Breve invito all’agire

di Leonora Pigliucci




Cos’hanno in comune gli atti con le azioni? Esistono atti inediti, mai compiuti, che possono divenire autentici mezzi di liberazione e disturbo del “quieto” vivere? E cosa possiamo imparare dagli animali per cambiare lo stato di cose presente? Dal punto di vista della società-grattacielo, le risposte a queste domande dovranno essere qualcosa d’inaccettabile. D’intollerabile, anche solo per un attimo. Quando saranno tollerabili, ecco la filosofia d’accademia, «di cani abbaianti in una cuccia sordomuta, ignoranti allo sbaraglio». La filosofia non cerca soluzioni, ma problemi. Non può prestarsi alla perversione della cura: resta per sua stessa essenza diagnosi.

 
In tempi in cui i venti della finanza fanno scricchiolare non solo le fondamenta economiche dei paesi più ricchi, ma anche le ben più nobili conquiste della libertà democratica e della sovranità popolare, travolte impietosamente dalla tempesta e infine sacrificate sull’altare del pareggio di bilancio, la riflessione sui connotati della (residua) civiltà occidentale si mostra, presto o tardi, inaggirabile.
 
Che ne è dell’idea di cittadinanza? Perché non ci protegge dall’incubo di una vita non dignitosa, quando avrebbe dovuto invece condurci più in alto, verso la fratellanza universale? E quando si è perso il progresso civile, lasciato distrattamente a sgretolarsi tra gli ingranaggi di una macchina tecnologica che il mercato fa correre impazzita, come un mostro dallo sguardo inumano?
 
Ci sono libri che nel caos della nostra certezza frantumata spiazzano le verità residue, e che al quotidiano sbandamento danno risposte che risultano così sconvolgenti da suonare veritiere e illuminanti, ma perché in fondo dicono qualcosa che già sappiamo.
 
Flatus vocis - Breve invito all’agire animale (Novalogos, 2012, euro 12) del giovane filosofo siciliano Leonardo Caffo, muove sui limiti di quella cittadinanza a brandelli, gettando uno sguardo al di sotto delle alte mura che separano (quanto meno sulla Carta) gli aventi diritto dai senza valore, le mura che tutte le minoranze della storia hanno lottato per scavalcare per poter anch’esse edificare grattacieli “da cui godere di una bella vista sul cielo stellato” (Horkheimer).
 
Laddove è il luogo della confinata libertà del cittadino, dice Caffo, non vi è mai stato però realmente l’Uomo. Esso in quanto diversità animale e molteplicità creatrice naturale non può, se non per un’operazione che ne forza i connotati, essere rinchiuso in un identità, alla quale, sola, attribuire il diritto all’esistenza.
 
E’ perciò da quella riduzione, quella negazione dell’animalità, che nasce tanto il dramma degli esclusi che l’illibertà effettiva di tutti i cittadini dis-umanizzati: questi solo illusoriamente scelgono, muovendosi in un panorama di atti già scritti, dove i desideri e i bisogni sono funzionali solo alla sopravvivenza del sistema economico capitalista che, “come mostro autopoietico che cambia maschera ma mantiene inalterato il volto”, arriva a plasmare gli individui fin dentro la coscienza, perché ne tengano in piedi le fondamenta tramite la loro stessa autonegazione.
 
Come svelare dunque la trama nascosta di questo meccanismo ingiusto e nullificante? Se all’interno della città tutti gli atti sono previsti e prevedibili, la rivoluzione, suggerisce Caffo, si fa guardando con determinazione altrove: in direzione dell’Aperto, di rilkiana memoria, e cioè nello sguardo sofferente degli animali gementi nei mattatoi che, sempre per dirla con Horkeimer, affollano gli scantinati del grattacielo del capitalismo.
 
Nel dolore degli ultimissimi, frutto di umana (anzi inumana) spietatezza, si mostra l’insensato della condizione di tutti gli esseri senzienti, di tutti gli animali, umani e non. E acquisita questa consapevolezza, pensare di salvare solo gli umani si rivela come possibilità vacua.
 
