Pannunzio, uomo liberale. Anzi, libero

di Gianni Saporetti

Mario Pannunzio in archivio, foto di Paolo Di Paolo

Mario Pannunzio in archivio, foto di Paolo Di Paolo


La straordinaria storia di Mario Pannunzio, pittore, cineasta, letterato, antifascista, anticomunista e anticlericale in un'intervista con Massimo Teodori, storico e saggista, docente di Storia americana.














Leggendo il tuo libro su Pannunzio la cosa che più colpisce è questa sua capacità di mettere insieme tutte queste persone che la pensavano diversamente una dall’altra e restando però, nello stesso tempo, fedele a una linea politica rigorosa. È un  personaggio straordinario. Ci puoi raccontare?
Innanzitutto va detto che la vita di Pannunzio, che nasce nel ’10, è una vita complessa perché per una prima parte che va fino al 1942, Pannunzio è essenzialmente un letterato umanista dai vasti interessi civili e culturali, ma non si occupa di politica. In quel periodo, cioè dal 1928-29, quando aveva 18-19 anni, fino al ’42, fa una serie di riviste - "Oggi", "Argomenti", e così di seguito - che sono dapprima essenzialmente letterarie e culturali e poi, alla fine degli anni 30, divengono settimanali di attualità. Poi lui è un pittore che viene invitato a 19 anni a esporre i suoi quadri alla prima quadriennale d’arte che si apre nel 1932 a Roma. Un pittore, quindi, molto promettente. Poi, cosa singolarissima, diventa un grande esperto di cinematografia. Frequenta il primo corso del Centro sperimentale di cinematografia che si apre a Roma nel 1935 e da allora, sino a tutti gli anni 30, firma molte scenografie e alcune regie, rimaste abbastanza sconosciute.

Poi, nel 1937 viene chiamato come redattore capo, insieme ad Arrigo Benedetti, ad "Omnibus" di Longanesi, su cui scrive per due anni una colonna settimanale di cinema. Di questo periodo ci rimangono 120 colonne di critica cinematografica. Poi alla soppressione di "Omnibus", ricrea un’altra rivista insieme a Benedetti, che si chiama con lo stesso nome "Oggi" che va avanti fino al 1941. Su queste sue riviste, soprattutto sulle ultime alla fine degli anni 30, che sono dei rotocalchi d’attualità, si ritrovano già tutte quelle grandi firme, da Nicola Chiaromonte ad Alberto Moravia, da Corrado Alvaro a Mario Tobino, ma la lista è lunghissima, che poi, nel dopoguerra, collaboreranno con lui, prima nel quotidiano "Risorgimento Liberale" e poi nel "Mondo". Quindi, dicevo, il personaggio è complesso perché fino a 32-33 anni è un personaggio non caratterizzato politicamente. Qual è la sua definizione politica? Questo è importante, perché si rifletterà anche sul dibattito che c’è stato nel primo dopoguerra. Lui si definisce a-fascista, cioè uno di coloro che non erano degli antifascisti militanti, ma che non erano neanche assolutamente dei fascisti. Tanto è vero che in tutti i suoi scritti di carattere culturale, sia che riguardino la cinematografia, che l’arte, la letteratura, o la cultura in generale, ha sempre un punto di vista molto distante da quello del regime. Pannunzio, cioè, non è stato mai un uomo collaterale al regime.

Per intenderci, non ha fatto mai nessuna di quelle cose che molti intellettuali, passati nell’immediato dopoguerra direttamente al partito comunista, avevano fatto negli anni 30. Quindi lui era a-fascista.

Però coltivava una grande quantità di interessi, letterari, politici, storici e artistici. La sua biblioteca, che io conosco, contava 30.000 volumi. E lui, di fatto, si fa un’educazione liberale, liberale in senso moderno, che si trova riflessa nell’unico saggio che Pannunzio ha scritto in vita sua. Si tratta di un saggio su Tocqueville, che esce nell’agosto del ’43, cioè all’indomani del 25 luglio. Questo saggio, evidentemente, lo aveva
cominciato a scrivere molto prima: ho trovato una serie di quaderni, di appunti su Tocqueville accumulati nel tempo. Che cos’è questo saggio su Tocqueville? In realtà è anche un saggio autobiografico. Pannunzio che vive sotto la dittatura di Mussolini si specchia nel Tocqueville che vive sotto Napoleone III. Leggendo di Tocqueville sembra di leggere la sua storia, la biografia dei suoi primi vent’anni. E questo spiega anche come, nel ’43, quest’uomo, che non era stato un antifascista, viene incarcerato a Regina Coeli per quattro mesi per antifascismo perché aveva cominciato a collaborare ai primi nuclei di ricostituzione del partito liberale che tra la fine del ’42 e l’inizio del ’43 si riunivano proprio qui a Roma.

