L’industria dell’Olocausto


«La campagna in corso dell’industria dell’Olocausto per estorcere denaro all’Europa in nome delle ‘vittime bisognose dell’Olocausto’ ha ridotto la statura morale del loro  martirio a quella di un casinò di Montecarlo».




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Due sono i temi centrali de L’industria dell’Olocausto. Innanzitutto, la responsabilità dei tedeschi e dei soli tedeschi di fare i conti con il loro  passato. Ne  La  catastrofe tedesca Friedrich Meinecke osserva che, sebbene la malvagità non fosse solo  della Germania nazista, perché l’“elemento amorale” che ne era al centro  aveva contagiato l’intera civiltà occidentale, “questa verità non dovrebbe essere una giustificazione per noi tedeschi. Considerazioni etiche e storiche impongono a noi tedeschi di occuparci dei nostri problemi, e capire il ruolo  particolare della Germania nella questione”. Vale anche il contrario: considerazioni etiche e storiche richiedono che, ad esempio, gli Stati Uniti si occupino dei loro problemi. Invece, mentre sono fin troppo disposti a sovrintendere ai conti della Germania con il proprio passato, gli americani non solo non fanno lo stesso con il loro, ma, peggio, non riescono  a concepire una responsabilità paragonabile. Nel suo  discorso  di conclusione dei negoziati sul lavoro  nei campi di concentramento tedeschi, il Segretario  di Stato Madeleine Albright spiegava che era “negli interessi di politica estera degli Stati Uniti fare passi per affrontare le conseguenze dell’era nazista, apprendere le lezioni di questo capitolo buio della storia
della Germania e insegnarle al mondo, così da cercare di assicurare che non accada mai più.” In effetti, sarebbe anche negli “interessi di politica estera” della maggior parte dell’umanità se gli USA esaminassero i “capitoli bui” del loro passato. Mentre i tedeschi combattono quotidianamente con i loro crimini storici, gli americani devono ancora addirittura riconoscere la maggior parte dei loro. Nei discorsi americani dominanti sul Vietnam, la sola domanda che viene fuori è: quand’è che i vietnamiti riconosceranno  quello  che ci hanno fatto? Ovvero, noi americani siamo  al livello
morale del discorso di Himmler a Posen.
 
La seconda tesi centrale de L’industria dell’Olocausto è che le élites ebraiche americane sfruttano l’olocausto  nazista per vantaggi politici e finanziari. Ne La  questione della colpa  tedesca, Karl Jaspers ha sostenuto  che la “messa in  stato  di accusa” della Germania “non  è più un’incriminazione” se essa diventa “un’arma  usata per altri scopi, politici, economici” (corsivo nell’originale). Benché i tedeschi abbiano chiaramente il dovere di confrontarsi con gli orrori del
nazismo, essi hanno anche il diritto di opporsi allo sfruttamento di questi crimini.
 
Ne L’industria  dell’Olocausto, scrivo  di come diverse organizzazioni, istituzioni e personalità ebraiche americane hanno strumentalizzato l’olocausto nazista per proteggere Israele dalle critiche e, più  recentemente, per ricattare l’Europa. La critica principale rivolta al libro  non  è stata che avevo presentato i fatti in modo inesatto, ma che, nel descrivere questa impresa coordinata avevo inventato  una “teoria della complotto”. Ne La ricchezza  delle nazioni Adam Smith  osserva che i capitalisti “si incontrano di rado, anche per festeggiare e divertirsi, ma la conversazione finisce in un complotto contro il pubblico, o in qualche trovata per aumentare i prezzi” Anche questo fa del classico di Smith una “teoria della complotto”?

Dopo  la pubblicazione dell’edizione tedesca de L’industria  dell’Olocausto nuovi sviluppi hanno confermato le mie tesi principali. Nell’ottobre 2001 il Tribunale per la determinazione dei ricorsi (Claim Resolution Tribunal, CRT) che decide sui ricorsi sui conti svizzeri inattivi dalla fine della seconda guerra mondiale, ha pubblicato le sue conclusioni a proposito di una lista iniziale di 5.570 conti esteri. Il Tribunale ha scoperto  che il valore dei conti appartenenti a vittime dell’Olocausto ammontava in tutto a 10 milioni di dollari: è assai improbabile che questa cifra possa avvicinarsi agli 1,25 miliardi di dollari strappati alle banche svizzere con l’accordo definitivo (e meno che mai ai 7-20  miliardi di dollari richiesti inizialmente) anche dopo  che verranno  definiti i ricorsi sui rimanenti 21.000  conti inattivi e chiusi dell’epoca dell’Olocausto. Riferendo  le conclusioni del CRT, il Times di Londra titolava: “Il denaro  svizzero  dell’Olocausto  si rivela un  mito”. La consistenza delle prove conferma l’accusa di Raul Hilberg, secondo  cui il Congresso  Mondiale Ebraico si inventò “cifre fenomenali” e poi obbligò le banche svizzere al pagamento “con il ricatto”. Oggi che solo una minima parte degli 1,25 miliardi di dollari dell’accordo svizzero è stata pagata alle vittime dell’Olocausto  o  ai loro  eredi, è iniziata, come era prevedibile, la battaglia fra i ricattatori su chi riesce ad arraffare il bottino dell’Olocausto. Presa fra due fuochi c’è, in modo che abbastanza interessante, la vittima dei ricattatori. Sostenendo che Israele è il legittimo proprietario, e dichiarando  “io  non  mi fido  del Congresso Mondiale Ebraico”, il ministro  della giustizia israeliano ha affermato che “l’accordo con le banche svizzere deve essere rinegoziato”.
 
