Le banche armate

di Gianni Ballarini





L’anno scorso, il continente africano ha rappresentato oltre il 14% dei 3 miliardi di euro gestiti dagli istituti di credito per conto delle aziende armiere italiane. In testa alla classifica torna il Gruppo Bnp Paribas. Nel decennio 2000-2010, il primato spetta alla Bnl.

Nelle classifiche economiche, spesso l’Africa finisce nei gorghi dei bassifondi. Con gli stereotipi, che l’accompagnano, di un continente alla canna del gas. Poi, spuntano statistiche spiazzanti. Se si va a vedere, ad esempio, quanto pesa l’Africa nelle transazioni bancarie legate al trasferimento di armi italiane all’estero, spunta una percentuale a doppia cifra: 14,26%. Con un paese, l’Algeria, che da solo vale oltre l’8% dei 3 miliardi e spiccioli di euro che rappresentano, nel 2010, il totale delle operazioni bancarie autorizzate dal ministero dell’economia e delle finanze alle banche in Italia per l’export di armamenti. Anche Libia (99,3 milioni; 3,26%) ed Egitto (21,9 milioni, 0,72%) – oggi terre di rivolte – occupano posti di primo piano nella classifica.

L’annuale  Relazione della presidenza del Consiglio sul commercio dei materiali di armamento conferma ciò che da sempre si conosce: le armi, vendute anche ai paesi in via di sviluppo, costituiscono l’ossigeno per l’asfittico mercato del credito. I dati delle tabelle pubblicate, è bene precisare, segnalano solo quante volte e per quali importi una banca accredita a un proprio cliente soldi che questo ha guadagnato vendendo armi all’estero. Operazioni bancarie che devono essere notificate al ministero del tesoro, che provvede, poi, a rilasciare l’apposita autorizzazione. L’istituto di credito funziona, insomma, da soggetto incassatore.

Nel 2010, il ministero ha autorizzato 1.602 transazioni (1.628 nel 2009), il cui valore complessivo è stato di circa 3 miliardi e mezzo di euro (4 miliardi e spiccioli nel 2009). Di queste transazioni, 943 (1.043 nel 2009) si riferiscono ad autorizzazioni a operazioni di esportazione definitiva di materiali di armamento, per un ammontare poco superiore ai 3 miliardi di euro (3 miliardi 795mila, nel 2009). Il primato spetta al  Gruppo Bnp Paribas (che comprende  Bnp Paribas, Bnl e Fortis), tornato in vetta a questa classifica con 959,3 milioni di euro, pari al 31,49% del totale. Resta al secondo posto la  Deutsche Bank, anche se in leggero calo rispetto al 2009 (835,9 milioni contro 900,5). Mentre ritorna sul podio Unicredit Group, con 297,6 milioni (9,77%). Mandando in fumo i proclami degli anni scorsi di un suo presunto disimpegno dal settore.

Particolarmente attivi gli istituti transalpini, come la banca d’affari  Natixis, passata dai 19 milioni del 2009 ai 282,6 (9,28%) del 2010 (4° posto in classifica). Una new entry è il  Crédit Agricole Corporate and Investment Bank, al 7° posto con 104,2 milioni (3,42%). In drastico calo, invece, le attività del  Gruppo Intesa San Paolo, che dai 233 milioni del 2009 è passato ai 39,4 del 2010. Pure il  Gruppo Ubi Banca ha sforbiciato alla grande, scendendo dal miliardo 246 milioni di euro del 2009 ai 170,6 milioni del 2010. Se si studia ciò che è accaduto nel primo decennio del nuovo millennio, è facile verificare come il titolo di “banca armata” per eccellenza spetti, per distacco, alla  Banca nazionale del lavoro, dal 2006 incorporata nel  Gruppo Paribas: 2 miliardi 100 milioni di euro di operazioni autorizzate dal ministero. Una somma pari all’11,3% dei 18 miliardi e mezzo di euro che il mondo creditizio italiano ha gestito tra il 2000 e il 2010.

Dal 2003, la  Bnl ha reso pubblica «la decisione di ridurre progressivamente il proprio coinvolgimento nelle attività finanziarie legate al commercio di armamenti», impegnandosi a «limitare le proprie attività relative alle operazioni di esportazione e importazione di materiale d’armamento unicamente a quelle verso paesi dell’Ue e Nato, nell’ambito delle rispettive politiche di difesa e sicurezza ». Promessa che non appare rispettata. La  Bnl è finita nel mirino anche di 13 associazioni della società civile italiana, che l’hanno criticata non solo per le operazioni di sostegno alla produzione ed esportazione di armamenti. Ma anche per il finanziamento a società che realizzano impianti nucleari ad alto rischio. Il  Gruppo Paribas, infatti, risulta la banca più esposta a livello mondiale nel sostenere la costruzione di centrali per l’energia nucleare civile.

Dovrebbero essere in molti, tuttavia, a battersi il petto con un rosario di  mea culpa, se si ritiene che le scelte quotidiane debbano essere innervate da gesti etici. Ad esempio, tre dei quattro istituti di credito che hanno gratificato il Vaticano, sostenendolo nell’organizzazione della beatificazione di Papa Wojtyla, domenica 1° maggio, sono banche armate:  Bnl, Intesa-San Paolo e Unicredit. Come dire: chi è senza peccato, scagli la prima pietra…







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