Il cacciatore di stregoni

di Matteo Santarelli





Siamo all'inizio del terzo Millennio e ancora si discute di Sigmund Freud. E’ sorprendente come i toni di questa  discussione siano ancora oggi tesi e risentiti, a più di settanta anni dalla tragica scomparsa del “papà” della psicoanalisi. Un esempio calzante in questo senso è  Il crepuscolo di un idolo  di Michel Onfray, un testo uscito nel 2010 in Francia e da pochi mesi tradotto in italiano. Come noto, Onfray è un autore focoso, che non ama giri di parole e prese di posizioni ecumeniche.

Non sorprende che le 480 pagine del suo ultimo lavoro girino intorno ad alcune tesi fondamentali, schiettamente enunciate sin dalle prime pagine. Eccole riassunte in breve: Freud è un impostore, un ciarlatano in cerca della via più breve verso la fama; la psicoanalisi non è una scienza, ma una filosofia costruita intorno alle fantasie di un soggetto nevrotico infatuato della madre e delle figlie; la terapia analitica è assolutamente inadeguata e truffaldina; il freudismo è un pensiero politico pericoloso, assolutamente compatibile con il fascismo.

Accuse feroci e dirette, esposte con uno stile giornalistico brillante e pungente che rende scorrevole e veloce la lettura del testo ed il dipanarsi dei ragionamenti. Per il piacere del lettore, le parole di Onfray luccicano. Se esse siano pezzi d’oro o patacche, lo si può scoprire solo entrando nel dettaglio delle argomentazioni. In particolare, le accuse che strutturano il discorso di questo  Crepuscolo di un idolo  possono essere suddivise in tre classi: accuse alla persona; accuse alla teoria; accuse al significato politico della teoria.

Primo punto: la vita personale e privata. Nel dipinto di Onfray Freud appare come un narciso adultero che tradisce la moglie con la cognata, scarsamente dotato a letto, morbosamente attratto dalle figlie, superstizioso, tossicomane. Alcune di queste caratterizzazioni sono innegabilmente  realistiche. Altre, lo sono molto meno. Ad esempio, dal fatto che papà Sigmund scriva al genero dichiarandosi “orfano” della figlia Sophie appena sposata, si deduce che “c’è materia sufficiente per riflettere sull’intimità del rapporto di Freud con la penultima figlia” (p. 133).

Oppure, le incompletezze e le confusioni dell’ambizioso  Progetto per una psicologia  del 1895 vengono ricondotte agli sbalzi d’umore provocati dalla cocaina. In entrambi i casi, si tratta di ipotesi che si addicono più ad un giornalista scandalistico in cerca di scoop che non ad un pensatore impegnato in una seria analisi critica. E anche nei casi in cui le illazioni si rivelano più efficaci e realistiche, si fatica in generale a comprendere l’utilità di simili informazioni intime nell’ottica di un sereno resoconto teorico. Risposta di Onfray: è importante scavare nei particolari biografici, in quanto la psicoanalisi non è una scienza, bensì una filosofia privata costruita sulle fantasie e le vicende personali del dottor Freud.

Sfatare l’agiografia  mainstream costruita con il contributo fondamentale degli adepti al credo freudiano equivarrebbe quindi a demistificare la falsa universalità di una disciplina costruita allo scopo di puntellare le rovine di una banale nevrosi individuale. Purtroppo, nel seguire tale percorso Onfray rivolge contro la psicoanalisi il peggio della psicoanalisi stessa. Crepuscolo di un idolo  è infatti zeppo di retroduzioni e dietrologie, ed è completamente succube di una banale epistemologia psicologista che individua il significato di una teoria nella storia e nelle motivazioni personali di chi la sostiene.

Peccato che si possa essere superstiziosi ed allo stesso tempo formulare teorie credibili e convincenti, come il fisico Niels Bohr che esponeva nel suo studio un eloquente ferro di cavallo. E se Freud era un imbroglione sulla base del suo interesse per l’occulto, cosa dire del voluminoso  corpus  ermetico che Newton produsse in parallelo alla sua attività scientifica? C’è qualcosa che non va se la critica della psicoanalisi freudiana avviene sulla base degli aspetti più controversi della psicoanalisi stessa.

Secondo punto: la teoria e la sua efficacia. Quando taccia il pensiero freudiano di vitalismo, oppure quando critica la simbologia onirica per la sua presunta generalità, Onfray mette certo un dito sulla piaga. Tuttavia, anche qui la sua ricostruzione si macchia di qualche errore e di molte furbate. Errori: quando si critica Freud sostenendo che “la presa di coscienza di una rimozione non ha mai causato meccanicamente la scomparsa dei sintomi, ancor meno la guarigione” (p. 27), in realtà si cita Freud stesso, che nell’Interpretazione dei sogni  dice esattamente la stessa cosa prendendo le distanze dalle sue posizioni giovanili.