A lui fu affidata subito la redazione di "Risorgimento Liberale", che fino al giugno ’44, giorno della liberazione di Roma, esce come foglio clandestino. Poi, dal giugno Pannunzio ne diventerà ufficialmente direttore facendone, a detta di tanti, il miglior quotidiano della Liberazione. La cosa stupefacente è come questo personaggio letterario diventi improvvisamente un osservatore politico di grande maturità, ascoltato punto di riferimento della cultura e della politica liberale moderna, quella che poi avremmo chiamato "liberale di sinistra" e in seguito "radicale".
Nell'estate del ’44 così illustrava le sue idee: "Il partito liberale non è un partito conservatore ... Non è un partito di destra. Non difende interessi e privilegi costituiti. Non spalleggia l’alta borghesia, l’alta industria, l’alta finanza. Se forze reazionarie stanno veramente ‘in agguato’, siano pur certe che i liberali non saranno al loro fianco". Qualche tempo dopo, in polemica con Togliatti, affermava che "il partito liberale è democratico e progressista per sua natura e non dietro la spinta degli avversari" e ribadiva: "O il partito liberale riesce a mantenersi quale... partito di centro che appoggia e fa suoi gli ideali e gli interessi dei ceti medi, artigiani, contadini, impiegati, professionisti, imprenditori, commercianti, in stretta collaborazione con i ceti operai, un partito ‘evoluzionista’ insomma e non rivoluzionario, ansioso di una riforma morale del nostro paese... oppure sarà sopraffatto, ed ecco ogni strada aperta all'anarchia, alla prolungata occupazione straniera, alle dittature di classe, borghese o operaia che sia".

In polemica con i "neofiti marxisti", faceva addirittura notare che i "giovani liberali non rifiutano quel tanto di positivo che si riscontra nelle dottrine socialiste, ma condannano e respingono le abbaglianti attrattive del materialismo, dell’edonismo, del classismo, dell’egualitarismo e così via.
Esser liberali significa oggi essere socialisti in modo assai più avveduto e attuale di quel che credono gli epigoni di Marx che a tutti gli effetti possono essere considerati dei conservatori".
Ecco, quella è stata sempre la sua linea.

Ma l’esperienza del partito liberale naufraga presto per Pannunzio…
Lui sta nel partito liberale fino alla fine del ’47, quando la maggioranza di destra del partito decide di allearsi con i qualunquisti. Nel novembre ’47 abbandona la direzione di "Risorgimento Liberale” e abbandona il partito liberale stesso con tutto il gruppo della sinistra. In quel periodo si fanno due o tre convegni che si chiamano già allora i convegni della "terza forza". Perché, qual era la sua idea, che già si trova negli scritti del ’44-’45? La sua idea di fondo era, in realtà, che le forze liberal-democratiche - e lui pensava a una parte del partito d’azione, al partito repubblicano, ai demo-laburisti - dovevano stare insieme per fare in Italia una grande forza moderna che si opponesse al partito comunista e ai frontisti, da una parte, e alla democrazia cristiana, dall’altra. Questa è un’idea fissa per lui, che perseguirà per tutta la vita. Per questo io ritengo che Pannunzio sia stato un grande leader politico che non è riuscito a realizzare quest’idea del partito della terza forza per via delle tante divisioni e delle risse.
Anche quando si crea il partito radicale, nel 1955, e io ahimé c’ero, l’idea era che questo partito dovesse costituire il nucleo della terza forza. Un progetto a cui, all’epoca, anche La Malfa era indirizzato.  

