Il rissoso Freud, Lucian

di Francesco Panaro Matarrese

Kate Moss e Lucian Freud

Kate Moss e Lucian Freud


"Ho sempre sognato di dipingere il sorriso, ma non ci sono mai riuscito"
Francis Bacon









Uomo e artista rissoso e scontroso, per niente facile. In un piccolo autoritratto del 1978, battuto poi da Sotheby’s per una cifra andata oltre i 3 milioni di euro, Lucian Freud si dipinse con un occhio nero. Era la conseguenza di alcuni cazzotti presi in una rissa con un tassista londinese. La sua pittura scorbutica e plastica è fatta di  colpi di luce e colore su carne di  marmo grezzo. 

Nel 1933, dopo l’arrivo di Adolf Hitler al potere in Germania, l’architetto Ernst Freud – figlio di Sigmund e padre di Lucian – si trasferisce con tutta la famiglia nel Regno Unito. Qui il giovane Lucian porterà avanti i suoi studi artistici e sarà naturalizzato inglese.

A vederlo, lui, l’artista, a guardare nella sua vita sembra un simpatico e amabile cialtrone che non si è tirato indietro di fronte a nulla. Bisogna dimenticare le opere e l’immagine del nonno Sigmund, quell’agitazione tanto ben contenuta dall’iconografia in bianco e nero. Lucian ha versato molto colore sulla tela, e altrettanto nella vita. Ha lasciato decine e decine di figli in giro per il mondo, un numero che si aggira fra quaranta e cinquanta. La maggior parte non riconosciuti, dicono i patiti del pettegolezzo da vernissage e galleria d’arte.

Ma dal nonno Sigmund, dal padre della psicoanalisi, aveva ereditato il frugare, lo scandagliare, il cercare negli angoli, l’affondare le mani nella  materia.  È così che uomini, donne, animali e cose emergono dal profondo con non pochi dubbi, e rimangono  nudi nella sostanza. Corpi scuoiati del loro costume sociale dell’apparenza, del  buon senso tribale della civiltà. È così che l’umanità assume un altro aspetto annullando la sembianza, mostrando un’altra verità, quella originaria, quella di Lucian Freud, certo.

Comprate il biglietto per la più brutale delle prossime guerre, prenotatevi il posto in prima fila per guardare, dal vero, il più orrido dei delitti che verrà commesso da un essere, non si avrà mai il senso della pasta di cui è fatto il genere umano. L’opera di Freud, detto con semplicità, è fatta di estremo realismo nonostante non faccia vedere il  reale. Perché il  reale, per ognuno, non è il fatto in sé, l’accadimento, ma l’ammasso informe che giace negli individui.

C’è la sensazione che Freud nipote avesse interrogato Freud nonno e la sua psicologia del profondo della cultura occidentale moderna. Lucian vorrebbe far  resuscitare i morti, e qui sarebbe superfluo spiegare che il riferimento non è a quei morti dove corre usualmente la memoria, ma riportare alla vita tutto ciò che è stato dimenticato e sepolto. Questa è l’operazione complessa dell’artista, la  resurrezione.  

I luoghi della materia del profondo – nonché quella onirica che si pone come mediatrice – definiti da James Hillman ne  Il sogno e il mondo infero sono «come un regno fatto di materia melmosa o fecale. Platone (La repubblica, 363c-d) dice che l’Ade è di fango; Aristofane, nelle  Rane, descrive una palude traboccante di escrementi; Kerényi, quando parla di Eracle che attraversa le acque melmose dell’Acheronte, dice che esse richiamano la palude di Stinfalo, nonché, aggiungerei, le stalle di Augia piene di sterco. A proposito del testo della  nekya che aveva tradotto. Dieterich osserva che la fascinazione degli autori cristiano-orfici per la purgazione e per l’inferno immaginato come buco schifoso, pieno di sangue e brago riflette la doppia connotazione della diarrea, da un lato immagine oggettiva, intesa ad ammonire con la repellenza, dall’altro sintomo soggettivo della paura provocata da quell’immagine. Si potrebbe inoltre ricordare come, per gli egizi, i morti nel mondo infero camminassero a testa in giù, sicché il contenuto degli intestini fuoriusciva dalla bocca».

