Verità e comunità. E Tav

di Matteo Santarelli

In questi ultimi mesi, un paese che sembrava narcotizzato da 15 anni di populismo televisivo ha conosciuto momenti di vitalità sociale insperati e promettenti. Non se ne farà qui l’elenco. E non si esaminerà il ruolo che internet ha svolto nelle vittorie ai referendum su nucleare, acqua e legittimo impedimento. Al contrario, queste pagine prendo spunto dalle vicende  del movimento No Tav, reso noto ai meno informati dagli  scontri del giugno scorso e luglio scorso. Già, gli scontri. Se c’è qualcosa in grado di dividere il sempre fragile e precario fronte del progressismo italiano, di certo è la questione della violenza. Se infatti nel caso del referendum hanno marciato insieme – volenti o nolenti – Pd e Federazione della sinistra, comitati spontanei e sindacati, Arci ed associazioni cattoliche, il tema della violenza al contrario ha apparentemente frantumato in mille pezzi il popolo dei beni comuni, rimettendo in scena  la vecchia ma sempre fortunata commedia degli equivoci della politica italiana. Nella parte dei “Responsabili”, ecco i maggiori partiti che condannano prontamente la violenza, specie se rivolta contro una scelta presa democraticamente nelle sedi appropriate (provincia, regione). Nel ruolo dei “Violenti”, i cosiddetti estremisti, vestiti di nero e pronti ad inserirsi nelle altrui questioni armati di bastone, pietre e retorica spontaneista. Stretta tra i due blocchi, si consuma l’antica tragedia dei non violenti che condividono la protesta pur rifiutando ogni tipo di dissenso non pacifico.
Difficile prendere posizione, in un dibattito reso così poco credibile sin dal principio. Impossibile d’altronde non prendere posizione, data la rilevanza della questione. Deviando dalla sciocca dialettica televisiva violenza-non violenza, sarebbe preferibile  isolare un aspetto della vicenda Tav tanto centrale, quanto trascurato: il rapporto tra comunità e verità. In breve, una domanda: in che modo la comunità dice e conosce la verità su se stessa?
Uno degli argomenti più seri contro la costruzione della linea ad alta velocità in Val di Susa è rappresentato dalla pressoché unanime contrarietà della popolazione locale. A questa obiezione, le autorità hanno risposto all’unisono, ribadendo la correttezza formale dei passaggi democratici che hanno portato alla decisione di costruire la Tav in quel territorio. Ci può stare, forse no; ma al di là del piano della forma e della legalità, viene da chiedersi se sia giusto che il parere contrario di un cittadino direttamente investito dall’impatto della decisione abbia lo stesso peso specifico del parere favorevole  di un suo omologo che vive a centinaia di chilometri di distanza. E se a dichiararsi contrario è non un individuo isolato, ma un’intera comunità, ecco che la costruzione della Tav appare come un sopruso anti-democratico a mezzo di democrazia.

Ma la politica, come noto, è fatta anche di slogan. Uno di questi recitava: “ No alla Tav. I beni comuni alla comunità”. In modo sintomatico, questo slogan mostra come un certo tipo di sacrosanta protesta territoriale rischi di scivolare in un comunitarismo poco convincente e molto pericoloso.  Se linea d’ argomentazione è: “La comunità è contro l’opera  x ; la verità che la comunità dice su se stessa è per definizione indiscutibile; dunque l’opera  x non va fatta”, si da per scontata una premessa non trascurabile. Una premessa che definisce la comunità come un’entità compatta, inscalfibile, che intrattiene un rapporto di verità immediato con se stessa. Nella storia moderna e contemporanea, le esigenze cosiddette universalistiche dello Stato e del mercato si sono spesso imposte con la violenza ed il terrore sulle esigenze comunitarie delle minoranze. Gli indios sono stati sterminati, perché la Spagna aveva bisogno di colonie; gli indiani d’America, confinati nelle riserve perché il capitale doveva mettere a regime le loro terre. Questi infami  episodi hanno certo contribuito a far nascere una sensibilità verso le esigenze delle minoranze, e verso il loro elementare diritto alla sopravvivenza. Accanto a questo sentire, si è sviluppata in parallelo una corrente di pensiero volta a legittimare filosoficamente e politicamente il diritto delle comunità alla loro autodeterminazione. Il comunitarismo, questa corrente di pensiero che ha i suoi esponenti più maturi in Charles Taylor e Alasdair MacIntyre, antepone generalmente alla libertà dell’individuo la sopravvivenza del suo gruppo di appartenenza, considerando la prima una variabile dipendente della seconda; e di conseguenza, propende per una difesa ad oltranza delle esigenze comunitarie laddove l’azione  dello Stato o del mercato assuma i contorni di una minaccia di estinzione culturale, o peggio reale.
Il comunitarismo ha molte ragioni, ed un grande torto. Nel suo nome, come nota Seyla Benhabib, si è salvaguardata talvolta l’integrità culturale di una minoranza al prezzo di giustificare, o lasciare impuniti crimini efferati ed infami. L’esempio della violenza sulle donne è in questo senso emblematico. Molti giudici occidentali hanno infatti assolto uomini colpevoli di stupro o omicidio, poiché tali crimini erano giudicati leciti nel loro codice culturale d’appartenenza in quanto reazioni giustificate a comportamenti femminili oltraggiosi. Ora, decisioni controverse come queste non vengono dal nulla. Piuttosto, esse sono la conseguenza di un pericoloso assunto, spesso implicitamente o inconsciamente condiviso dai comunitaristi.
Si può ammettere senza difficoltà che l’individuo moderno rappresenti una mera astrazione, se pensato fuori dalle relazioni sociali ed affettive che lo costituiscono sin dalla sua nascita, e forse anche prima.

