Mass media o Public media?

Di Dan Hind

 



Nel suo libro The Power Elite del 1956 il sociologo americano C. Wright Mills definì la differenza fra una “società pubblica” ed una “società di massa”. Aveva pensato che questa differenza potesse essere meglio compresa sulla base delle tipiche forme di comunicazione appartenenti ad ognuna di esse.

In una società pubblica il prototipo della comunicazione è la  conversazione fra pari dove «virtualmente molta gente esprime opinioni appena ne riceve» e «le comunicazioni sono organizzate in modo tale che c’è la possibilità di rispondere immediatamente ed in maniera efficace ad ogni pensiero espresso in pubblico».

Un pubblico, al contrario di una massa, può tradurre le proprie opinioni in azioni di fatto. Può cambiare politica come cambia opinioni. D’altra parte, in una società di massa, la forma più caratteristica di comunicazione è la trasmissione che porta un’informazione che non può essere contraddetta, una voce che arriva a milioni di ascoltatori tranquilli ed attenti. Non c’è quasi ragione per gli individui di replicare ai messaggi che ricevono. Senza dubbio per i componenti di una società di massa non c’è modo di tradurre le proprie opinioni in azioni politiche concrete.

Per molto tempo dopo la pubblicazione di The Power Elite da parte di Mills, in Occidente c’è sempre più stata la tendenza verso una maggiore massificazione. In America il pubblico convenuto a discutere su temi di interesse comune è stato sostituito da eventi televisivi strettamente organizzati – con il pubblico in studio in sostituzione degli incontri pubblici del consiglio comunale. In Gran Bretagna, il dibattito pubblico come avveniva una volta –  e come lo intendeva Mills – ormai è controllato dai partiti politici. Le conferenze di partito hanno smesso di essere momenti di dibattito politico e l’appartenenza attiva è diminuita.

Più in generale, i politici di Stati Uniti  e Gran Bretagna hanno adottato tecniche e reclutato personale dal mondo dello spettacolo e delle pubbliche relazioni, hanno aspirato a creare l’illusione di un coinvolgimento pubblico mentre al tempo stesso veniva distrutta la potenziale capacità di prendere decisioni. Per un po’ è sembrato che i nuovi sistemi sarebbero stati capaci solo di fornire loro nuove risorse per esercitare manipolazione e controllo.
Ma ora vi sono segni incoraggianti che la società pubblica sta ritornando a vivere. In parte questo accade perché almeno per alcuni gruppi le moderne tecnologie di comunicazione hanno reso possibile comunicare senza la necessità di dover passare dai mezzi televisivi  e da quelli dell’informazione della carta stampata. I social network hanno reso i cittadini reciprocamente leggibili, udibili e visibili.

Nell’occupazione della City di Londra, per esempio, migliaia di persone hanno usato Facebook per esprimere la loro intenzione di essere presenti all’evento. E le occupazioni in altre centinaia di città ha approfittato dei social media in modo simile.

In misura molto maggiore, però, sta emergendo qualcosa come una società più attenta poiché i maggiori mezzi di comunicazione sembrano non essere più capaci di descrivere il mondo con precisione. In particolare, l’attuale crisi finanziaria ha portato grandi danni al prestigio dei grandi gruppi dell’informazione. Non l’hanno vista arrivare. Non l’hanno capita mentre accadeva. Ed ancora combattono per affermare qualcosa di assolutamente ovvio, che il sistema di credito privato ha fallito e che il sistema bancario deve ora avere un controllo democratico effettivo.

Come risultato di queste carenze dei media, il pubblico politicamente motivato inizia a organizzarsi online e nel mondo reale. E questo fatto, credo, è quello che guida il movimento per l’occupazione – il riconoscimento del fatto che l’offerta dei principali mezzi di comunicazione non ha senso, che la macchina rappresentativa della politica si è rotta, e che questi sono entrambi aspetti dello stesso problema.