Al "Mondo" invece ci riesce a tener insieme "tutta l’area"
Il primo numero del "Mondo” esce nel febbraio del 1949 e Pannunzio, unico in Italia, riesce a fare di quel giornale un importante punto di riferimento di tutto il mondo della terza forza. Intesa, quest’ultima, nel senso più ampio del termine, non solo politico, ma anche culturale. Se noi andiamo a vedere i collaboratori del "Mondo", è una cosa abbastanza stupefacente, perché lui è riuscito a mettere insieme, come si suol dire sempre, Croce e Salvemini. che avevano litigato terribilmente nel ’44-’45, perché gli azionisti e i liberali nei comitati di liberazione, in quegli anni, erano su sponde opposte: i liberali erano più o meno contro l’eccezionalità del "tutto il potere ai comitati di liberazione", parola d’ordine sostenuta, invece, dagli azionisti; i liberali erano per una certa continuità dello Stato e per il garantismo e gli azionisti, invece, - una parte degli azionisti, perché negli azionisti c’era di tutto - erano dei giacobini. Pensiamo a personaggi come Leo Valiani, Aldo Garosci, Guido Calogero, che furono collaboratori fondamentali del "Mondo", per non parlare di Mario Paggi, anche lui azionista con una rivista, "Lo Stato Moderno", che
voi dovreste far conoscere perché era la più bella rivista che sia mai stata fatta allora.
Insomma, Pannunzio fece un vero miracolo. Fece
collaborare Salvemini accanto a Croce, Einaudi accanto a Leo Valiani, Ignazio Silone insieme a Riccardo Lombardi

Con Nicola Chiaromonte era amico...
Con Nicola Chiaromonte erano amici fin dal 1933, dal primo "Oggi", e da allora stabilirono una strettissima collaborazione fino a quando Chiaromonte lasciò l’Italia per Parigi. Chiaromonte era già allora di Gl e a Parigi strinse il sodalizio con Andrea Caffi. Ma rimasero in stretto contatto tanto che, quando Chiaromonte nel ’49 rimase senza lavoro, chiese a Pannunzio di trovargliene uno: "Ho bisogno di lavorare, potrei fare l’ottimo corrispondente del Corriere della Sera da Parigi".
Nel libro, per dare l’idea della confidenza fra i due, riporto una lettera in cui Pannunzio, dopo essersi lamentato con l’amico per il suo lungo silenzio, si abbandona poi a un giudizio confidenziale su Piovene, che peraltro aveva iniziato a collaborare al "Mondo": "Le notizie che mi dai sulla parte avuta da Guido Piovene nella faccenda dell’Unesco non mi stupiscono, per me è un abile scrittore ma un’anima nera e noi forse lo conosciamo meglio di te… per far dimenticare gli articoli scritti durante il fascismo, dopo la liberazione diventò bolscevico, poi a poco a poco ha cambiato colore e ora, stabilitosi in America, sembra non voler più tornare in Europa per paura del comunismo".
Questo lo scrive Pannunzio a Chiaromonte.

Quindi il "Mondo" è un’esperienza unica in Italia
È un esperienza unica, anche perché riesce a essere un giornale molto politico che spinge sulla linea di una terza forza occidentale, atlantica, europea, antifascista, chiaramente anticlericale, e anticomunista. Ma
anticomunista in modo non becero. E tutto questo viene fatto con grande spessore culturale, perché era riuscito a fare un’orchestra e a far suonare insieme, come dicevo, anche diverse voci con diverse culture.
Riesce a tenerli insieme. E li tiene insieme con autorevolezza. Io l’ho conosciuto Pannunzio, però poi ho studiato molto le sue carte, ho parlato molto con quelli che lo avevano conosciuto più da vicino, tra cui la mia
migliore amica, questa signora di 85 anni che si chiama Giulia Massari, che è stata la collaboratrice più stretta di Pannunzio. Lui aveva una naturale autorevolezza, di una persona che parla poco, ma quando parlava bastavano poche parole sue perché gli altri lo seguissero. E probabilmente questa autorevolezza era data dalla sua profonda cultura da illuminista e da umanista di vecchio stampo, che lui non ha mai sfruttato, perché Pannunzio, dopo il saggio su Tocqueville, non ha mai scritto un libro. Ha scritto solo un romanzo, Chiaromonte dice che poi l’ha distrutto, ma non è vero.