Molto più difficile e controverso risulta invece sostenere che la comunità di appartenenza dell’individuo rappresenti un blocco monolitico, compatto, la cui sopravvivenza debba avere per definizione la meglio sulle esigenze di libertà dei singoli che ne fanno parte. Ed ancora più indifendibile appare la tesi secondo la quale la comunità è un’entità capace di esercitare in modo esclusivo il diritto di dire la verità su se stessa e su questioni ad essa inerenti. I motivi che spingono a rifiutare simili posizioni vanno respinte per motivi elementari, ma non banali. Innanzitutto, cominciamo col dire che la comunità, per quanto piccola, marginale ed oppressa possa essere, è spesso attraversata dai conflitti e dalle ingiustizie che con tanta veemenza vengono denunciate quando si presentano a livello macroscopico. Il modo in cui un piccolo gruppo tratta la differenza sessuale, le differenze di classe ed i rapporti di potere tra forti e deboli non può essere trascurato o giustificato adducendo il semplice alibi della dimensione. Certo, è vero che esistono minoranze sfruttate ed umiliate da maggioranze arroganti e prepotenti; ma non per questo le prime sono legittimate a vantare in linea di principio il diritto di non essere mai messe in discussione, né  dall’interno né  dall’esterno. Si può riconoscere e sostenere con forza il diritto della comunità a difendere la propria esistenza ed i propri interessi, senza con ciò prendere automaticamente per vero ciò che la comunità, o i suoi rappresentanti, sostengono.
In questo schema, piuttosto che in quello logoro e stantio della discussione tra violenti e non violenti, va inserita la questione Tav. Essa mette positivamente in discussione alcuni principi della democrazia rappresentativa, mostrando il paradosso di una decisione formalmente democratica, in quanto  ratificata da rappresentanti democraticamente eletti nelle elezioni provinciali e regionali, ed allo stesso tempo sostanzialmente rifiutata da quei  cittadini e da quelle  cittadine che di tale decisione dovranno subire le conseguenze. Ma se il no alla Tav viene difeso in base ad un preteso rapporto immediato ed infallibile tra la comunità e verità, allora ci si espone alle difficoltà filosofiche e politiche che abbiamo sopra elencato.
Eppure, siamo portati spontaneamente a giudicare come credibile questa opzione in realtà così debole. I motivi storico politici di questa adesione istintiva, sono stati già esposti. Le piccole comunità hanno subito nel corso della storia le più feroci angherie ed i più efferati soprusi. Ed ovviamente, tutto ciò che abbiamo detto finora non ci assolve minimamente dalle colpe di cui, noi Occidentali, ci siamo macchiati attraverso gli stermini dell’età moderna, e la contemporanea deturpazione della natura che ospita le popolazioni indigene. Siamo molto lontani dal ridicolo film di Mel Gibson  Apocalypto, nel quale vengono mostrate le violenze perpetrate dai Maya con lo scopo didascalico di giustificare la successiva invasione spagnola, con annesso sterminio. Il punto in esame  è di natura epistemologica, con evidenti ricadute politiche.

