Ho servito il re d'Inghilterra

di Francesco Panaro Matarrese






Fate attenzione a quello che ora vi racconto.
Quando arrivai all’albergo Praga, subito il principale mi prese per l’orecchio e me lo tirò dicendomi: «Tu qui sei un apprendista cameriere, quindi ricordati. Tu non hai visto nulla e non hai sentito nulla. Ripeti!». E io dissi che al lavoro non vedevo nulla e non sentivo nulla. E il principale mi tirò l’orecchio destro e disse: «Ricordati però che devi lo stesso vedere e sentire ogni cosa. Ripeti!» E io ripetei sbigottito che avrei visto e sentito ogni cosa. E fu così che cominciai.
 
Ogni mattina alle sei stavamo sul posto di lavoro, era come una sfilata di moda, arrivava il proprietario dell’albergo, da un lato del tappeto c’erano il maître e i camerieri e in fondo io, piccolo come un   piccolo, e dall’altro lato i cuochi, le cameriere, le sguattere e la ragazza del buffet, e il proprietario ci passava accanto e guardava se le pettorine erano pulite e i colletti duri e i frac senza macchie, e se non mancava qualche bottone, e se le scarpe erano pulite, e si chinava per verificare con l’olfatto se ci eravamo lavati i piedi, e poi diceva: «Buon giorno, signori, buon giorno signore…».
 
E da quel momento non dovevamo più parlare con nessuno, e i camerieri mi insegnavano come si avvolgono nel tovagliolo forchetta e coltello, e io svuotavo i portacenere e ogni giorno dovevo pulire il cestello di latta per i würstel perché io vendevo i würstel alla stazione, me l’aveva insegnato l’apprendista di prima che adesso aveva smesso di fare l’apprendista, ormai aveva incominciato a lavorare ai tavoli, caspita!, quello avrebbe dato chissaché per continuare a vendere i würstel! A me sembrava un bel po’ strano, ma poi lo capii.
 
Non volevo fare nient’altro che vendere würstel lungo i treni, un sacco di volte al giorno davo due würstel per una corona e ottanta compreso il panino, il viaggiatore però aveva soltanto una banconota da venti, talvolta una da cinquanta, e io ogni volta non avevo spiccioli, anche quando li avevo, e così continuavo a vendere i panini fino a che ormai il viaggiatore non saltava sul treno e si faceva largo verso il finestrino e allungava il braccio, e io per prima cosa poggiavo a terra i würstel e poi cominciavo a frugacchiare in tasca tra gli spiccioli, e il viaggiatore a urlare che gli spiccioli ne li potevo pure tenere, ma che pensassi a dargli indietro soprattutto le banconote di resto, e io cercavo con lentezza le banconote in tasca, e il capomovimento già fischiava e io tiravo fuori lentamente le banconote, e il treno si era già messo in moto e io correvo accanto al treno, e quando il treno cominciava a prendere velocità, allora io alzavo il braccio e le banconote stavano quasi lì lì per toccare le dita del viaggiatore che si allungava tutto quanto,
 
alcuni si sporgevano al punto che qualcuno nello scompartimento li doveva reggere per le gambe, uno andò persino a sbattere la testa contro una colonna idraulica, un altro contro un pilastro, ma poi le dita si allontanavano velocemente e io rimanevo col fiatone, con la mano allungata e con dentro le banconote che ormai erano mie, erano pochi i viaggiatori che tornavano a reclamare quei soldi, e così cominciavo ad avere dei soldi miei, nel giro di un mese erano già un paio di centinaia di corone, alla fine ne avevo addirittura un migliaio, ma la mattina alle sei e la sera prima di andare a dormire il principale veniva a controllare se mi ero lavato i piedi,e già a mezzanotte dovevo stare a letto, e così incominciavo a non sentire, ma a sentire tutto, e cominciavo a non vedere e a vedere ogni cosa attorno a me, vedevo l’ordine  e la regolarità, vedevo il principale contento del fatto che in apparenza tra noi ci comportassimo da nemici, quando mai una cassiera poteva andare al cinematografo con un cameriere!,
 
ci sarebbe stato il licenziamento su due piedi, e conobbi anche i clienti che stavano in cucina, il tavolo dei clienti abituali, ogni giorno dovevo pulire i loro bicchieri, ciascuno aveva il proprio numero e la propria sigla, un bicchiere con un cervo, e un bicchiere con delle violette, e in bicchiere con sopra una piccola città, e bicchieri sfaccettati e bicchieri panciuti e un boccale di terracotta con la sigla HB che veniva addirittura da Monaco di Baviera, e così ogni sera arrivava quella brigata di eletti, il signor notaio e il capostazione, e il presidente del tribunale, e il veterinario e il direttore della scuola di musica, e l’industriale Jína, e io aiutavo tutti a infilarsi e togliersi il cappotto,
 
e quando portavo la birra a ciascuno doveva ricevere in mano il proprio bicchiere, e io mi stupivo di come quella gente ricca riuscisse a passare tutta la serata parlando magari del fatto che fuori città c’era una passerella e lì, vicino a quella passerella, trent’anni prima c’era un pioppo, e poi si cominciava: uno diceva che lì quella passerella non c’era, che lì c’era soltanto il pioppo, e un altro che lì il pioppo non c’era, e che non c’era una passerella ma soltanto una tavola di legno con una ringhiera…
 
