Pensare i sogni

di Alessandro Bertirotti

 Foto Camil Tulcan

Foto Camil Tulcan


«Se fosse dato ai nostri occhi terreni di vedere nella coscienza altrui, si giudicherebbe molto più sicuramente un uomo da quel che sogna, che da quel che pensa»
(I miserabili, Victor Hugo)



 

Il dualismo tanto decantato e presente nell’uomo fra il suo credersi razionale e contemporaneamente sentimentale, cioè fra il suo  pensiero e il suo  sentire, ha origini lontane nella storia della cultura occidentale.

Già Eraclito sostiene che le emozioni si presentano sotto forma di desiderio, infangando la purezza dell’anima razionale, come se ogni bramosia umana, per il solo fatto di essere tale, debba considerarsi negativa.

Pitagora considera l’azione razionale della mente come espressione di purezza, mentre tutto ciò che ha a che fare con il corpo, le sue emozioni e bisogni, non solamente è negativo ma impedisce la funzionalità della mente perché la tormenta con le passioni.

Solone intende il rapporto ragione-emozione, pensiero-sentimento come svantaggioso, a meno che la parte razionale, quella più pura di se stessi, non si allontani dal provare piacere oppure afflizione.

Ippocrate, colui che per primo sposta la sede della vita emotiva umana dal cuore al cervello, continua a ritenere le emozioni essenzialmente sfavorevoli, assimilandole ai  dolori morali, le pene, la tristezza, i pianti, le paure e i timori, e lascia decisamente poco spazio alla gioia.

Socrate, padre della filosofia occidentale, considera ogni manifestazione passionale umana come il risultato di errori logici, uno sbaglio evidente rispetto al buon funzionamento dell’intelletto.

Platone, allievo di Socrate, attribuisce invece tre diverse anime all’uomo: l’anima concupiscibile, quella irascibile e infine quella razionale. Preferisce di gran lunga quella razionale, sostenendo che le altre due conducono l’uomo al soddisfacimento dei propri appetiti (concupiscenza), oppure a dare sfogo alla propria aggressività (irascibilità).

Gli stoici, che si rifanno largamente alle concezioni socratiche, ritengono ostili tutte le passioni umane. Lo sono i desideri biologici, come la fame, la sete e la sessualità, e lo sono pure gli appetiti che scatenano a loro volta ulteriori emozioni, come la volontà del successo, il desiderio del potere e della gloria, o quello di ricchezza.

Dobbiamo attendere Aristotele per assistere ad un radicale cambiamento di rotta. Per lui, l’anima, che equivale alla mente, funziona secondo le caratteristiche di una sostanza biologica con tre dimensioni: quella vegetativa (che riguarda la nascita, la crescita, la nutrizione e la sessualità), quella sensitivo-motoria (che concerne le percezioni, il movimento e il linguaggio) e infine la  intellettiva, deputata al perseguimento della conoscenza, attraverso l’esercizio del giudizio e delle scelte di vita. L’aspetto più interessante di questa classificazione, e che avvicina Aristotele alla nostra idea, è la reciproca integrazione di queste tre dimensioni fra loro.

Tutte le posizioni filosofiche appena accennate propongono la stessa raccomandazione educativa, che arriva fino ai nostri giorni, e secondo cui è meglio non soggiacere al potere delle emozioni, che vanno controllate dalla ragione. Non sono le emozioni che devono comandare la mente, ma è la ragione, al contrario, che deve comandare e controllare l’agire umano tenendo a bada le emozioni.

In effetti, Socrate non è nemico delle emozioni e considera importanti le passioni per l’uomo, nel caso però in cui vengano controllate, oggi diremmo canalizzate. Socrate ritiene, come si apprende dal Gorgia, che si possa vivere delimitando appieno la propria animalità, specialmente nella sua parte più istintiva. Ecco perché diventa compito della filosofia ammaestrare l’uomo, insegnargli come controllare le passioni nocive e le emozioni che lo rendono succube della propria fisicità, del corpo.

Identica è la concezione platonica, secondo cui il corpo è come una gabbia per la mente, che è in esso incatenata. Il corpo è una forma e una materia che, tramite il desiderio, aspira ad ottenere soddisfazioni sostanzialmente fisiche e materiali, limitando l’esercizio da parte della mente della propria razionalità. Così nasce il dualismo mente-corpo, dove il corpo può soltanto disturbare l’anima, che è la mente raziocinante. Una mente che ama non è una mente razionale, ma solo una mente in preda alle passioni più turpi e istintive.

Il dualismo mente-corpo non è una invenzione filosofica platonica, perché lo ritroviamo presente anche nella filosofia precedente, ma non è un dualismo in cui la mente si contrappone al corpo, perché la dimensione fisica dell’uomo è parte integrante di quella mentale. Per Platone invece l’anima, cioè la parte razionale della mente, è di natura divina, oltre la materia del corpo e oltre la morte, in antitesi con il corpo.