Quando le persone hanno a che fare con l’occupazione adottano tecniche di discussione e decisione che aspirano a ciò che C. Wright Mills avrebbe chiamato comunicazione pubblica. Le assemblee riunitesi sono esplicitamente intese ad assicurare che «virtualmente la gente possa esprimere opinioni così come le riceve». I partecipanti mirano a stabilire un comprendere condiviso che a sua volta sia informazione di un programma politico, ossia una comunicazione pubblica ed efficiente.

Quindi, queste innovazioni e confronti fra pari si rendono difficilmente possibili in un mondo dove si trasmette per ottenere l’attenzione del pubblico, il sistema dell’informazione su cui la maggior parte delle persone contano. La televisione ama disegnare uno spettro costante di opinioni teoricamente legittimo per definire intrappolare i dibattiti sulle politiche pubbliche. Per lo più, non hanno mai pensato di potere impiegare meglio il tempo, facilitando il confronto fra cittadini. Fate questa considerazione: quando è stata l’ultima volta che avete visto due persone comuni discutere a lungo in televisione su un qualsiasi tema di interesse pubblico?

Una pubblica riflessione
Ogni processo di libero pensiero può essere facilmente mal rappresentato, e molti, nei mezzi di comunicazione convenzionali, sono impegnati a fare questo. Cosa che sorprende poco. Le occupazioni hanno fatto emergere l’inadeguatezza dei mezzi di comunicazione. Discutono per prima cosa i principi sulla base dell’uguaglianza e del riconoscimento reciproco. Ci vorrà tempo prima che alcuni giornalisti riconoscano che i loro attuali principi e pratiche di lavoro sono parte del problema cui i fermenti attuali cercano di porre rimedio.

Un pubblico che decide non è un gruppo organizzato e disciplinato, da cui ci si può aspettare che rimanga saldamente sul messaggio. È una semplice questione di trovare il sistema di dichiarare che essi in qualche modo personificano il significato di una professione. Quando non li accusano di estremismo squilibrato, le emittenti ed altri decidono che i contestatori sono incoerenti e confusi, è questo è un altro modo per criticare un modello di democrazia partecipativa per evitare di adottare il modello di controllo del messaggio preferito dai moderni partiti politici e dagli uffici di relazioni pubbliche della aziende.

Infatti, per la maggior parte, i principali mezzi di comunicazione non possono portare se stessi a discernere l’intento politico, a prendere atto che il tentativo è un altro tipo di politica, che comporta un diverso modello di comunicazione. Eppure questo è un movimento con una lunga storia. Anche se un gran numero di persone in Gran Bretagna e negli Stati Uniti sono solo all’inizio di un linguaggio di assemblee e gruppi di lavoro, i cittadini in America Latina hanno costruito da decenni strutture di partecipazione.

I giornalisti non sono stupidi. Devono sapere che il loro pubblico non sarà soddisfatto da una informazione che si genuflette ad un ridicolo sistema politico ed economico mentre deride o mal rappresenta cittadini seri e determinati. (…) I giornalisti sono stati formati a portare le opinioni di chi prende decisioni per portarle fuori, alle masse. (…) Sempre più operatori del settore sono alla ricerca di mezzi di comunicazione che aiutino i cittadini a formarsi, a chiarire le proprie opinioni e ad agire come meglio credono.

In altre parole, la sfida per molti giornalisti è descrivere ciò che accade davanti ai loro occhi. Se scelgono di continuare a essere legati ai loro privilegi come operatori dei mass media, rischiano di non avere più alcuna importanza e significato (…). Devono fare il tentativo di creare una collettività pubblica.
(Traduzione di Clara Crescioli)

Dan Hind è un giornalista inglese del Guardian ed opinionista di Al Jazeera. I lettori possono seguirlo su Twitter a @danhind. Per la versione inglese dell’articolo  clicca qui.