Lucian Freud rivolta i corpi, li espone per mostrare ciò che ribolle immobile e silenzioso nel pozzo della psiche. Nonostante non faccia vedere, davanti ad una sua tela tutto è chiaro. La vecchiaia, la pelle e le carni flaccide, i muscoli che hanno ceduto al peso di gravità, i corpi che giacciono mummificati sulle tele. Che siano giovani muscolosi e ben torniti o vecchi, la mano di Lucian livella tutti. È così che ha ribaltato il senso classico del ritratto e del nudo, quell’operazione mistificatoria che dà la migliore immagine del sé ai posteri, quella che fa vedere la parte  buona del soggetto.

Con questa sua lente che mette tutto a nudo ha ritratto mogli, compagne, amici, figli e non solo. Senza inchinarsi alla bellezza ha ritratto la modella Kate Moss, e men che meno si è genuflesso davanti alla corona d’Inghilterra, ritraendo la regina Elisabetta con la faccia pesante, tumefatta, quasi mascolina. Più una popolana segnata dalla vita e dall’alcool che Sua Maestà: il sangue blu non è più blu e non scorre nelle arterie, ma negl’intestini.

Lucian Freud è rimasto artista figurativo fino alla fine, in un secolo, il Novecento, in cui le avanguardie hanno fatto tabula rasa, hanno raso al suolo tutte le possibili forme. Freud, per quasi tutto il secolo ha tenuto la figura al centro del discorso sull’arte. 

Senza perdonare nulla agli esseri umani, e questo lo ha messo in un’area espressionista, anzi, neo-espressionista. Ma la critica, nel suo eterno imbroglio di imbrigliare una materia così poco domabile come l’arte e gli artisti, ne ha trovate di correnti e movimenti da costruirgli intorno, dalla Nuova oggettività al  surnaturel, Chagall. Un elenco molto lungo e spesso contraddittorio frutto della consueta abilità dell’industria commerciale dell’arte.

Ma come tutti gli artisti del secolo scorso, e sicuramente anche quelli che verranno, Freud era un  falso. Apparteneva alla scuola, molto comune, che una volta trovata la  forma adeguata la riproduceva all’infinito, senza variazioni e modulazioni. L’opera d’arte dalla fine dell’Ottocento fino ai giorni nostri soffre di una replicazione continua con poche o inesistenti cambi di rotta. Trovata la formula, lo stile rimane sempre quello, fino alla fine dei giorni dell’artista.

E quindi le opere sono immediatamente riconoscibili per forme, colori. Diventano marchi che si replicano all’infinito. Chi non riconosce a colpo d’occhio un Modigliani? E un Burri? Si vuole escludere Pollok e Pomodoro dal lungo elenco? I nomi di artisti del Ventesimo secolo che hanno sacrificato l’arte sull’altare della replica artistica sono tanti, se non proprio tutti. E non si parla di falsi d’arte, naturalmente.

Inventato un modello, viene ripetuto, riprodotto come un modulo fedele, ingabbiando l’artista e la ricerca artistica in una mesta carcere, con alti steccati che annullano la creatività a favore dell’opera d’arte molto vicina al prodotto industriale. Ogni singola opera è uguale a quella precedente, con poche o, nella maggior parte, inesistenti variazioni stilistiche e di ricerca, come un qualsiasi marchio di un prodotto che si può osservare nelle campagne pubblicitarie. E non si parla di pittura e scultura nell’era della riproducibilità tecnica, come la serialità delle serigrafie di Andy Warhol, che avrebbe bisogno di una trattazione a parte, differente.

Nel 2012 a Londra si è tenuta una imponente retrospettiva che ha raccolto quasi tutti i lavori più importanti dell’artista molto amato dagli inglesi. Lucian nel 1948 aveva sposato la figlia dello scultore Jacob Epsteine, dopo il divorzio sposò lady Caroline Blackwood. Determinante per la crescita artistica fu l’incontro e l’amicizia con una delle più importanti intelligenze creative dell’arte contemporanea, Francis Bacon. E poi la terza generazione dei Freud, che non si è tenuta lontana dalle scene artistiche e del jet set. Jane MacAdam Freud, scultrice figlia di Lucian e Matthew, figlio di Clement, fratello dell’artista, che ha sposato Elisabeth, figlia di Rupert Murdoch il magnate australiano della comunicazione con pochi scrupoli.

Tutto il bagaglio dei due Freud, nonno e nipote, entro il 2012 è stato solo un’appendice utile alle case d’asta e ai galleristi per far crescere i prezzi del  mondo infero di un pittore scontroso, rissoso, a tratti geniale, a tratti alla ricerca di un’affiliazione al mondo dello spettacolo, molto comune nel mondo dell’arte contemporanea. Un  maledetto poeta moderno dell’immagine al quale gli hanno perdonato tutto, ma non c'era nulla da perdonare.