Per esempio, la malvagità, considerata all’epoca una passione violenta, risulta essere involontaria, perché essa si scatena in assenza di libero arbitrio, quando cioè la ragione è sopraffatta da una incontenibile pulsione aggressiva. È dello stesso parere anche Aristotele, quando sostiene che gli atteggiamenti criminali nascono dalla irrazionalità e che il “malvagio è una persona che non sa”. L’uomo emotivo è per Aristotele un uomo senza controllo, incontinente, incapace di frenarsi oppure di ubbidire ai consigli della ragione.

Nello stesso tempo, Aristotele non nega l’importanza della parte emotiva presente in ogni individuo, perché la considera, se gestita secondo giusta misura, un importante mezzo di adattamento all’ambiente. La ragione e la passione, l’intelletto e il sentire, sono espressioni importanti di ogni mente umana e, secondo Aristotele, sono due forme di energia che muovono il corpo e la mente verso il perseguimento di un unico scopo, o verso il raggiungimento di un unico fine.

Molti secoli dopo, l’affetto, l’affectus latino, cioè il legame che si crea fra la mente che scopre il mondo e tutto ciò che lo abita, verrà considerato espressione finale di uno stato mentale niente affatto negativo, perché con l’affetto si diventa creativi.

L’amare e l’odiare seguono processi neuro-cognitivi molto simili a quelli del pensiero, perché questi sentimenti in realtà forniscono rappresentazioni mentali con le quali ogni persona reagisce ai sentimenti stessi. Le emozioni sono parte costitutiva del nostro pensare, perché grazie ad esse anche l’energia e la volontà che impieghiamo nel ragionamento acquistano un valore e una importanza diverse.

Se io penso alla Luna, volendo scoprire il suo moto di rivoluzione intorno alla Terra, sono immerso in una serie di reazioni emozionali che riguardano me e la Luna, il rapporto che io ho con essa. E proprio in base a tale rapporto io avrò un particolare modo di pensare alla Luna e al moto che voglio indagare.

Se questo rapporto è carico di reazioni emozionali positive io dirò che sto studiando un argomento interessante, perché il termine interessante deriva dal latino  inter  esse, che significa “nel, fra l’essenza”. Qualche cosa di interessante è dunque nell’essenza, dentro  l’essere.

È proprio all’interno di questa dinamica che acquista significato l’imperativo dell’Oracolo di Delfi, il celebre “conosci te stesso”, perché si riferisce alla conoscenza delle nostre potenzialità, grazie alle quali impariamo in quale direzione andare, diventando al contempo consapevoli dei nostri punti deboli, per sapere cosa dobbiamo evitare durante il percorso.

Per fare tutto ciò è però importante comprendere che è necessario entrare in contatto con i nostri sentimenti più profondi e per fare ciò dobbiamo diventare sinceri, almeno con noi stessi. Purtroppo per noi, presi dalla frenesia della vita quotidiana, siamo spesso vittime del nostro stesso andare veloce e non siamo più in grado di soffermarci sulle cose quanto basterebbe per capire le nostre reazioni emotive e sentimentali.

In effetti, viviamo sentendo che qualcosa accade dentro di noi e ci lasciamo, per esempio, dominare dalla paura, dalla tristezza, dalla frustrazione, dall’abbattimento e dall’ansia senza l’intervento della parte razionale di noi stessi.

Cosa fare di fronte ad avvenimenti come questi? I consigli che tutte le filosofie del mondo danno da sempre a noi uomini, ci dicono che l’unica cosa che possiamo fare è prendere coscienza della natura di queste emozioni, dei sentimenti, per capirne l’origine, oppure le circostanze che li provocano. Solo in questo modo, dopo parecchi anni di allenamento, potremo sviluppare comportamenti idonei e atteggiamenti mentali utili a fronteggiare le nostre emozioni.

Si tratta di esercitarsi quotidianamente a riconoscere le nostre emozioni nelle nostre azioni e pensieri, sapendo che nella mente il sentire e il pensare funzionano senza mai abbandonarsi e quando siamo noi a volerli separare nascono allora i veri problemi.

È un vero e proprio allenamento, come fossimo sempre in palestra (del resto si dice spesso che la vita sia come una palestra…), grazie al quale abituiamo noi stessi a ragionare con le emozioni e ad emozionarci con la ragione, senza ergerci a giudici di qualsiasi causa morale o giudizi etici.

Diventare consapevoli dei propri stati emotivi significa capire come ragioniamo di fronte alle sfide della vita e della società, senza rinnegare la parte più importante della nostra esistenza, cioè il  sentire, l’affettività, il  legame emozionale con le cose e le persone.

Acquisire consapevolezza circa se stessi è possibile, anche se sembra una impresa difficile. Conoscere le dinamiche che generano in noi stati emotivi positivi e negativi, dai quali traiamo successivi ragionamenti, rispettivamente positivi e negativi, è un’azione fondamentale per la gestione della nostra vita.

Con il passare del tempo, se ci abituiamo a questo stile di vita, a mano a mano che esso ci diventa familiare, riusciremo a guardare noi stessi con maggiore verità, senza eliminare il sentire e le emozioni dalla nostra esistenza, ma inserendole nella dinamica quotidiana, affidando proprio a loro il ruolo che biologicamente reclamano.