Le tattiche ricattatorie del vice-segretario USA al Tesoro, Stuart Eizenstadt, il principale liaison fra  L’industria dell’Olocausto e l’amministrazione Clinton, si sono dimostrate meno efficaci contro i francesi. La commissione francese Matteoli aveva identificato 64.000 conti bancari che potrebbero appartenere a vittime dell’Olocausto, una cifra considerevolmente più alta dei 25.000 conti svizzeri. Tuttavia, nonostante le richieste che avevano  “scioccato” i francesi, Eizenstadt - combattendo contro il tempo nelle ultime ore della presidenza Clinton - è riuscito a strappare solo una cifra di poco superiore a quella effettivamente dovuta alle vittime dell’Olocausto. In una “Dichiarazione di interesse” allegata all’accordo  finale, Eizenstadt ha sottolineato  che “fra gli interessi degli Stati Uniti c’è anche quello di una decisione equa e rapida” sui ricorsi delle vittime dell’Olocausto contro la Francia, “per render loro una po’ di giustizia mentre sono ancora in vita”.
 
Senza dubbio un  interesse nobile, ma, ahimè, esso  non  è stato  esteso  ai ricorsi delle vittime dell’Olocausto contro gli Stati Uniti. Un confronto fra i dossier di Stati Uniti e Svizzera sottolinea in modo particolare questa ipocrisia.
Nel maggio  1998  il Congresso  incaricò  una Commissione Presidenziale consultiva sui beni dell’Olocausto di “condurre nuove ricerche sulla sorte dei beni presi alle vittime dell’Olocausto di cui era entrato in possesso il governo federale USA” e di “consigliare il Presidente sulle politiche che dovrebbero  essere adottate per risarcire i legittimi proprietari delle proprietà rubate o  i loro eredi”. Nel dicembre 2000  la commissione, presieduta da Edgar Bronfman  (colui che aveva orchestrato l’assalto alle banche svizzere), pubblicò il rapporto a lungo atteso. Intitolato Saccheggio e restituzione: gli USA e i beni delle vittime dell’Olocausto, questo rapporto vorrebbe dimostrare che “gli Stati Uniti hanno chiesto a se stessi non meno di quanto hanno chiesto alla comunità internazionale”. In  realtà, una lettura attenta del documento  dimostra l’opposto: benché gli Stati Uniti fossero  colpevoli di tutti i reati che essi stessi attribuivano  agli svizzeri, nessuna richiesta paragonabile è stata imposta agli USA come risarcimento  dell’Olocausto. La Commissione presidenziale ha contrapposto  “l’intransigenza delle banche svizzere” agli “sforzi straordinari” degli Stati Uniti per restituire i beni dell’epoca dell’Olocausto. Voglio innanzitutto paragonare le accuse rivolte contro gli svizzeri ai documenti americani quali rivelati nel rapporto della Commissione.

Accesso negato ai beni dell’epoca dell’Olocausto
L’industria dell’Olocausto  ha sostenuto  senza prove che le banche svizzere avevano negato sistematicamente ai sopravvissuti all’Olocausto  e ai loro  eredi l’accesso  ai loro  conti dopo  la seconda guerra mondiale. La Commissione Volcker ha concluso  che, a parte alcune eccezioni marginali, le prove dell’accusa erano inconsistenti. D’altro canto, la Commissione presidenziale ha scoperto  che dopo  la guerra “molti” sopravvissuti all’Olocausto  e i loro  eredi non  poterono recuperare i loro beni negli Stati Uniti a causa delle “spese e difficoltà a presentare” il ricorso (dopo il 1941 il governo federale aveva bloccato o assegnato i beni di tutti i cittadini provenienti dai paesi occupati dai nazisti). Come per le banche svizzere, in  “alcuni casi” il governo federale riuscì a individuare i legittimi proprietari.
 
