Immagini

di Virgina Woolf

Se la vita ha una base su cui poggia, se è una tazza in cui si mettono cose, e di nuovo cose, e si colma – allora la mia tazza senza dubbio poggia su questo ricordo. È il ricordo di giacere mezzo addormentata, mezzo sveglia, nel mio letto nella stanza dei bambini a St. Ives. Di udire le onde frangersi, uno, due, uno, due, mandando spruzzi d’acqua sulla spiaggia; il frangersi delle onde, uno, due, uno, due, dietro la tenda gialla. È di udire la tenda strascicare la sua piccola nappa sul pavimento quando il vento la sospinge in fuori. È di stare sdraiata e udire gli spruzzi e vedere questa luce, e pensare, è quasi impossibile che io sia qui, è di provare l’estasi più pura che io sappia immaginare.

Potrei cercare per ore di scriverne come ne andrebbe scritto, di rendere quella sensazione, ancora in questo momento tanto intensa in me. Ma non riuscirei (a meno che non mi toccasse una straordinaria fortuna); sarei forse riuscita ad avere questa fortuna se avessi incominciato col descrivere lei, Virginia.
Ed eccoci a una delle difficoltà dello scrittore di memorie, che spiega come mai, delle tante che leggo, tante sono dei fallimenti. La persona a cui sono accadute le cose non compare. E questo perché è così difficile descrivere un essere umano. Perciò dicono: “Ecco quello che è accaduto”; ma non dicono com’era la persona a cui è accaduto. E gli eventi significano molto poco, se già non conosciamo la persona a cui sono occorsi.

Chi ero io? Adeline Virginia Stephen, seconda figlia di Leslie e Julia Prinsep Stephen, nata il 25 gennaio 1882, discesa da una numerosa ascendenza, in parte famosa, in parte oscura; nata da una famiglia molto ramificata, nata da genitori non ricchi ma agiati, nata in un mondo fine secolo che amava comunicare idee, scrivere lettere, farsi visita, conversare, elaborare idee; sicché potrei se volessi scrivere a lungo non solo di mia madre e mio padre, ma di zie e zii, di cugini e amici. Ma io non so quanto di tutto questo, né quale aspetto di tutto questo, mi fece provare quella sensazione nella stanza dei bambini a St. Ives. Non so quanto io sia diversa dagli altri. Questa è un’altra difficoltà per chi scrive memorie. Pure, per descrivere se stessi in modo veritiero bisogna avere un criterio di paragone: ero intelligente, stupida, bella, brutta, appassionata, fredda…? Anche perché non andai a scuola, non dovetti mai competere con bambini della mia età, non ebbi mai modo di mettere a confronto con quelli degli altri le mie doti e i miei difetti.

Ma poi c’era una ragione esterna che spiegava l’intensità di quella prima impressione, l’impressione delle onde e della nappa sulla tenda; la sensazione, come talvolta me la descrivo, di stare in un acino d’uva e di vedere attraverso un velo di giallo semitrasparente: quell’impressione era dovuta in parte ai lunghi mesi trascorsi a Londra. Il cambiamento di stanza era un grande cambiamento. E c’era il lungo viaggio in treno; e l’eccitazione. Ricordo il buio; le luci; l’agitazione dell’andare a letto.
Ma per fermare la mente sulla stanza dei bambini: aveva il balcone; di là del divisorio il balcone continuava in quello della camera da letto di mio padre e mia madre. Mia madre si affacciava al suo balcone con indosso una vestaglia bianca. Sul muro cresceva la passiflora; grandi fiori a stella con venature viola, e grosse gemme verdi, parte piene, parte vuote.

Se fossi un pittore userei per queste prime impressioni il giallo pallido, l’argento, il verde. C’era la tenda giallo pallido; il mare verde; l’argento della passiflora. Dipingerei quella visione sferica, semitrasparente. Forme di petali incurvati, di conchiglie, di oggetti che fossero semitrasparenti; traccerei forme curve che lasciano trasparire la luce ma non restituiscono contorni netti. Tutto sarebbe grande e indistinto; e ciò che si vede verrebbe nello stesso tempo udito; suoni uscirebbero dal petalo, dalla foglia: suoni indistinguibili dalle immagini. Di suoni e di immagini sembrano fatte in egual misura queste prime impressioni. Quando penso a quel mattino presto, a letto, sento anche, cadente da grandi altezze, il gracchiare dei corvi. Il suono sembra attraversare un’aria elastica, gommosa; che lo trattiene; che gli impedisce di essere tagliente e indistinto. La qualità dell’aria sopra Talland House pareva tenere in sospensione il suono, lasciarlo affondare lentamente, quasi fosse rimasto impigliato in un azzurro velo gommoso. Il gracchiare dei corvi fa parte del frangersi delle onde – uno, due, uno, due – e dello sciabordio quando l’onda si ritira e poi si raccoglie di nuovo, e io giacevo là mezzo sveglia, mezzo addormentata, lasciandomi invadere da un’estasi quale non so descrivere.

«Immagini del passato», in Momenti di essere, Virginia Woolf