E che fosse un personaggio straordinario lo dice il fatto che a lui si rivolgevano tutti, dal Presidente della Repubblica Einaudi, con cui intrattiene una fitta corrispondenza, a tanti uomini politici di serie A, a cominciare dal presidente del consiglio De Gasperi, che, quando appariva una cosa sul "Mondo" gli scrivevano subito. Il "Mondo” era un giornale che vendeva 15.000 copie nell’Italia degli anni ’50. In un’Italia ancora clericale, arretrata, con un partito comunista fortissimo, con una forte presenza di neofascisti e una destra aggressiva, il "Mondo" era ritenuto un’isola di grande cultura ed era fortemente rispettato.

Togliatti lo leggeva attentamente
Beh, Togliatti ha dedicato cinque anni della vita a polemizzare col "Mondo”, una polemica costante. Su "Rinascita", firmandosi Roderigo di Castiglia, dedicava insulti a tutti: contro l’antifascista Garosci, denigrato perché anticomunista e quindi inadatto a trattare con serietà la storia dei fuoriusciti, contro l’anticlericale Rossi, i cui ragionamenti avrebbero contribuito "al trionfo dei reazionari e dei clericali", contro Salvemini, definito "falsificatore della storia", contro Bobbio che procedeva ad "astratta idealizzazione di un astratto regime di liberalismo", contro l’economista Wilhelm Ropke, accusato di "tirar fuori lo sconcio ghigno hitleriano", eccetera eccetera.
Del resto basta ricordare cosa Togliatti scrisse a proposito del famoso libro sul comunismo, Il Dio che è fallito; di Gide, per esempio: "È meglio che si occupi di pederastia, di cui lui è maestro".

Tu scrivi che il "Mondo" si impegnò proprio in un programma di riforme per l’Italia
Infatti, non dobbiamo pensare che il "Mondo" sia stato solo un’esperienza straordinaria per via del suo spessore politico-culturale e del numero delle persone che riuscì a tenere insieme; lo fu anche nel preparare un grande programma di riforme per l’Italia. Come avvenne questo? Dal 1955 al ’62 gli "Amici del Mondo” organizzarono dodici convegni su una serie di temi specifici: la lotta contro i monopoli, petrolio in gabbia, processo alla scuola, i padroni della città, Stato e Chiesa, atomo ed elettricità, stampa in allarme, verso il regime, le baronie elettriche, borsa e borsaioli. E sono dei convegni a cui collaborarono tutti i migliori personaggi dell’epoca, e non solo dell’area. Parteciparono anche democristiani e cattolici di peso. E da questi convegni uscirono sempre fuori dei programmi di riforma per l’Italia.

Ma l’orizzonte politico qual era?
Dovevano essere i convegni preparatori del centro-sinistra. Loro pensarono, ad un certo punto, che occorresse il centro-sinistra, ma un centro-sinistra che non fosse una formula di partiti, ma un grande esperimento riformatore di tutte le forze migliori in Italia. Sotto la regia di Pannunzio e di Ernesto Rossi, e un pochino per i temi economici anche di Eugenio Scalfari, aggredirono i temi della giustizia, della scuola, della pubblica amministrazione, dell’economia, eccetera, eccetera.
Quei convegni erano dei momenti molto concreti in cui tutti quanti si mettevano attorno ad un tavolo per riflettere sul da farsi. Se si prendono i libri di quei convegni del "Mondo" si può vedere che sono tuttora attuali, perché riguardano problemi mai risolti.

Ma poi quando il centro-sinistra arrivò, arrivò anche la delusione
Sì, cominciò la tragedia del centro-sinistra che non faceva nulla. Fece la nazionalizzazione dell’energia elettrica e basta. Allora cominciò anche il grande tramonto del "Mondo" e di tutto il gruppo e anche la grande malinconia di Pannunzio. Perché avevano puntato, non alle chiacchiere
politiche, ma a una trasformazione dell’Italia, precisa, puntuale. E per fare questo avevano cercato di costruire una grande forza liberal-democratica. "Il Mondo" finisce nel ’66 e finisce su questa delusione del centro-sinistra, è lui che lo vuol chiudere. Scrive l’editoriale di chiusura, lui che non aveva mai scritto una riga sul "Mondo"…