Distruzione dei documenti sui beni dell’epoca dell’Olocausto
L’industria dell’Olocausto ha preteso che, per nascondere ogni traccia, le banche svizzere avessero distrutto sistematicamente documenti essenziali. La Commissione Volcker ha concluso invece che le prove dell’accusa erano inconsistenti. Furono piuttosto gli Stati Uniti a distruggere “dati grezzi” fondamentali. Dopo  che gli USA avevano  dichiarato  guerra, il Dipartimento  del Tesoro  aveva chiesto  alle istituzioni finanziarie americane di presentare descrizioni dettagliate di tutti i beni di cittadini stranieri in deposito. La Commissione riferisce che questi moduli - non meno di 565.000 - “furono distrutti, e le ricerche fatte dal personale non hanno portato all’individuazione di duplicati.
Di conseguenza, non  è possibile fare una stima dell’ammontare dei beni delle vittime negli Stati Uniti nel 1941”. La Commissione stranamente tace su quando o sul perché questi documenti siano stati distrutti.
 
Appropriazione indebita dei beni dell’epoca dell’Olocausto
L’industria dell’Olocausto ha accusato giustamente la Svizzera di usare soldi appartenenti a vittime dell’Olocausto  provenienti da Polonia e Ungheria come risarcimento  per le proprietà svizzere nazionalizzate da questi governi. Tuttavia, la Commissione Presidenziale riferisce che questo  è avvenuto anche negli Stati Uniti: “I risarcimenti per i beni americani perduti in Europa ebbero la precedenza sui risarcimenti per i beni di proprietà di stranieri congelati negli Stati Uniti. Il Congresso considerò i beni tedeschi congelati come una fonte cui attingere per pagare le richieste di
risarcimento per danni di guerra subìti da imprese o singoli americani ... Pertanto, i danni di guerra USA furono pagati in parte con beni tedeschi, che probabilmente comprendevano a loro volta beni di vittime dell’Olocausto”.

Commercio di oro nazista rubato
L’industria dell’Olocausto ha giustamente accusato gli svizzeri di aver acquistato oro nazista rubato dalle tesorerie centrali d’Europa. Tuttavia, la Commissione Presidenziale riferisce che anche gli Stati Uniti fecero la stessa cosa. In effetti, finché la dichiarazione di guerra della Germania non lo impedì, il commercio di oro nazista rubato fu una politica ufficiale degli USA. Il relativo passaggio del rapporto della Commissione merita di essere citato per esteso:
 
“L’invasione tedesca di Francia, Belgio  e Paesi Bassi nel maggio  1940 spinse Pinsent, addetto finanziario dell’ambasciata britannica, a inviare una nota al Dipartimento del Tesoro per chiedere a Morgenthau (Segretario al Tesoro) “se egli fosse pronto a esaminare con attenzione le importazioni di oro, al fine di rifiutare quelle sospettate di provenire dalla Germania”, dato che Pinsent temeva esplicitamente che le riserve private di oro olandese e belga potessero cadere in mani tedesche. 
 
In  un  promemoria del 4  giugno  1940, Harry  Dexter White (Capo  della Divisione Ricerche Valutarie) spiegava perché il Tesoro  USA non avesse sollevato  questioni sull’origine dell’oro “tedesco” ... Il contributo più efficace che gli Stati Uniti potevano dare per mantenere l’oro come mezzo internazionale di scambio, affermò White, “è mantenere la sua inviolabilità e l’accettazione indiscussa dell’oro  come mezzo  per definire equilibri internazionali”. In effetti, sei mesi dopo White avrebbe scritto  sprezzantemente della sua “opposizione adamantina a prendere in  seria considerazione le proposte di coloro  che, sapendo  poco  dell’argomento, ci dicono  di smettere di comprare oro, o di comprare l’oro di un determinato paese, per questa o quella ragione particolare”. Agli inizi del 1941, a White venne chiesto di nuovo, attraverso un memorandum interno del Tesoro, di prendere in  considerazione la domanda: “Di chi è l’oro che stiamo  comprando?”, ma dai suoi appunti è chiaro che la risposta fu una “accettazione senza riserve dell’oro”.
 
L’industria dell’Olocausto ha anche asserito giustamente che gli svizzeri acquistarono l’oro nazista rubato alle vittime dell’Olocausto (non  c’erano prove, tuttavia, del fatto che gli svizzeri avessero acquistato questo “oro delle vittime” consapevolmente; il suo valore totale al valore attuale venne stimato in circa un milione di dollari). Analogamente, la Commissione Presidenziale riferisce che “è possibile che barre d’oro  e monete acquistate dal Dipartimento  del Tesoro  attraverso  la  Federal Reserve Bank di New York durante e dopo la guerra contenessero piccole quantità di oggetti d’oro rubati alle vittime del nazismo”. In breve, il rapporto della Commissione Presidenziale dimostra che
gli Stati Uniti furono  colpevoli di tutte le accuse rivolte dall’industria dell’Olocausto  contro  la Svizzera.

