mediterranea.

I governi europei, nonostante abbiano sostenuto fino alla fine i regimi corrotti e liberticidi dell'Africa settentrionale, hanno dato una risposta egoista e di chiusura a quanti cercavano in Italia ed in altri paesi europei un futuro migliore. Cosa propone Amnesty per pervenire ad una politica europea sull'immigrazione basata sull'integrazione e sull'accoglienza?
Occorrono esattamente politiche di questo genere: accordi bilaterali che includano come condizione indispensabile il rispetto dei diritti umani, che investano sui diritti umani pena la fine o il mancato avvio di questi accordi. L'Europa deve cessare l'approccio basato sulla sicurezza a costo dei diritti umani e capire che solo il rispetto dei diritti umani è la condizione per una sicurezza autentica.
 

Le esportazioni di armi italiane in Libia, sono un esempio eclatante di politica irresponsabile; oggi addirittura i nostri militari possono essere uccisi dalle armi da noi vendute in passato. Cosa sarebbe necessario per evitare situazioni così paradossali?
Serve un trattato internazionale sul commercio delle armi, che impedisca la fornitura di armi a paesi che violano i diritti umani. Da anni Amnesty International sta promuovendo l'idea di questo trattato, bozze del quale circolano già all'interno delle Nazioni Unite. Tra qualche anno, il trattato potrebbe vedere la luce. Fino ad allora, occorre che il nostro paese riveda interamente la sua politica estera, nella parte che è stata dominata da tempo da accordi privi di riferimento al rispetto dei diritti umani e da invii di armi a paesi che quei diritti umani li violano. La Libia è un esempio perfetto di quegli accordi e di quegli invii. (www.nigrizia.it)