Tutto diventa possibile

di William Dalrymple

«Sono un sannyasi soltanto da quattro anni e mezzo»  mi disse. «Prima ero direttore commerciale della Kelvinator, un’azienda di elettrodomestici di Bombay. Ho fatto un MBA all’università di Patna, ed erro considerato dai miei datori di lavoro un tipo molto ambizioso. Ma un giorno semplicemente decisi che non potevo passare il resto dei miei giorni a piazzare ventilatori e frigoriferi. Così me ne andai. Scrissi una lettera al mio capo e ai miei genitori, donai tutti i miei averi ai poveri e presi un treno per Benares. Lì gettai via anche il mio vecchio vestito, mi cosparsi il corpo di cenere e trovai un monastero».

«Non ti sei mai pentito di ciò che hai fatto?» gli chiesi.
«Fu una decisione improvvisa»  rispose Ajay. «Ma no, non me ne sono mai pentito, neppure per un minuto, neppure quando mi capita di non mangiare per diversi giorni e di essere affamato».
«Ma come hai potuto adattarti ad un tale cambiamento di vita?».
«Certo, all’inizio fu molto difficile» disse. «Ma, in fondo, tutto ciò che nella vita ha veramente valore richiede tempo. Ero avvezzo ad ogni comodità: mio padre era un politico, ed era molto ricco per gli standard del nostro paese. Ma io non ho mai voluto vivere un’esistenza mondana come la sua».

Intanto eravamo giunti in cima alla cresta, il pendio scendeva a picco dai due lati. Ajay additò le foreste e i pascoli che si stendevano ai nostri piedi, cento diverse sfumature di verde incorniciate dal bianco abbagliante dei picchi innevati in lontananza di fronte a noi:
«Quando cammini in montagna la mente diventa lucida» disse. «Tutte le preoccupazioni svaniscono. Guarda: porto soltanto una coperta e una bottiglia d’acqua. Non possiedo nulla, dunque non ho preoccupazioni».

Sorrise: «Quando s’impara a dominare i propri desideri, tutto diventa possibile».
Un mondo in cui un autentico sadhu Naga, completamente nudo, possiede un MBA era qualcosa a cui mi sarei abituato nel corso dei miei viaggi per questo libro. Lo scoros novembre, per esempio, riuscii a rintracciare un celebre tantrista in un crematorio presso Birbhum, nel Bengala Occidentale. Tapan Goswami era un nutritore di teschi. Vent’anni prima era stato intervistato da un professore americano di religioni comparate, il quale poi scrisse un saggio sui rituali magici e di evocazione degli spiriti praticati da Tapan, che si serve di teschi lavorati di donne morte vergini e di suicidi senza pace. Aveva tutta l’aria di un materiale interessante, benché di natura vagamente lugubre, così trascorsi gran parte della giornata aggirandomi nei vari crematori di Birbhum prima di trovare finalmente Tapan, seduto fuori dal suo piccolo tempio di Kali nei sobborghi della città, intento a preparare un sacrificio alla dea.

Il sole stava ormai tramontando, era l’imbrunire; un’inquietante pila funeraria fumava ancora di fronte al tempio. Le mosche ronzavano dappertutto nell’aria calda e immobile. Io e Tapan discutemmo di tantra, e mentre moriva il giorno egli mi confermò che in gioventù, quando il professore lo aveva intervistato, era stato veramente un nutritore di teschi. Sì, disse, tutto ciò che era stato scritto su di lui era vero, e sì, ogni tanto lavorava ancora i teschi per evocare i proprietari defunti e servirsi dei loro poteri. Purtroppo, aggiunse, non poteva parlarmene nel dettaglio. E perché mai? Chiesi. Perché, rispose, i suoi due figli erano adesso oftalmologi di successo nel New Jersey, e gli avevano categoricamente proibito di concedere ulteriori interviste, affinché la voce che la famiglia si dilettava di magia nera non danneggiasse le loro proficue carriere sulla East Coast. Adesso stava persino meditando di abbandonare i suoi teschi e raggiungere i figli negli Stati Uniti.

Vivendo in India negli ultimi anni, ho visto questo paese cambiare ad una velocità ancora inimmaginabile alla fine degli anni Ottanta, quando mi ci trasferii per la prima volta. Ritornato a Delhi dopo quasi un decennio, presi in affitto una casa colonica nella periferia a sud-ovest della città, a cinque chilometri dallal cittadina di Gurgaon, che era in piena espansione. Dalla fine della strada si vedevano spuntare gli anelli delle nuove zone residenziali, affollate di call center, società di informatica e e stabili di lusso, a occupare aree che fino a due anni prima erano ancora terreno agricolo vergine. Sei anni più tardi, Gurgaon si è estesa ad una velocità tale da confinare quasi con la nostra fattoria, e quello che orgogliosamente è definito il più grande centro commerciale d’Asia si è avvicinato sino a meno di mezzo chilometro da casa.

Lo sviluppo ha una velocità mozzafiato per chiunque sia abituato ai lentissimi ritmi di crescita dell’Europa occidentale: le costruzioni che in Inghilterra richiederebbero venticinque anni di lavoro, qui sono consegnate in sei mesi. Com’è noto, l’India sta già per superare il Giappone quale terza economia del mondo, e secondo stime della CIA supererà anche gli Stati Uniti entro il 2050 circa.
Tutto questo è così sorprendente che è facile dimenticare la fragilità e lo squilibrio di tale crescita. Uscire da Gargaun sull’autostrada per Jaipur significa tornare indietro nel tempo verso un mondo premoderno, più antico, più lento. Lasciandosi alle spalle la sede locale di Microsoft o Google Asia, nel giro di venti minuti automobili e camion cedono il posto a cammelli e carretti trainati da buoi, e giacche, jeans e berretti da baseball a polveroni dhoti di cotone e turbanti. È un’India completamente diversa, ed è qui, in luoghi sospesi tra modernità e tradizione, che sono ambientate molte delle storie di questo libro.
Nove vite, William Dalrymple