L’industria dell’Olocausto  costrinse le banche svizzere a condurre una verifica esterna completa, costata mezzo miliardo  di dollari, per individuare tutti i beni non  reclamati dell’epoca dell’Olocausto. Ancora prima che questa verifica fosse completata, l’industria dell’Olocausto costrinse gli svizzeri a pagare una somma di 1,25  miliardi di dollari. Tuttavia, la Commissione Volcker riferì che, assieme alla Svizzera, anche gli Stati Uniti furono  uno  sbocco  sicuro fondamentale per i beni ebraici in Europa.
 
Paragoniamo  adesso le richieste imposte agli Stati Uniti. Come già ricordato, la Commissione Presidenziale dichiarò che il suo “lavoro ... dimostra che gli Stati Uniti hanno chiesto a se stessi non meno  di quanto  hanno  chiesto  alla comunità internazionale”. La Commissione tuttavia non intraprese una contabilità generale dei beni non reclamati dell’epoca dell’Olocausto  negli Stati Uniti. Il rapporto  sosteneva che non  era stato  dato  mandato  alla Commissione di “quantificare meccanicamente o assegnare un  valore in  dollari alle percepibili carenze storiche della politica USA”: e non avrebbe potuto  farlo, sempre secondo  il rapporto, a causa del “compromesso necessario fra gli scopi della ricerca e il tempo e le risorse disponibili per completarli”, nonché della “scarsezza e qualità diseguale della documentazione a sua disposizione”. Inspiegabilmente la Svizzera poteva far fronte a questi ostacoli, gli Stati Uniti no  (che cosa impedì una maggiore assegnazione di “tempo  e risorse”, o  una verifica come nel caso  svizzero, per colmare il gap documentario?). Analogamente, un  calcolo  accurato  dei beni dell’epoca dell’Olocausto  restituiti
avrebbe richiesto “indagini sistematiche che andavano al di là delle capacità” della Commissione, ma non evidentemente al di là della capacità delle banche svizzere.
 
La Commissione riferiva poi che la  Jewish  Restitution  Successor Organization (JRSO) “accettò solo con riluttanza” il risarcimento di 500.000 dollari offerto dal governo USA agli inizi degli anni ‘60  per i beni non reclamati dell’epoca dell’Olocausto. Benché le conclusioni del rapporto confermavano la tesi di Seymour Rubin secondo cui la cifra di 500.000 dollari era “molto bassa”, la Commissione, come prevedibile, sosteneva che il basso risarcimento non era “da attribuirsi a cattive intenzioni da parte di alcun  funzionario, agente o  istituzione degli Stati Uniti”. Il rapporto  non proponeva neanche una volta che gli Stati Uniti pagassero maggiori risarcimenti, e tanto meno una cifra paragonabile agli 1,25 miliardi di dollari strappati agli svizzeri.
 
Il rapporto della Commissione Presidenziale comprende un elenco di nobili raccomandazioni. Alla fine delle guerra, soldati americani di stanza in  Europa presero  parte a massicci saccheggi. Una raccomandazione invita dunque il Governo federale a “sviluppare, di concerto con le organizzazioni di servizio  dei veterani, un  programma per promuovere la restituzione volontaria dei beni delle vittime che possano  essere stati presi da ex membri delle Forze armate come ricordi di guerra”. Senza dubbio i veterani stanno  già facendo la fila per restituire il bottino. Una raccomandazione finale invita poi gli Stati Uniti a “continuare ad  esercitare la loro  leadership  per promuovere
l’impegno della comunità internazionale ad affrontare i problemi della restituzione dei beni”. Dopo questo rapporto, chi può mettere in discussione la leadership dell’America?

Nel mio libro ho sostenuto che nei recenti negoziati con la Germania l’industria dell’Olocausto ha gonfiato sia il numero dei lavoratori-schiavi ebrei rimasti in vita alla fine della guerra, sia quello di coloro che sono ancora in vita oggi. In effetti, la stessa Claims Conference ammette questo fatto. Il
professor Yehuda Bauer, ex direttore di Yad Vashem (il principale Istituto di ricerca sull’Olocausto in Israele), è attualmente il consulente della Claims Conference sull’educazione all’Olocausto. Nel suo studio  appena pubblicato,  Ripensare l’Olocausto, Bauer “valuta che alla fine della seconda guerra mondiale erano usciti dai campi di concentramento e di lavoro forzato nazisti circa 200.000 ebrei, che erano sopravvissuti alle marce della morte”.
 