e così continuavano a sorseggiare la birra e a parlare dello stesso argomento e a urlare e a prendersi a parolacce, però come se fosse tutto per finta, perché stavano lì lì per urlarsi, uno di fronte all’altro, al di qua e al di là del tavolo, che lì c’era la passerella e non il pioppo, e dall’altro lato che lì c’era il pioppo e non la passerella,ma poi si mettevano nuovamente a sedere e ogni cosa tornava a posto, urlavano solo per gustare meglio la birra, altre volte poi litigavano su qual era la migliore birra di Boemia, e uno dava quella di Protivín e un altro quella di Vodňany e un terzo quella di Plzeň, e un quarto quella di Nymburk, e quella di Krušovice, e così ricominciavano a inveire uno contro l’altro, ma si volevano tutti bene e urlavano soltanto perché accadesse qualcosa, per ammazzare in qualche modo quel tempo serale…
 
E poi era il turno del capostazione che si chinava, mentre gli stavo dando la birra, e sussurrava che il veterinario era stato visto in visita alle signorine dai Rajský, che era stato lì in camera con Jaruška, e il direttore della scuola elementare bisbigliava invece che in effetti lì c’era stato, il veterinario, ma non giovedì bensì già il mercoledì, e poi insieme a Vlasta, e così passavano l’intera serata solo parlando delle signorine che stavano a Rajský, e di chi c’era stato e di chi non c’era stato, e io a sentirli, a sentire quei loro discorsi, a me non importava più nulla sapere se fuori città ci fossero il pioppo e la  passerella oppure la passerella senza il pioppo, o soltanto il pioppo, e nemmeno se era meglio la birra di Bránice o quella di Protivín, io non volevo vedere niente e sentire niente, io volevo solo vedere e sentire com’era lì dai Rajský.
 
Feci i miei conti e continuai a vendere i würstel in modo da ritrovarmi soldi a sufficienza per avere l’ardire di presentarmi dai Rajský, alla stazione riuscivo persino a piangere, e dato che ero piccolo, un  piccolo perfetto, la gente faceva un gesto con la mano e mi lasciava i soldi di resto pensando che fossi orfano. Maturò così in me il piano di calarmi una volta dalla finestra della mia cameretta, passate le undici, dopo essermi lavato i piedi, e di andare a dare un’occhiata dai Rajský. Quel giorno all’albergo Alla città d’oro di Praga cominciò il pandemonio.
 
La mattina si era presentata una brigata di zingari, erano tutti ben vestiti, e siccome di soldi ne avevano, essendo calderai, allora se ne stavano seduti al tavolo e si facevano portare tutto il meglio che c’era, e ogni volta che ordinavano qualcos’altro, ogni volta tiravano fuori i soldi per far vedere che ce li avevano, il direttore della scuola di musica stava seduto accanto alla finestra, ma gli zingari urlavano e così lui si trasferì a sedere in mezzo al ristorante, continuando a leggere un libro, doveva certo trattarsi di un libretto terribilmente interessante perché quando il direttore si era alzato per spostarsi tre tavoli più in là l’aveva fatto continuando a leggere il suo libricino,
 
e anche mentre si metteva a sedere leggeva, con le mani tastava dov’era la sedia e continuava a leggere, e io pulivo i bicchieri per i clienti abituali, guardavo controluce, era ancora mattina, non c’era che qualche brodino e qualche gulasch per un paio di clienti, il fatto è che tutti i camerieri, anche se non avevano niente da fare, dovevano lo stesso fare continuamente qualcosa, come me che dovevo stare lì a pulire con cura, e anche il maître, in piedi, aggiustava le forchette nella credenza, e un cameriere si era rimesso a dare un’ultima aggiustatina ai tavoli…

e in quel momento, sotto la finestra, mentre stavo guardando un bicchiere con su Praga d’oro, ti vedo degli zingari correre furibondi, e poi s’infilarono nel nostro Praga d’oro, e di sicuro già nel corridoio dovevano aver tirato fuori i coltelli, e poi avvenne una cosa terribile (…).
Bohumil Hrabal, Ho servito il re d’Inghilterra.



Ho servito il re d’Inghilterra narra di stupefacenti avventure di un apprendista cameriere dell’albergo  Praga d’oro. Basso di statura, povero, al servizio di un mondo di ricchi, incontra maître di grande fama, serve il Negus, il presidente cecoslovacco, tutte persone abituate a dormire in camere da letto con i pavimenti ricoperti di banconote. Anche il piccolo apprendista cameriere diventerà ricco. La regista Vera Caîs si è ispirata a questo romanzo per il suo film  Une trop bruyante solitude, una produzione che ha affrontato notevoli difficoltà, quasi un altro romanzo. Caîs riuscì a coinvolgere anche Hrabal nel film. In un’intervista con Elisabetta d’Erme la regista racconta: «Hrabal ha letto la mia sceneggiatura, gli è piaciuta e mi ha detto di utilizzarla. È stato divertente averlo sul set. Quando gli dissi che c’era una parte anche per lui mi riempì di maledizioni, per chiedermi subito dopo a che ora doveva presentarsi sul set. L’appuntamento era per la mattina successiva alle 8. “Vengo in taxi, tassametro acceso, resto cinque minuti!” arrivò, girammo la prima e lui chiese: “Ma non facciamo il cut?” Insomma rimase fino alle otto di sera e intanto il tassametro seguitava a correre».