Guerre fra poveri disgraziati

di Francesco Panaro

Un frame del film Trainspotting

Un frame del film Trainspotting




C’è un modo di essere, una cultura dominante sempre più ferma nel considerare la gentilezza e la generosità una sciocchezza.

Nel suo Leviatano (1651) Hobbes definisce la generosità irrazionale, insensata perché gli uomini sono animali che pensano soltanto a se stessi, una guerra di tutti contro tutti. Oggi a distanza di tre secoli e mezzo l’umanità segue Hobbes, l’interesse personale è il fine assoluto.

Trainspotting, il primo fortunato romanzo dello scrittore scozzese Irvine Welsh poi divenuto film, fu giudicato un pessimo esempio per i giovani perché denso di forti racconti di droga che si susseguivano. L’indecenza non era in quella comoda interpretazione del testo e del film, ma nella storia portante – che sfuggì ai più – di alcuni giovani amici, tutti poveri, drogati, ai margini della società, che tradiscono brutalmente altri amici per un brutto problema di interesse. La storia di una stupida guerra fra poveri disgraziati che intuiscono che per cambiare le sorti della propria vita bisogna tradire il proprio amico d’infanzia, di gioventù. Quello con cui dividi il sonno, gli ideali. Il tradimento dell’amico, ossia la mancanza di generosità, di gentilezza.

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http://www.youtube.com/watch?v=k-a0wg9SW-I///

E David Hume? Relegato come un folle perché, affermava, colui che nega il concetto di generosità “ha dimenticato i moti del suo cuore”. Come mai, si interrogava il filosofo, l’essere umano arriva a cancellare la gentilezza, nonostante il grande piacere che essa può offrire?

Eppure la caritas ha tenuto insieme, per molto tempo della storia umana, gli individui nella società. Nell’ingranaggio deve essere entrato un immenso granello invisibile che ha messo fuori uso, ha reso demodé, anzi no, non demodé, ha reso stupido l’essere gentile, l’essere generoso. D’altra parte chi può ritenere intelligente una persona che si adopra per gli altri o che fa un passo indietro a favore di uno sconosciuto? Gentilezze, appunto, d’altri tempi.

Nel Lamento di Portnoy, il magnifico romanzo di Philip Roth, Alex si interroga su come sia possibile che alcuni ragazzi ebrei israeliani possano minacciare un altro ebreo con un coltello per derubarlo. Com’è possibile che in Terra Santa un ebreo possa essere contro un altro ebreo? In definitiva, questi sono i figli di un popolo, vittima e carnefici, che ha tanto sofferto. Sembra che ineluttabilmente ognuno debba inghiottire voracemente il proprio simile. Allora la storia non insegna mai nulla, o quasi.

(…) Non è lo spirito della grande corrente della civiltà europea e americana, in cui ci troviamo. Quest’ultimo si esterna in un progresso, in una costruzione di strutture sempre più ampie e complicate; l’altro, in una tensione verso la chiarezza e trasparenza di qualsiasi struttura. L’uno vuole cogliere il mondo a partire dal suo perimetro – nella sua molteplicità; l’altro nel suo centro – nella sua essenza. Perciò, mentre l’uno pone in fila una costruzione dopo l’altra, sale quasi di gradino in gradino sempre più in alto, l’altro rimane dov’è e insiste a considerare sempre le stesse cose.
(Wittgenstein, Manuskriptband V, pp. 204-13)