L'amante di Wittgenstein

di Abo



Wittgenstein’s mistress
è la storia di Kate, una donna di mezza età convinta di essere l’ultimo essere umano rimasto sulla Terra.
Non sappiamo (e non lo sapremo neppure alla fine del romanzo) se il mondo sia davvero spopolato o se Kate, come lei stessa suggerisce, sia solo pazza. Il bello è che nell’economia di Wittgenstein’s Mistress, questo non ha alcuna importanza, perché non è dell’apocalisse o della sanità mentale che si parla qui.

Kate dice di vivere da sola da parecchio tempo, almeno 10 anni. Girovaga su spiagge deserte, cambiando automobile ogni volta che desidera. Occupa case abbandonate, legge i libri che trova nelle librerie.

La solitudine e l’avanzamento dell’età sembrano aver minato le sue capacità mnemoniche, confondendo ricordi e nozioni in un groviglio di fatti interconnessi.
Kate decide quindi di affidarsi alla parola scritta, nella speranza che questa possa fissare una volta per tutte cosa è vero e cosa no. Si cimenta così nella scrittura di un romanzo (che è ovviamente il corrispettivo metafinzionale di Wittgenstein’s mistress), optando per una forma di scrittura basica, basata su affermazioni e su brevi periodi, come se la struttura semplice fosse l’unica via per disinnescare la complessità del reale. Si rende però conto che anche il linguaggio ha dei limiti, e che anche in esso restano zone grigie:

These beach houses are all of wood, of course. All I could do was sit at he dunes and watch it burn. It burned all night. I still notice tha burned house, mornings, when I walk along the beach.
Well, obviously I do not notice the house. What I notice is what remains of the house.
One is still prne to think of a house as a house, however, even if there is not remarkably much left of it. […]
One’s language is frequently imprecise in that manner, I have discovered.

Il passaggio dal pensiero alla scrittura, conduce inevitabilmente Kate ad aporie altrettanto irrisolvibili:

Surely one cannot type a sentence saying that one is not thinkink about something without thinking about the very thing that one says is not thinking about.

Problemi filosofici fondamentali (che qualcuno non si esimerà dal definire menate mentali, probabilmente).
E una volta che ci si addentra in questo regno dei paradossi, non si può fare a meno di citare Zenone di Elea, e l’inseguimento della tartaruga da parte di Achille. Come l’eroe si avvicinerà sempre più all’animale senza raggiungerlo mai, il pensiero di Kate si avvicinerà via via alla ricostruzione di alcuni fatti storici, tramite una lunga serie di aneddoti riguardanti personaggi del epos, dell’arte, della filosofia e dello spettacolo, rimescolati tramite associazioni libere, deduzioni errate e coincidenze irrilevanti.

Si cita Paride (Paris in inglese) ed eccoci proiettati nella capitale francese, si parla di William Gaddis ed eccoci teletrasportati nello studio del pittore Taddeo Gaddi.
Il mondo mentale di Kate è un caleidoscopio in continuo movimento, libero dalle costrizioni dello spazio (la donna dice di aver vissuto in Turchia, a Firenze, a Parigi, senza spiegare come avrebbe potuto viaggiare su un aereo essendo l’unica superstite sulla Terra) e del tempo (si giunge a sostenere, tramite complessi ragionamenti, che Euripide sia stato influenzato da Shakespeare).

Cerebrale e ambizioso, delirio di una pazza o metafora della solitudine, riflessione sulla memoria come strumento inaffidabile: non stupisce che prima di vedere la pubblicazione Wittgenstein’s Mistress sia stato, a quanto dice Markson, rifiutato da 54 editori, che lo hanno considerato poco vendibile.
È invece degno di nota che una volta uscito, il romanzo sia stato ristampato più volte e in varie edizioni, ottenendo ottime critiche e anche un certo successo di vendite. Esempio utile a dimostrare che in alcuni casi, con un po’ di coraggio, l’editoria sa mettere a segno dei colpi a sorpresa.

Si conclude così la mia recensione for dummies (e from a dummy).
Per uno studio ben più approfondito dell’opera, qui potete trovare l’elefantiaca recensione di Wittgenstein’s mistress firmata David Foster Wallace.
Non credo sia necessario conoscere tutti i concetti che vengono sviscerati da DFW per apprezzare il romanzo in questione, ma è certo che se siete appassionati di filosofia Wittgenstein’s mistress sarà lettura ancor più interessante.
E in ogni caso faticosa, questo non lo si può negare. Ci sono momenti in cui vi sembrerà di sentire delle rotelline girarvi nella testa, cercando di seguire il filo del discorso. Del resto:

Then again, something else I once read about Wittgenstein was that he used to think so hard that you could actually see him doing it.

Un’ultima cosa: qui un’anima pia ha redatto un indice di tutti i temi e i nomi che compaiono nel romanzo. Un’opera improba, ma assai utile.

Pro:
- La forma ridotta all’osso.
- Gli aneddoti riguardanti artisti e filosofi, con particolare attenzione a quanti hanno finito per diventare pazzi. Credo che Diary di Palahniuk debba a Wittgenstein’s Mistress buona parte della sua ispirazione.

Contro:
240 pagine non sono molte, in linea generale. Se però sono così dense di domande filosofiche possono sembrare almeno il doppio. Considerato poi che la ripetizione è uno dei cardini del romanzo, credo che qualche pagina in meno non sarebbe stata una cattiva idea.

La citazione:
What do any of us ever truly know, however?

Wittgenstein’s Mistress di David Markson, 1988, Dalkey Archive, 250 pagine, 12,95 dollari
(Abo è l'autore di Mondobalordo