Benché piuttosto superiore alle stime standard, la cifra di Bauer non si concilia comunque con l’affermazione dell’industria dell’Olocausto durante i negoziati, secondo cui alla guerra sarebbero sopravvissuti 700.000 lavoratori-schiavi ebrei, dei quali 140.000 ancora in vita cinquanta anni dopo. Anche le organizzazioni dei sopravvissuti dell’Olocausto denunciano che l’industria dell’Olocausto aumentò  il numero  dei sopravvissuti durante i negoziati solo  per abbassarlo, una volta avuto  a disposizione il denaro  dei risarcimenti destinati ai sopravvissuti all’Olocausto: “Perché, durante i negoziati il numero effettivo dei sopravvissuti all’Olocausto è stato così grandemente esagerato, e
perché i negoziatori avevano tanta paura che la stampa e gli oppositori tedeschi e svizzeri potessero mettere in discussione le statistiche da loro dichiarate sui sopravvissuti?”.
 
L’inflazione delle cifre adesso supera gli anni di Weimar, con l’inviato speciale del Dipartimento di Stato USA per i problemi dell’Olocausto, J.D. Bindenagel, che proclama che “negli anni successivi alla guerra molti milioni di vittime dell’Olocausto furono trattenute dietro la Cortina di Ferro”. Quei tedeschi che credevano che il pagare il denaro estorto e il profondere lodi pubbliche sulla giustezza morale dell’industria dell’Olocausto  avrebbe finalmente chiuso  il capitolo sui risarcimenti dell’Olocausto devono aspettarsi una sorpresa.
 
L’industria dell’Olocausto sta adesso  avidamente puntando ai 350 milioni di dollari della somma accantonata per una fondazione tedesca che promuove la tolleranza (“Fondo per il futuro”). A guidare la carica è il rabbino Israel Singer, vice-presidente della  Claims Conference. Sostenendo che “è compito della comunità ebraica mettere in discussione le parti del compromesso con le quali non  è d’accordo”, questo  ideatore della strategia del ricatto  dell’industria dell’Olocausto  ha sostenuto: “Non credo che dovremmo giocare secondo le regole dei tedeschi”. Poca meraviglia che
persino altri ebrei, secondo Singer, “mi descrivono come un gangster”.

Il totale delle parcelle dei legali nel compromesso tedesco è arrivato a 60 milioni di dollari. Melvin I. Weiss e Michael Hunsfeld  guidano  la banda con  7,3  e 5,8  milioni di dollari rispettivamente, mentre almeno altri dieci hanno iniziato a lavorare a più di 1 milione di dollari. Il professor Burt Neuborne della New York  University  considerava la sua parcella di 5  milioni di dollari non “particolarmente alta” - specialmente se paragonata alla somma - da 5.000  a 7.000  dollari -
assegnata nel compromesso  tedesco  per un sopravvissuto  di Auschwitz. Rimasto  indietro  con  la somma insignificante di 4,3  milioni di dollari, Robert Swift filosofeggiava sul suo  pagamento “minimo secondo  qualunque standard”: “Non tutto  quello  che si fa nella vita si può misurare in dollari e in cents”. Cercando conforto altrove, un legale intraprendente ha venduto la storia del suo cliente a Mike Ovitz di Hollywood, ex presidente della Disney. Stuart Eizenstadt, senza fare una piega, ha difeso le parcelle dei legali come “estremamente modeste”.
 
I sopravvissuti all’Olocausto la pensano diversamente: “se solo la metà di questa cifra, vale a dire circa 30 milioni di dollari, si fosse potuta risparmiare sulle parcelle dei legali”, ha commentato una organizzazione di sopravvissuti, “avrebbe potuto essere usata per creare uno o più centri sanitari per sopravvissuti malati. Che vergogna queste parcelle esorbitanti!”
 
Tuttavia, è un  errore concentrarsi sui misfatti degli avvocati dell’Olocausto. Questa è stata la strategia principale dell’industria dell’Olocausto per distogliere l’attenzione da sé mentre la verità sgradevole veniva a galla (il successo  è pressoché garantito  negli USA, dove gli avvocati sono universalmente vituperati). In  effetti, i legali delle cause collettive hanno  intascato  tutti assieme, meno  del due per cento dei vari compromessi sull’Olocausto. I veri ladri sono  le direzioni interdipendenti delle organizzazioni affiliate all’industria dell’Olocausto, come la  Claims Conference e il  Congresso Mondiale Ebraico (WJC).
 