Oppure, quando si fa del paragone tra inconscio e noumeno kantiano che Freud propone a uno spaesato Biswanger in sede di conversazione privata un manifesto metafisico ed anti materialista, in realtà ci si dimentica quanto scarso fosse il povero Sigmund in analitica kantiana, come mostrano alcuni eloquenti  strafalcioni disseminati nell’Opera Omnia. Per quanto riguarda le furbate, due esempi su tutti. In primis, Onfray fa notare in vari passi come la stesura del suo volume sia avvenuta solo dopo aver letto l’intera opera freudiana.

Tuttavia, i testi che trovano maggior spazio __ le autobiografie, la storia del movimento psicoanalitico, le parti più narrative de  L’interpretazione dei sogni,  i debolissimi “romanzi storici” come  Totem e Tabù  e  L’Uomo Mosè,  Il Disagio della Civiltà,  L’Avvenire di un’illusione  __ sono quelli che meglio supportano la tesi onfreyana della psicoanalisi come delirio autobiografico e mitologico. Allo stesso tempo,  ben  poco inchiostro viene dedicato ad altri lavori che mostrano invece un Freud più lucido e più capace di entrare in un ipotetico dialogo con i futuri sviluppi della psicologia. Ci riferiamo non a testi “minori”, ma a pietre miliari come la  Metapsicologia, L’Io e l’Es, Inibizione, sintomo e angoscia,  Considerazioni intorno a due principi dell’accadere psichico, ed all’ostico settimo capitolo de L’interpretazione dei sogni.

Ma c'è dell'altro. Onfray si lamenta perché  a «nessuno viene l’idea che sia potuta esistere una  psicoanalisi non freudiana» (p.333). Tuttavia, il primo a non essere sfiorato da tale eventualità è l’autore stesso, che nella sua feroce disamina contro la psicoanalisi non degna di nessuna menzione i vari Melanie Klein, Donald Winnicott, Wilfred Bion, importanti e noti autori che rientrano nella scomoda definizione di “psicoanalisti post freudiani”.

Questa ostinata equazione Freud = freudiani = psicoanalisi è forse l’effetto di una prospettiva provinciale ed etnocentrica, basata sul perenne conflitto che Onfray intrattiene con una certa accademia francese, effettivamente colpevole di aver santificato la parola e la vita del “Maestro” austriaco e di aver creato una setta di spietati ed irragionevoli seguaci.

Bisogna forse assumere questo punto di vista per capire perché non una parola viene dedicata ai teorici anglosassoni delle relazioni oggettuali, alle riflessioni di autori tedeschi come Tugendhat e Habermas sulla filosofia della soggettività freudiana, alla spregiudicata lettura della psicoanalisi proposta da alcune filosofe femministe italiane.

Terzo punto: la psicoanalisi freudiana complice del fascismo. Ora, che Freud abbia simpatizzato per l’autoritario Dölfuss e forse anche per Mussolini non è un dato in se stesso rilevante dal punto di vista teorico. Il pensiero novecentesco “di sinistra” ha saccheggiato autori che furono compromessi in ben altra misura con il nazifascismo - basti pensare a Martin Heidegger e Carl Schmidt.

Inoltre, sostenere  che il pensiero di Freud è filofascista in quanto pessimista è un’inferenza poco convincente. Non è forse pessimista anche l’antropologia del “compagno” Lenin, secondo il quale la massa è incapace di approdare alla fatidica coscienza di classe senza l’intervento esterno educativo  dell’avanguardia intellettuale?

In poche parole,  Crepuscolo di un idolo  non aggiunge dunque nulla alla più che centenaria letteratura su Sigmund Freud. Lev Vygotskji, George Herbert Mead, Gilles Deleuze e Felix Guattari, Michel Foucault, John Bowlby e Daniel Stern ci hanno già spiegato cosa c’è che non va nel pensiero freudiano. Lo hanno fatto duramente, senza esclusione di colpi e senza timori reverenziali.

Tuttavia, nelle loro pagine non si trovano mai tracce della polemica bassa, feticista e personale di cui si rende protagonista Onfray in questo volume. Un testo provinciale e saccente, che arriva a banalizzare l’avversario con espedienti stilistici decisamente infantili – ad esempio, che bisogno c’era di intramezzare in continuazione le citazioni dai testi di Freud con un numero infinito di “sic”?

Se è vero che la psicoanalisi presenta ancora oggi enormi difficoltà, e che troppi suoi sostenitori rifiutano a priori il confronto con terapie e teorie più recenti, non per questo ogni invettiva nei suoi confronti è legittima e valida. Il “metodo Boffo” che il deludente  Crepuscolo di un idolo applica a Sigmund Freud è buono per testate giornalistiche in cerca di vendette politiche, molto meno per un libro di filosofia e psicologia dagli scopi così ambiziosi.