E’ indubbio che la verità non sia qualcosa che abita nella pura interiorità di un individuo isolato,  condannato a  perdere il contatto con il vero nel momento in cui viene contaminato dal legame con l’altro. La relazione è una dimensione onnipervasiva della nostra esistenza, così come la scoperta della verità è un’operazione impensabile senza lo scambio con gli altri “ricercatori” e senza un minimo riferimento ad un mondo comune. Questa fu una delle grandi intuizioni di un autore geniale e trascurato  come Charles Sanders Peirce. Peirce criticò con ferocia l’idea d’ispirazione cartesiana secondo la quale la verità fondamentale – il  cogito – si ottiene attraverso un atto introspettivo di intuizione pura ed immediata. L’intuizione è un’illusione ottica, l’individuo è pura negazione se preso in se stesso, nella sua astrazione. La verità è il compito ed il destino di una comunità di interpreti; l’oggettività, è allo stesso tempo compromissione con la casualità sfuggente del reale, e ricerca di credenze condivise oltre la particolarità dei punti di vista. Di conseguenza, la ricerca della verità ha una indiscutibile natura comunitaria. Tuttavia, la comunità che si rivelerà in grado di produrre gli “interpretanti finali” dei segni della realtà non esiste qui ed ora, ma solo in quanto idea regolativa della ricerca. Un ‘idea regolativa non illusoria a parere di Peirce, ma pur sempre collocata in un futuro indefinito. 
Alla base di questa tesi peirceana, che meriterebbe una discussione più attenta e dettagliata, c’è una doppia intuizione assolutamente condivisibile. La prima intuizione, è che  la verità è un prodotto della comunità. La seconda, è che questa comunità non esiste ancora, in quanto allo stato attuale esistono diverse comunità, la cui esistenza è epistemologicamente necessaria, ma la cui natura  è intrisa di particolarità . Non si può quindi ripetere il giochetto cartesiano, che maschera dietro la presunta infallibile certezza del cogito il vuoto riferimento dell’Io a se stesso, semplicemente spostandosi dal livello della mente individuale a quello del gruppo. Detto in parole povere: ogni verità infallibile è necessariamente vuota, in quanto prodotta dal riferimento di un parlante a se stesso. Se io dico “questo”, o “Io”, i due termini che uso denoteranno sempre qualcosa, in quanto sono elementi dell’enunciato che si riferiscono all’atto stesso di enunciare. Ma nel momento in cui io nomino qualcosa, nel momento in cui costruisco enunciati sul mondo là fuori e sul mondo dentro di me, mi metto in gioco ed entro nel campo della fallibilità. Forse, la cosa che nomino non esiste; forse, il predicato che attribuisco ad un certo soggetto è quello sbagliato. Lo stesso vale per la comunità: nel momento in cui essa, o chi per lei in sua rappresentanza, prende parola con pretesa di contenuto, il suo giudizio perde l’aura dell’immediatezza e dell’infallibilità.

La comunità che parla di se stessa non produce dunque giudizi insindacabili, o almeno non in linea di principio, per due motivi. Innanzitutto, per motivi tecnici, ossia in quanto il “trucchetto” dell’autoriferimento funziona ad ogni livello solo sacrificando la dimensione fondamentale del contatto con la realtà e dell’esperienza. Inoltre, parlando di sé la comunità può ridurre la complessità degli elementi variegati che la compongono, magari riproducendo in scala ridotta i soprusi e le violenze che essa subisce dai grandi “soggetti”, quali lo Stato, il mercato, e così via.
E’ chiaro che il tentativo di inquadrare la protesta contro la Tav in questa prospettiva non vuole in alcun modo sminuire la forza e la ragione di chi scende in piazza contro una decisione ingiusta, così rivelatrice dei limiti e delle contraddizioni di una democrazia puramente formale e rappresentativa. Purtroppo, non di rado una giusta battaglia è stata condotta tramite pensieri sbagliati. Se si dice che “i beni comuni sono della comunità”, si ignora che neanche la più piccola delle comunità è immune dai processi di inclusione ed esclusione, quando invece i beni comuni  dovrebbero essere fruiti in modo non esclusivo, comune appunto. Ma gli slogan sono slogan, e forse quello preso di mira in queste pagine non rappresenta minimamente tutti coloro che sono andati giù nel bosco, esercitando in pratica ed in sostanza il diritto di dire  la loro su se stessi e sulle cose che li riguardano. Questo sì, un diritto insindacabile ed inderogabile.