Ne  L’industria dell’Olocausto documento l’uso scorretto da parte della Claims Conference dei soldi dei risarcimenti, fin  dal suo  inizio  nei primi anni ‘50. Nessuna di queste conclusioni è stata sostanzialmente confutata, mentre recenti sviluppi confermano il modello enunciato.
 
Nel novembre 2001 il  Congresso Mondiale Ebraico annunciò di aver raccolto 11 miliardi di dollari in risarcimenti per l’Olocausto: si aspettava che alla fine la cifra raggiungesse circa 14 miliardi di dollari (non è chiaro se queste cifre comprendano le decine di migliaia di proprietà del valore di miliardi di dollari, che la  Claims Conference sta ancora contestando  in  Germania). L’industria dell’Olocausto adesso sta “discutendo non se, ma come” usare i “forse miliardi” di “avanzi”, dopo che le vittime dell’Olocausto  bisognose “scompariranno  dalla scena”. E’ difficile capire come
l’industria dell’Olocausto sappia già che ci saranno  “forse miliardi” di rimanenze se - è un’altra delle sue affermazioni - quasi un milione di sopravvissuti all’Olocausto indigenti sono ancora vivi e “decine di migliaia” saranno “probabilmente in vita” nel 2035.

In effetti, l’industria dell’Olocausto prevede miliardi di rimanenze e nello stesso tempo confessa che non  può  neanche offrire assistenza sanitaria alle vittime dell’Olocausto  anziane. Denunciando  lo sperpero  del denaro  dei loro  risarcimenti, ventimila vittime dell’Olocausto  hanno formato  nel giugno 2001 una nuova organizzazione, la Fondazione dei sopravvissuti all’Olocausto-USA, “per assicurare che miliardi di dollari raccolti per i sopravvissuti vengano  pagati ai sopravvissuti”. Il segretario della fondazione, Leo Rechter, ha accusato che i sopravvissuti all’Olocausto, come pure
alcuni “governi stranieri”, sono stati “imbrogliati per decenni facendo loro credere” che la  Claims Conference “avesse a cuore i NOSTRI interessi”. Il direttore della fondazione, David Schaecter, ha deplorato che molti sopravvissuti all’Olocausto anziani vivano in “condizioni disperate” mentre la  Claims Conference ha assegnato solo una parte minuscola dei miliardi che ha acquisito in nome dei sopravvissuti all’Olocausto”. “Non è giusto” che sopravvissuti all’Olocausto non abbiano assistenza sanitaria, ha detto  il presidente della fondazione, Joe Sachs, “mentre vengono spesi milioni per costruire istituzioni in posti lontani come la Siberia e centinaia di milioni vengono spesi in giro per
il mondo, in progetti dagli scopi dubbi ”.
 
Queste imprese discutibili comprendevano “1,5 di dollari per l’“Yiddish Theater” di Tel Aviv”, “1 milione di dollari per il ‘Mordechai Anielevich Memorial’ ” in Israele, “centinaia di migliaia di dollari per uno studio sulla storia delle yeshivot di prima della guerra”, e “oltre mezzo milione di dollari per una ‘Memorial Foundation per la cultura ebraica’ a New York, una cifra pari al doppio del recente stanziamento  per tutti i sopravvissuti bisognosi della Florida”. Criticando  l’industria
dell’Olocausto  per “essersi fatta sotto  cercando  di ottenere denaro  per le sue istituzioni di beneficenza preferite invece di darlo  a coloro  nel cui nome lo  ha ottenuto”, Rechter chiedeva retoricamente se i negoziatori dell’industria dell’Olocausto  avessero informato le loro  controparti del fatto  che una “parte considerevole” del denaro  dei risarcimenti sarebbe stato speso  non  per i sopravvissuti ma in “progetti favoriti”.

L’industria dell’Olocausto ha designato l’ “educazione all’Olocausto” quale principale beneficiaria del denaro  dei risarcimenti. Nel mio libro, ho scritto  che molta della letteratura sull’Olocausto  è “priva di valore sotto  il profilo  scientifico”. Deplorando  il fatto  che “gli editori americani pubblichino  una moltitudine di libri inutili, come le testimonianze di sopravvissuti all’Olocausto che all’epoca avevano sette anni”, Hilberg  prosegue osservando  che “negli Stati Uniti nessuno  è veramente interessato a imparare qualcosa di nuovo su questa epoca storica”, e che “oggi gli studi veramente seri sull’Olocausto vengono dalla Germania”. Una campionatura della recente letteratura
sull’Olocausto conferma i giudizi più severi:

1. Sir Martin Gilbert è il J. K. Rowling della letteratura sull’Olocausto (e ebraica). L’ultima parte della sua serie di Harry  Potter,  Mai più: una storia  dell’Olocausto, è stata scelta dall’industria dell’Olocausto  per essere distribuita in Lituania. Una appendice al libro  propone questa perla di sciovinismo  insulso  fino  all’imbarazzo: “Penso  che gli ebrei d’Europa fossero  le persone più intelligenti sulla terra perché volevano conoscere il mondo attorno a loro”. Considerate i titoli di questi capitoli: “La rivolta del ghetto di Varsavia”, “Le rivolte del ghetto”, “Fuga dai partigiani”, “Movimenti della resistenza ebraica”, “Gli ebrei negli eserciti alleati”, “Gli ebrei nel movimento di resistenza nazionale”, “Le rivolte del campo di sterminio”, “Gli ebrei nella rivolta di Varsavia del 1944”.
 
Dagli ebrei che vanno alla morte “come pecore al macello” adesso siamo agli ebrei che vanno alla morte come dei “Rambo-witz”. Un  altro  brano  del libro  dice: “L’11  aprile, le forze americane arrivarono  [a Buchenwald]. Uno  degli ufficiali americani era un  ebreo  e un  rabbino, Herschel Schechter. Più  tardi ricordò  di aver tirato fuori da un mucchio  di cadaveri un bambino  piccolo, spaventato. Il rabbino  scoppiò  in  lacrime. Poi, sperando  di rassicurare il bambino, cominciò  a ridere. “Quanti anni hai?”, chiese al bimbo che aveva otto anni, in yiddish. “Sono più grande di te”, fu la risposta. “Come puoi dirlo?”, chiese il rabbino, temendo che il bambino fosse squilibrato. “Tu piangi e ridi come un bambino piccolo”, spiegò Lau, “ma io non rido da anni e nemmeno piango più. Perciò, dimmi: chi è più grande?”. In seguito il bambino divenne un rabbino capo di Israele”.
 
Non è chiaro quanti volumi di Spinoza avesse studiato il bambino mentre si trovava sotto i cadaveri. Nel penultimo capitolo, Gilbert rende omaggio agli ebrei come “il popolo del libro”. A giudicare dalla sua ultima opera, essi rischiano di diventare “il popolo del libro comico”.
 
2. Come già detto, Yehuda Bauer è l’ex  Direttore del centro  di ricerca sull’Olocausto  di Yad Vashem, e attualmente è consulente della  Claims Conference sull’educazione all’Olocausto. Nell’impresa che corona l’opera della sua vita,  Ripensare l’Olocausto, Bauer riesce sia ad affermare che a smentire ogni tesi principale sullo  sterminio  nazista degli ebrei: può  e non  può  essere compreso  razionalmente; ebbe origine e non  ebbe origine dall’Illuminismo  e dalla Rivoluzione francese; fu  e non  fu  paragonabile allo  sterminio  degli zingari.

Egli critica bizzarramente “la maggior parte della storiografia tedesca” sull’Olocausto  nazista perché “evita la strage in sé e invece si tormenta su chi decise cosa e quando in merito alla strage degli ebrei”. Infine, Bauer offre questa profonda intuizione delle motivazioni di Himmler: “Se tutti gli esseri umani contengono in sé i semi degli atteggiamenti che definiamo positivi e negativi, possiamo spiegare Himmler come una persona in cui gli elementi negativi si erano manifestati in forma estrema, indubbiamente come risultato della confluenza di fattori sociali e personali-individuali”.

3. Lo studio  di Guenter Lewy,  La persecuzione nazista  degli zingari, fu  acclamato  dallo storico dell’Olocausto Saul Friedlander per la “sua grande compassione”. La tesi centrale del libro di Lewy è che gli zingari non soffrirono come gli ebrei - in effetti, essi non subirono nemmeno un genocidio - durante la seconda guerra mondiale. Il ragionamento è il seguente: gli zingari vennero massacrati spietatamente dagli Einsatzgruppen  come gli ebrei, ma solo  perché sospettati di spionaggio; gli zingari furono  deportati ad  Auschwitz come gli ebrei, ma solo  “per sbarazzarsi di loro, non  per ucciderli”; gli zingari furono gassati a Chelmno come gli ebrei, ma solo perché avevano contratto il tifo; la maggior parte dei pochi zingari rimasti furono sterilizzati come gli ebrei, comunque non per impedire la loro propagazione ma solo per “impedire la contaminazione di ‘sangue tedesco’ ”. Non è difficile immaginare la reazione del pubblico e degli studiosi se nel libro di Lewy si sostituissero agli zingari gli ebrei.
 