Infatti quanta diversità biologica - ha osservato Derrida - accomuniamo sotto il termine “animale” e come venire a capo dei dilemmi posti dal progresso della conoscenza scientifica, che solo pochi mesi fa ha portato gli etologi a riconoscere anche in balene e delfini le caratteristiche della “persona umana”? La vita si direbbe essere più meticcia di quello che ci piace credere. Del resto il rassicurante limite antropocentrico non vacilla da ieri.

La storia del novecento ne ha scandalosamente svelato l’illusorietà e non è strano che la consapevolezza della sua essenza impalpabile e ingannevole, incapace di fungere da rete protettiva dalla follia distruttrice dell’arbitrio senza controllo, si sia fatta largo nella filosofia dai tempi della scuola di Francoforte e dal dopoguerra, quando non furono pochi i pensatori che trovarono inquietanti analogie tra l’offesa alla vita umana costituita dall’Olocausto e l’abitudine alla reificazione dei corpi animali per la produzione del benessere umano.
 
Da allora accade spesso che si prenda in prestito lo sguardo animale come lente per osservare i peccati mortali dell’uomo contemporaneo. Caffo non si sottrae a questa tendenza, e attinge abbondantemente dalla fenomenologia del filosofo americano Ralph Acampora, che ha coniato il termine sinfisìa, per indicare il tessuto comune vivente: esperienza mortale che connota tanto l’animale uomo che tutti gli altri, nel riconoscimento della quale, solo, è ancora possibile incontrare le ragioni di un’autentica compassione.
 
Nel rifiuto della struttura gerarchica tra i viventi, pronunciato da alcune minoranze della società contemporanea che combattono la prima battaglia della storia umana in favore
dell’ “assolutamente altro”, l’altro Animale, Caffo intravede allora la fine stessa della Storia, così come intesa sino ad oggi.
 
Ed anche la filosofia è a un bivio. Nell’assurgere al proprio ruolo autentico, e pertanto non istituzionale né istituzionalizzabile, di rivelare il non-detto del presente, essa oggi dichiara il fallimento della propria istanza privilegiata, la razionalità, e si apre ad una filosofia della vita che scende dalle vette della logica formale, dove l’animale uomo e la sua vita non esistono, per riprendere il contatto con la realtà.
 
Parafrasando ciò che disse Oscar Wilde sull’arte, per Caffo la filosofia la si disprezza non amandola o amandola sola razionalmente. E allora non c’è ragione, anche da filosofi, e anche nei tempi bui come quelli della tecnocrazia, per dubitare della facoltà razionale come forma espressiva privilegiata dell’animale umano, l’unica che dovrebbe muovere il suo agire nel mondo. Che ne sarebbe altrimenti, si chiede Caffo, della poesia? Non è forse quello lirico, quello dell’empatia e dello slancio amoroso, un linguaggio altrettanto proprio per l’animale uomo?
 
Oggi che l’equilibrio della biosfera è sul punto di spezzarsi, il diritto occidentale si mostra come involucro vuoto di vita e “ l’umano cittadino assomiglia sempre più a una farfalla attaccata alla vita, che non si rassegna alla caducità di ogni bellezza”, è il momento di imporre, da razionali, limiti a quel raziocinio che ha generato i mostri dello sfruttamento intensivo e violentatore sulla natura, che ha stabilito con una tautologia abissale il proprio primato e una prevalenza arrogante all’unico animale parlante (di linguaggio umano) del pianeta Terra. Una filosofia “coi piedi saldamente ancorati sulle nuvole”, dice Caffo, anticipa e preannuncia una rivoluzione inedita, che si fa reale al momento che la si pensa.
 
I nuovi soggetti rivoluzionari sono cittadini ridivenuti umani (e dunque animali!) che riscoprono e rivendicano il proprio essere corpo in mezzo ad altri corpi viventi, che non agiscono politicamente per se stessi, come nelle cicliche, apparenti, rivoluzioni del passato, ma in favore dell’infinitamente-altro, nei cui occhi per la prima volta si rispecchiano.
 
In quello sguardo ricambiato, il punto di vista del filosofo - che Caffo ricorda, è utile alla diagnosi, ma non propone la cura - vede la rottura dei non più sacri confini della specie, e con essi di tutti i confini. Al di là dei quali nulla sarà più come prima.