Goethe e i Lestrigoni

di Francesco Panaro Matarrese



Un brutto colpo di vento spinge nel porto di Malcesine, Verona, la barca che sta traghettando il poeta tedesco sul lago di Garda. Di quella sosta forzata ne approfitta per fare un disegno del vecchio castello diroccato, ma dovrà vedersela con la forte diffidenza verso gli stranieri non del popolo che ne è incuriosito, ma degli amministratori del borgo. Malcesine, dice Goethe, «aveva minacciato di trasformarsi per me nel paese dei Lestrigoni…», un popolo di giganti antropofagi citati da Omero nell’Odissea che distrusse le navi di Ulisse. Di quella terra Omero narra che la notte è così breve che il pastore che sta uscendo con il gregge la mattina presto per il pascolo, incontra l’altro pastore che sta rientrando perché è già sera.
Questo è l’inizio del viaggio in Italia di Goethe con pericolosa sosta a Malcesine, dove oggi niente è cambiato. Nemmeno l’intelligenza del podestà leghista. Una pagina di letteratura dell’altro ieri lontano, era il 1786. Come se fosse stata scritta in questi giorni.

 

Il vento contrario che mi sospinse ieri nel porto di Malcesine mi ha procurato un’avventura pericolosa, che però ho sopportato di buon umore e che nel ricordo mi appare divertente. Come mi ero proposto, stamattina di buon’ora mi sono recato al vecchio castello, il quale è accessibile a chiunque, essendo privo di porte, di custodi e di sentinelle.
 
Mi sedetti nel cortile di fronte alla vecchia torre, costruita sulla roccia viva; avevo trovato un comodissimo posticino per disegnare: entro il vano d’una porta chiusa, alta tre o quattro gradini dal suolo, un sedile di pietra lavorata, come ancora se ne trovano nei nostri vecchi palazzi.
 
Non ero andato lì da molto, quando varia gente entrò nella corte e prese a osservarmi andando e venendo. Il gruppo s’infittì; finalmente si fermarono e mi fecero circolo attorno. Era evidente che il mio disegno li aveva incuriositi; io però non mi lasciavo disturbare e proseguivo tranquillo.
 
Alla fine un uomo dall’aspetto non molto rassicurante si aprì un varco fino a me e domandò cosa stavo facendo. Gli risposi che ritraevo la vecchia torre per conservare un ricordo di Malcesine. Lui replicò che non era permesso e che me ne andassi. Poiché aveva parlato in un rozzo vernacolo veneto, quasi incomprensibile per me, gli risposi che non avevo inteso.
 
Allora, con flemma tutta italiana, egli afferrò il mio foglio. Lo strappò e poi lo rimise sul cartone. A questo punto potei notare una cert’aria di disapprovazione fra gli astanti; in particolare una donna anziana osservò che non era quello il modo: bisognava chiamare il podestà, che solo era competente in simili questioni. Io me ne stavo sugli scalini, appoggiando la schiena alla porta, e guardavo dall’alto il pubblico che si andava accalcando sempre più.
 
Quegli sguardi fissi e curiosi, quell’espressione bonaria della maggior parte dei volti, e insomma tutto ciò ch’è tipico d’una folla straniera, mi disponevano all’allegria. Mi pareva d’avere dinnanzi il coro degli uccelli, del quale mi ero beffato tante volte nella parte Treufreund sul palcoscenico di Ettersburg.
 
La cosa mi mise di buon umore, talché, quando arrivò il podestà col suo attuario, lo salutai affabilmente e, avendomi egli chiesto perché disegnavo la loro fortezza, gli risposi con modestia che non avevo riconosciuto una fortezza in quelle quattro mura. Richiamai l’attenzione sua e dei presenti sullo stato di decadenza delle torri e dei muri, sulla mancanza di porte, in breve sul fatto che tutto era in abbandono, e gli assicurai di non aver voluto far altro che vedere e ritrarre una rovina.
 