4. L’ultimo libro di Richard Overy, un professore inglese di storia contemporanea molto stimato, è intitolato Interrogazioni: l’élite nazista  in  mani alleate, 1945. In  questa raccolta di documenti - altrimenti esaurientemente annotata - sui processi di Norimberga, Overy riproduce senza commento critico la testimonianza di Franz Blaha, un medico ceco imprigionato a Dachau, secondo la quale ci furono  “molte esecuzioni con il gas, la fucilazione o le iniezioni”. Si dà il caso  che Blaha fosse l’unica persona a testimoniare sulla camera a gas di Dachau nel processo di Dachau del 1945. Prima del processo, egli disse che c’era stato un esperimento con il gas, e che egli aveva visto nella camera due morti, due privi di conoscenza, e tre in piedi.
 
Nel processo stesso egli testimoniò di aver visto  nella camera 8-10 persone, tre delle quali erano ancora vive. Solo in seguito, a Norimberga, egli riferì di molte esecuzioni con il gas. E’ esattamente il tipo  di sciatteria culturale dell’industria dell’Olocausto  che rende credibile la negazione dell’Olocausto. Lo scopo  dell’ “educazione all’Olocausto” è naturalmente quello  di “imparare le lezioni dell’Olocausto”. Una lezione importante è dare la priorità alla lotta contro l’antisemitismo - a meno che non convenga non farlo. Pertanto, mentre esortava la comunità mondiale a boicottare l’Austria dopo  che il partito  di Joerg  Haider era entrato  nella coalizione di governo, l’industria
dell’Olocausto  stava felicemente negoziando un accordo  di risarcimento  a Vienna. Raggiunto l’accordo, Stuart Eizenstadt profuse lodi al governo austriaco per aver “mostrato di essere, non solo per l’Austria, ma anche per il resto  dell’Europa e del mondo, una guida su  come ci si può riconciliare con il proprio passato, e su come si possono guarire ferite anche a distanza di decenni”.
 
Un’altra “lezione” importante è “di non paragonare” l’Olocausto  ad  altri crimini - a meno  che il paragone non sia politicamente conveniente. Così, un  periodico  dell’industria dell’Olocausto  ha paragonato l’attacco dell’11 settembre al  World Trade Center alla “prova tremenda della seconda guerra mondiale e alla sofferenza della Shoah”, mentre la rivista  Atlantic si è chiesta chi fra Bin Laden  e Hitler fosse più  in  alto  nella “gerarchia del male”, e il  New York Times Magazine ha sostenuto che il fondamentalismo islamico è “un nemico più formidabile del nazismo”. Nonostante
questo, un’altra “lezione” è ricordare il genocidio nazista - ma dimenticare tutti gli altri genocidi. Così il ministro  degli esteri israeliano  Shimon  Peres ha liquidato  il sistematico sterminio  degli armeni da parte della Turchia come pure e semplici “asserzioni”, e i resoconti armeni del massacro di massa come “insignificanti”.
 
Ancora, un’altra “lezione” è vigilare sui crimini contro  l’umanità - eccetto  quelli commessi dal proprio  governo. Così, mentre il potere assoluto  degli USA causava distruzioni a una gran  parte dell’umanità, l’U.S.  Holocaust Memorial Council  “esortava gli Stati Uniti a concentrarsi sulla minaccia di genocidio’ in  Sudan”. Infine, l’esercito  israeliano  sta apprendendo  la più  istruttiva “lezione” dell’Olocausto. Per reprimere la resistenza palestinese contro 35 anni di occupazione, un anziano  ufficiale israeliano  ha fatto  appello  all’esercito  perché “analizzasse e interiorizzasse le
lezioni su come l’esercito tedesco aveva combattuto nel ghetto di Varsavia”(1).
 
In realtà, una delle autentiche lezioni dell’Olocausto nazista è, credo, molto semplice: dire la verità al potere. Nell’attuale clima di “correttezza sull’Olocausto” e di intimidazione, il costo personale e professionale può  essere notevole. Ma il prezzo  del silenzio è peggiore. I travisamenti e le menzogne dell’industria dell’Olocausto  favoriscono  la negazione dell’Olocausto: i suoi ricatti e mercanteggiamenti fomentano  l’anti-semitismo, le sue ipocrisie e i due pesi e due misure impediscono regole significative. Prima verrà chiusa l’industria dell’Olocausto, meglio staremo noi
tutti - ebrei e non ebrei.
Norman Finkelstein, prefazione all’edizione tedesca del suo libro  L’Industria dell’Olocausto (traduzione di Ornella Sangiovanni)
                                              
(1) Amir Oren, “At the gates of Yassergrad,” in Haaretz (25 January 2002), and Uzi Benziman, “Immoral Imperative,” in  Haaretz (1 February 2002).