Il naso di Longanesi

Di Goffredo Parise

L'editore Leo Longanesi

L'editore Leo Longanesi




Quando partii dalla provincia diretto a Milano avevo in tasca i soldi che mio padre mi consegnò per l’acquisto di un impermeabile buono per l’umidità e in mano una valigetta di cartone color pece legata con uno spago. Portavo allora un grosso cappotto nero, morbido e sformato, di quelli che si usano per l’abito da sera. In valigia avevo inoltre una casacca nera, di tipo russo, che indossavo segretamente in omaggio a Dostoevskij.
 
Trovai lavoro presso un grande editore, subito mi installai in una cameretta nei pressi di corso Genova ogni mattina, per andare in ufficio, salivo sul filobus numero 87 che segue la cerchia dei Navigli, per quel tratto stupendi, pregni di una rara e ormai distrutta bellezza ottocentesca; costeggiavo le rovine dell’Ospedale, le lunghe file di archi del chiostro, aperti e sbracciati contro il cielo grigio e la neve cadente, via Santa Sofia ancora invasa da macerie, su fino a via Senato, dove scendevo per andare a lavorare.
 
Mi pareva di scoprire una città simile a Vienna o Praga, una città del Nord, che saliva dalle brume del mattino alla mia immaginazione come in un racconto di Hoffmann. Ero, insomma, abbastanza felice di aver messo la testa a posto come tanto speravano i miei genitori e di stare a Milano.
 
Ma alla sera, alle sei e mezza, aspra e maligna si abbatteva su di me la malinconia di quelle ore di vuoto, di tristezza, di solitudine. Spesso mangiavo alle sette, correvo a casa a leggevo, alcune volte giravo per i negozi pensando a quello che mi sarebbe piaciuto comprare, di utile per l’inverno; altre volte immaginavo di scrivere un bel romanzo, che soddisfacesse me prima di ogni altro, poi i miei amici e infine un editore.
 
Avevo già pubblicato due romanzi, essi avevano ottenuto un buon successo di critica, ma pochi li conoscevano ed erano introvabili. Volevo dunque scrivere un altro romanzo che mi tenesse compagnia durante l’inverno milanese, che mi divertisse, che mi commuovesse quel tanto da cacciare il freddo e la solitudine: un romanzo con molti personaggi allegri e sopra ogni altra cosa un romanzo estivo che mi facesse un poco caldo. Tentai.
 
Non avevo nulla in testa, quel che scrivevo erano ancora pagine e pagine malinconiche, di vie di Milano, di incontri inutili e di pensieri ancora più inutili. Mi disperavo, finché un bel giorno decisi di tornare indietro con la memoria e scrissi in un’ora un racconto che parlava di una punizione avuta da bambino, in seconda classe elementare, dal maestro sacerdote.
 
Si trattò di pubblicarlo. Avevo con me una vecchia lettera di Prezzolini, di presentazione a Longanesi, Unii la lettera al racconto e spedii ogni cosa in via Borghetto numero 5, alla sede della casa editrice Longanesi e C.
 
Non avevo nessuna speranza che questo racconto venisse pubblicato, non conoscevo la rivista «Il Borghese», allora quindicinale, e del resto ero certo che, da come m’era stato descritto Longanesi, il racconto nessuno l’avrebbe letto.
 
Apparve invece sul «Borghese» una settimana più tardi, in grande rilievo con un titolo curioso:  L’aceto sulle ferite. Provocò grande scandalo e seppi che si minacciò di sequestrare quel numero della rivista per causa mia.

Due giorni più tardi ricevetti una lettera di Longanesi che mi chiamava per conoscermi. Sapevo che era uomo di temperamento impossibile, ma soprattutto sapevo che era un artista; così mi aveva scritto Prezzolini: «un poco bizzoso, ma vero artista».
 
Longanesi mi parlò con grande entusiasmo e in un’ora di colloquio mi dette la sensazione piacevole, garantita dalle sue parole ma soprattutto dalle ottomila lire che mi aveva fatto versare subito come compenso del racconto, di aver scelto il mestiere giusto.
 
Tornai da lui dubitoso, dopo un giorno o due, per esporre molte ragioni necessarie alla mia coscienza, per dimostrare il contrario. Tanto parlò, tanto si infuriò, mi colmò in modo tale di libri da leggere che una seconda volta partii da via Borghetto numero 5 col mio paltò nero, il cappello nero, la casacca nera, persuaso di essere una persona importante.
 
Da quel giorno, per circa due mesi, le mie visite a Longanesi avvenivano ogni settimana. Da quel primo racconto ne sorsero altri, di quel costume. E da essi l’idea di un romanzo. La raccontai al mio benefattore, egli ne fu entusiasta, volle gli riferissi varie volte la settimana lo sviluppo delle mie idee ma volle soprattutto che cominciassi a scriverlo senza indugi.
 
Così feci la sera stessa di questo suo discorso, appena tornato a casa. Per circa sei mesi, dopo aver pranzato alla mensa, alle otto di sera ero a casa con una bottiglia di vino che bevevo per calmarmi dell’agitazione, a scrivere il mio nuovo romanzo.
 
Longanesi seguiva, si può dire pagina per pagina lo sviluppo di questo lavoro che io sognavo stampato per i caratteri della sua casa editrice. Finito il libro che lasciò in eredità circa trecento bottiglie vuote che non sapevo dove mettere nella cameretta e che non volevo gettare via per avarizia, lo corressi, lo ricopiai e glielo consegnai per intero come egli desiderava.
 