Egli replicò che, se si trattava di una rovina, non capiva che cosa ci potessi trovare di notevole. Per guadagnar tempo e benevolenza, mi diffusi a spiegargli come anche a loro fosse noto che molti viaggiatori venivano in Italia solo per vedere delle rovine; che Roma, la capitale del mondo devastata dai barbari, era piena di rovine, ritratte centinaia e centinaia di volte, e che non tutte le antichità erano rimaste ben conservate come l’anfiteatro di Verona, che pure speravo di vedere presto.
 
Il podestà, che mi stava di fronte ma più in basso, era un uomo alto ma non proprio allampanato, sulla trentina. I lineamenti ottusi del suo viso poco intelligente andavano in perfetto accordo col modo lento e confuso con cui poneva le domande.
 
L’attuario, piccolo e più sveglio, sembrava però anch’egli piuttosto sconcertato dal caso nuovo e strano. Continuai a parlare sullo stesso tono; avevano l’aria di darmi volentieri ascolto, e volgendomi ad alcuni benigni visi di donne credetti scorgervi consenso e approvazione.

Ma non appena ebbi menzionato l’anfiteatro di Verona, che nel paese è conosciuto col nome di Arena, l’attuario, che nel frattempo aveva riflettuto sulla faccenda, osservò che questo era ben comprensibile, dato che si trattava d’un monumento romano noto in tutto il mondo, mentre in quelle torri non c’era nulla di notevole, salvo che di lì passava il confine fra il territorio veneziano e l’impero austriaco, e perciò non dovevano circolarvi spie.
 
Io replicai, con abbondanza d’eloquio, che non solo erano degne d’attenzione le antichità greche e romane, ma anche quelle medievali; e non era certo biasimevole che loro non sapessero scorgere tante bellezze pittoresche in una costruzione che conoscevano fin dall’infanzia.
 
In quel momento, per fortuna, il sole mattutino metteva in magnifica luce la torre, le rocce e le mura, sicché presi a descrivere con entusiasmo lo splendido quadro. Ma poiché le cose che andavo magnificando stavano alle spalle del mio pubblico, e questo d’altra parte non voleva perdermi d’occhio, tutti insieme, simili a quegli uccelli chiamati torcicolli, volsero il capo a guardare con i loro occhi ciò che io decantavo ai loro orecchi; lo stesso podestà, sebbene un po’ più dignitosamente, si voltò ad ammirare il panorama descritto.
 
La scena mi parve così gustosa da raddoppiare la mia facondia, tanto che non feci grazia di niente, in particolare dell’edera che in tutti quei secoli aveva avuto il tempo di rivestire rocce e muraglie.
L’attuario ribatté che le mie erano belle parole, ma l’imperatore Giuseppe era un sovrano poco pacifico, che senza dubbio macchinava qualche altro brutto tiro contro la Repubblica di Venezia; io potevo magari essere un suo suddito, con l’incarico di spiare intorno ai confini.
 
«Ben lungi» esclamai « dall’essere soggetto all’imperatore, posso vantarmi al pari di voi d’essere cittadino di una repubblica, che, anche se non può paragonarsi per potenza e per grandezza al serenissimo stato veneziano, tuttavia si governa da sé e non è seconda a nessuna città tedesca per attività mercantile, ricchezza e saggezza dei suoi reggitori. Io sono nativo, infatti, di Francoforte sul Meno, una città la cui fama e rinomanza è certamente giunta sino a voi.»
 
«Di Francoforte sul Meno!» esclamò una graziosa giovane donna; «ma allora lei, signor podestà, può chiarire subito chi sia questo forestiero, che a me sembra un uomo dabbene; faccia venire Gregorio, che è stato per molto tempo a servizio laggiù, e lui saprà risolvere la questione meglio di tutti.»
 
Già era aumentato intorno a me il numero delle facce ben disposte, quello sgarbato che m’aveva apostrofato per primo era scomparso, e la situazione volse interamente a mio favore quando arrivò Gregorio. Era costui un uomo sulla cinquantina, una bruna, caratteristica faccia da italiano.
 
Parlava e si comportava come chi non si sente estraneo a ciò ch’è straniero; mi raccontò subito che aveva fatto il servitore in casa Bolongaro ed era lieto di udire notizie di quella famiglia e di quella città che ricordava con piacere.
 