Ma è incredibile…
Sì, la rivista era tutta ispirata da lui, ma lui non scrisse mai una riga.
Facevano una riunione una volta a settimana. I taccuini, che apparivano in seconda pagina e parlando di attualità politica erano una specie di editoriali, erano certamente ispirati da lui ma erano scritti da quattro, cinque persone: Cesarini Sforza, Battaglia, Forcella, eccetera. In compenso il suo epistolario conta circa 20.000 lettere, e credo di essere l’unico o quasi ad averle lette tutte.
Ecco, lui sul "Mondo” scrisse solo "Ai lettori", l’editoriale di chiusura che è un vero testamento, un bilancio della propria vita, in cui si ritrovano tutti quanti i suoi temi, e dove al centro, a mio avviso, c’è un intreccio strettissimo fra politica, cultura ed etica pubblica. C’è un passaggio di questo suo scritto finale in cui lui dice: "L’uomo politico, se non vuole essere un puro faccendiere, è anch’esso un intellettuale che vive pubblicamente e che fa con naturalezza la sua parte nella società".
Quindi questa è la singolarità di un personaggio… a mio avviso senza eredi. Io l’ho sempre scritto, attirando polemiche: l’eredità di Pannunzio non c’è, perché Scalfari non c’entra niente con lui, Pannella non c’entra niente con lui e tanta altra gente che si richiama a lui, a destra e a sinistra, in realtà fa parte di altre storie.
Quella è una storia legata alla sua persona e alla ricchezza straordinaria di quello strumento in quel contesto, punto e basta. In una certa maniera è l’ultimo uomo, diciamo, di una linea che va dall’umanesimo all’illuminismo al Risorgimento. Per tanti versi, è un grande uomo risorgimentale, che crede in questi valori, nel senso più profondo del termine, e che, insieme, ha una capacità straordinaria di avere dei rapporti con le persone.

Ma si può dire che abbiano fallito?
Allora, la mia tesi storiografica è che il grande male, il grande problema dell’Italia, la grande arretratezza dell’Italia, deriva dal fatto che è mancata sempre una forte forza liberal-democratica. Quando dico liberal-democratica, intendo liberal-socialisti, socialisti liberali, democrazia liberale, tutta quest’area assieme; una lunga linea, per intenderci, alla cui origine metto Turati e Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola e i Rosselli. Loro sono i padri fondatori.
Detto questo, però, sostengo anche un’altra tesi, abbastanza eccentrica rispetto alla normale storiografia di tutti, ed è che tra il ’44 e il ’60, questo mondo liberal-democratico che va dagli azionisti fino a Benedetto Croce e a Luigi Einaudi, ha esercitato un grande peso sull’Italia. Pensiamoci: le scelte occidentali sono dovute a loro, contro la sinistra frontista ma anche contro la Dc, che era molto riluttante per i problemi del Vaticano a legarsi a una nazione protestante; le stesse scelte europee, con Rossi, Spinelli, sono dovute a loro; la liberalizzazione degli scambi è dovuta a La Malfa; tutta la restaurazione economica dell’Italia è dovuta a una linea che parte da Luigi Einaudi; il mantenimento dei diritti civili è dovuto per intero a questo gruppo che faceva le grandi battaglie contro la censura, contro la discriminazione delle minoranze religiose e via di seguito.
In quel ventennio, quindi, fino all’inizio degli anni 60, l’Italia esce dalla situazione di arretratezza, si trasforma da paese agricolo molto clericale e tradizionale in un paese moderno, rientra nel circuito dell’Europa e delle nazioni occidentali. Insomma, è stato, in un certo senso, il periodo d’oro
dell’Italia, con uno slancio, una creatività della società, straordinari. Ecco, lì, in quel periodo, il "Mondo", questa cosa piccola, ma dove Croce, Salvemini, La Malfa, Saragat, Silone, Chiaromonte, Riccardo Lombardi, Sturzo perfino, grazie a Pannunzio, riuscirono a stare insieme, ha significato qualcosa di abbastanza importante, e non sul piano delle belle idee, ma su quello del confronto con la realtà.
Poi, teniamo presente che anche da un punto di vista elettorale quest’area non era così marginale, perché, mettendo insieme i vari pezzi... Se poi ci mettiamo anche il partito socialista…

Con la scelta autonomista…
Certo, con la scelta autonomista, quel mondo rappresentava  il 20-25 per cento dell’elettorato. Purtroppo spezzettatissimo.

E però Pannunzio non superò la delusione…
No. Lui passava tutte le giornate a casa a fumare cento sigarette e a leggere nella sua biblioteca. Di fatto si lasciò morire. Nel ’68, a 58 anni. (www.unacitta.it - Gianni Saporetti)