Longanesi lo lesse, o meglio, come s’usa dire di lui, lo fiutò, ché ormai lo conosceva già e me lo restituì dicendo che ormai era scritto, di preti era stufo perché gliene avevo parlato fin troppo.
 
Lo pubblicai presso un altro editore, ottenne successo, per dispetto lo mandai a lui con una dedica riconoscente. Egli mi rispose sul «Borghese», ringraziandomi in questi termini:
 
Caro Parise,
ho ricevuto il Suo libro che avevo già letto e La ringrazio della gentile dedica. Ma debbo pur spiegarLe per quale motivo non lo pubblicai, dopo averLa incoraggiata a scriverlo. E la ragione, caro amico, è un po’ vaga e non saprei davvero spiegargliela in breve; annusai, come s’usa dire, che Lei, uomo intelligente e scrittore di qualità, pendeva da una parte che non è la mia; intuivo che presto o tardi, Lei avrebbe finito per scrivere le parole che figurano nei risvolti di copertina del Suo libro  Il prete bello: «L’A. ha trascorso l’infanzia di cortile in cortile, di vicolo in vicolo, con piccoli mendicanti, figli di ladri, di prostitute, di povera gente».
 
Ebbene caro Parise, a me questi discorsi non piacciono, perché puzzano di falso; perché se lei avesse davvero vissuto tra «figli di prostitute e di ladri» non verrebbe a dircelo. E se ora ce lo spiattella a grandi lettere, è segno che Lei su queste miserie ci specula un po’ per farsi notare, perché non tutti hanno avuto una infanzia «alla Gorki», tanto colorita.

E non per moralismo La rimprovero, ma soltanto perché questi suoi precedenti «veristici» hanno un solo guaio: che sono di moda. O meglio, sono stati di moda fino a pochi anni fa. E lei è un po’ in ritardo; dopo  Fame di Knut Hamsun, dopo tutte le squallide infanzie dei  best-seller americani, Lei, caro Parise, coi suoi amici «figli di puttane» ci fa la figura del provinciale.
 
Perché queste Sue note biografiche Lei le ha dettate a testa alta, col segreto pensiero di far colpo; Lei ha creduto di collocarsi all’avanguardia, mentre è finito nella retroguardia, accanto a De Amicis e a Paolo Valera. Resta poi il fatto, caro giovane amico, che in questi tempi di misticismo il Suo prete seduttore a me piace moltissimo e non intendo affatto condannarlo. Mi creda Suo
 
Leo Longanesi
 
 
Estremamente offeso andai da lui il giorno dopo deciso alla lite; che avvenne, inevitabile. Egli mi disse che non dovevo montarmi la testa per quanto avevo scritto, e soprattutto che non dovevo scivolare da una certa parte solo perché di là tirava il vento.
 
Risposi che andavo dalla parte che mi piaceva, senza guardare i venti. Ma egli seguitò a dire che mi sprecavo, che dovevo scrivere altri libri molto migliori, se non altro per dispetto a lui. Questo atteggiamento mi irritò straordinariamente, scrissi a Prezzolini che avevo litigato con Longanesi e Prezzolini senza stupirsi mi disse che questo era naturale.
 
Volevo avere l’ultima parola sentendomi tradito da chi mi aveva aiutato per primo e fatto da maestro amorevole e non lasciai scappare l’occasione di incontrarmi con lui a denti stretti. Egli lo sapeva.
 
Una sera che passeggiava per via Manzoni con amici tra cui Mario Soldati e Gaetano Afeltra, allungai il passo per raggiungerli ed egli, che mi aveva visto, senza salutare nessuno scappò a gambe levate per via Monte Napoleone. Raggiunsi gli amici, stetti un poco con loro, ma troppo mi premeva seguirlo e subito corsi via anch’io per pedinarlo.
 
Persuaso che me ne fossi andato egli stava annotando su un taccuino, al lume delle lampade della strada, pensieri frettolosi. Non mi vide, il buio, la nebbia dell’ora assai tarda gli impedivano di scorgermi a distanza. La strada era vuota, non un’anima passava più a quell’ora.
 
Saltava da un marciapiedi all’altro con aria di ragazzo attaccabrighe, di tanto in tanto si fermava, apriva il taccuino e scriveva.
 
Andai a trovarlo un mese più tardi in ufficio. Nessuno dei due parlò dell’incidente di via Monte Napoleone. Si discusse per un’ora: seguitò a dirmi che dovevo vergognarmi a buttare via il mio talento come stavo facendo. Tentai di difendermi ma tutto risultò inutile. Egli seguitava a criticarmi, perfino il mio modo di vestire.  Non vede com’è vestito? Non si vergogna? Nemmeno un pezzetto di decoro gli è restato! Una volta aveva quei bei vestiti neri, da persona seria, adesso guarda che cravatte, che scarpe!
 
Non sapevo più cosa dire. Allora, umiliato del tutto, lo interruppi a voce bassa, senza litigare presi a raccontargli una storia che m’era venuto in mente di scrivere: una storia che riguardava delle zie di provincia che compravano una motoretta, col mutare dei costumi. Il giorno seguente comincia a scriverla, anche oggi ne ho scritto un capitolo. E l’ho scritto persuaso che, un momento o l’altro, da qualche parte, non so, glielo porterò in lettura.
Incontro con Longanesi, in  Quando la fantasia ballava il «boogie», Goffredo Parise. (Volume curato da Silvio Perrella per Adelphi)