Per un caso fortunato era vissuto a Francoforte negli anni della mia adolescenza: ebbi così il doppio vantaggio di poter rievocare esattamente com’era la città al tempo suo e di dirgli come fosse cambiata in seguito.
 
Gli parlai di tutte le famiglie italiane colà viventi, nessuna delle quali m’era sconosciuta, e lui fu molto compiaciuto di ascoltare certi particolari, per esempio che il signor Allesina aveva festeggiato nel 1774 le nozze d’oro e che nell’occasione era stata coniata una medaglia che possedevo anch’io; egli ricordava assai bene come la consorte di quel ricco commerciante fosse una Brentano di nascita.
 
Fui anche in grado di dargli notizie dei figlie e dei nipoti di quelle famiglie: come erano cresciuti, s’erano sistemati, sposati e moltiplicati poi negli abiatici. Mentre gli fornivo le più minute informazioni su quasi tutto ciò che m’aveva chiesto, nei tratti dell’uomo si alternavano letizia e gravità.

Era contento e commosso; i paesani intanto si rasserenavano sempre più e non si saziavano di stare ad ascoltare il nostro dialogo, ch’egli, beninteso, doveva in parte tradurre nel loro dialetto.
«Signor podestà,» disse infine «sono sicuro che questo è un brav’uomo, un artista, una persona ben educata, che viaggia per istruirsi.
 
Lasciamolo andare in santa pace, così che possa parlar bene di noi ai suoi concittadini e li esorti a venire a Malcesine, la cui bella posizione è degna di essere ammirata dagli stranieri.» Io confortai le sue cortesi parole rinnovando le lodi del paese, della sua posizione e dei suoi abitanti, non senza tributare un elogio alla saggezza e alla prudenza degli amministratori della giustizia.
 
Tutto ciò fu ben accolto, e io ebbi il permesso di visitare a mio piacimento, insieme a mastro Gregorio, la località e la zona circostante. L’oste dal quale ero alloggiato si unì pure a noi, già tutto allegro al pensiero degli ospiti stranieri che sarebbero affluiti alla sua locanda quando le bellezze di Malcesine fossero state poste in luce.
 
Osservò con grande curiosità il mio vestiario, invidiandomi particolarmente le terzette che s’infilavano così facilmente in tasca. Chiamò felici coloro che potevano portare armi tanto belle, mentre a loro era proibito sotto pena di castighi severissimi. Io interrompevo ogni tanto quel cortese ciarliero per esprimere gratitudine al mio liberatore.
 
«Non deve ringraziarmi,» mi rispose il brav’uomo, «lei non mi è debitore per niente. Se il podestà sapesse il suo mestiere, se l’attuario non fosse l’uomo più calcolatore del mondo, lei non se la sarebbe cavata così. Il primo era più impacciato di lei e, quanto al secondo, l’arresto, i rapporti da scrivere e la scorta fino a Verona non gli avrebbero fruttato un centesimo. Aveva fatto presto i suoi conti, e lei era già libero prima che noi avessimo finito di discorrere.»
 
Verso sera il buon uomo mi portò nella sua vigna, assai ben situata sul pendio verso il lago. Ci accompagnava il suo figlio quindicenne, che aveva il compito di salire sugli alberi e di spiccare per me i frutti migliori, mentre il padre sceglieva i grappoli più maturi.
 
Vicino a quei due esseri gentili e alla buona, tutto solo nell’infinita solitudine di quell’angolo di mondo, io sentivo nondimeno con intensità, ripensando alle avventure della giornata, che bizzarra creatura è mai l’uomo, capace di rendere fastidioso e pericoloso a se stesso ciò che potrebbe godere con sicurezza in buona compagnia, per il solo capriccio di volersi appropriare a sua guisa del mondo e dei suoi contenuti.
 
Era quasi mezzanotte quando l’oste mi accompagnò alla barca, recando il cesto di frutta di cui Gregorio mi aveva fatto omaggio; e così mi staccai col favore del vento dalla riva che aveva minacciato di trasformarsi per me nel paese dei Lestrigoni. 
Viaggio in Italia, Johann Wolfgang Goethe