El presidente diferente

di Francesco Panaro





Al di là del soprannome del capo di Stato uruguayano, “presidente più povero del mondo”, José Mujica è veramente un uomo politico sui generis. E non perché cita Epicuro e Seneca e fa discorsi sulla felicità.

Ha 77 anni, vive con la moglie in un vecchio casale, è vegetariano, si accompagna con il suo cane a tre zampe e tira su l’acqua dal pozzo col secchio perché non ha, e non vuole, quella corrente. Il cortile invaso dalle erbacce è usato per stendere il bucato: bisogna immaginare una vecchia e cadente masseria italiana prima degli anni Sessanta.

Il testo segue oltre il video
http://www.youtube.com/watch?v=3SxkMKTn7aQ///
Josè Mujica,  nonostante la carica di capo di Stato, non si è fatto incastrare da quelle che lui chiama “trappole della ricchezza”. Non ha né la scorta né un conto in banca. Dei suoi 250 mila pesos al mese (10 mila euro circa) trattiene per sé 800 euro, il resto lo devolve al Fondo Raùl Sendic per lo sviluppo delle aree più povere del paese: «Anche se sono pochi quelli che trattengo per me mi devono bastare, perché la maggior parte degli uruguaiani vive con molto meno».
 
Mujica proviene politicamente dalla sinistra rivoluzionaria. Fra gli anni Sessanta e Settanta ha militato nel gruppo armato che si ispirava alla rivoluzione cubana, il Movimento di liberazione nazionale Tupamaros. È stato arrestato diverse volte, ed è riuscito a fuggire altrettante. Ha fatto 14 anni di carcere duro fino alla sua liberazione nel 1985, anno in cui l’Uruguay è tornato un paese democratico.
 
In una intervista alla BBC ha esposto con poche parole la sua semplice filosofia di vita: «Mi chiamano il presidente più povero, ma io non mi sento povero. I poveri sono coloro che lavorano solo per cercare di mantenere uno stile di vita costoso, e vogliono sempre di più. È una questione di libertà. Se non si dispone di molti beni allora non c'è bisogno di lavorare per tutta la vita come uno schiavo per sostenerli, e si ha più tempo per se stessi».  
 
È diventato presidente nel 2009 con un largo consenso. La sua popolarità nei tre anni trascorsi al potere è diminuita perché ha fatto irritare alcune parti della società uruguayana per non aver posto il veto al disegno di legge di legalizzazione dell’aborto e per la disponibilità ad un dibattito sulla legalizzazione della canapa indiana. Naturalmente il vecchio José non è preoccupato del suo personale futuro politico. Alle elezioni del 2014 non si ricandiderà: tornerà a fare il contadino, fedele alla sua terra, al suo popolo, ai suoi ideali, a sua moglie, al suo cagnolino saltellante su tre gambe e al suo vecchio maggiolino blu.
 
 
Discorso del Presidente Josè Mujica al G20. Brasile, giugno 2012
«Autorità presenti di tutte le latitudini e organismi, al popolo del Brasile, e alla sua signora, Presidente, e molte grazie alla buona fede che sicuramente hanno manifestato tutti gli oratori che mi hanno preceduto ed esprimiamo l’intima volontà, come governanti, di accompagnare tutti gli accordi che questa nostra povera umanità possa sottoscrivere e che senza dubbio ci permettono di farci alcune domande a voce alta:
 
per tutta la sera si è parlato di sviluppo sostenibile di tirare fuori masse immense dalla povertà. Che cos’è che ci svolazza in testa? Il modello di sviluppo e di consumo attualmente è quello delle società ricche. Mi domando: cosa succederebbe a questo pianeta se gli Hindu avessero la stessa proporzione di auto per famiglia che hanno i tedeschi? Quanto ossigeno ci resterebbe per poter respirare?

Più chiaramente: il mondo oggi ha gli elementi materiali

per rendere possibile che 7-8 mili ardi di persone possano avere lo stesso grado di consumo e di spreco che hanno le più opulente società occidentali? Sarà possibile? O dovremo fare un giorno un altro tipo di discussione?
 
Perché abbiamo creato una civilizzazione, quella in cui siamo, figlia del mercato, figlia della concorrenza e che ha prodotto un progresso materiale portentoso ed esplosivo. Però quello che era economia di mercato ha creato società di mercato! E ci ha prodotto questa globalizzazione, che significa guardare a tutto il pianeta! Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione governa noi? È possibile parlare di solidarietà e che “siamo tutti uniti”, in un’economia basata sulla concorrenza spietata? Fin dove arriva la nostra fratellanza?
 
Nulla di questo lo dico per negare l’importanza di questo evento, no, è il contrario!
La sfida che abbiamo davanti è di una portata colossale e la grande crisi… non è ecologica, è politica! L’uomo non governa oggi la forze che ha scatenato; fino a quando le forze che ha scatenato governano l’uomo e la vita!
 
Perché non veniamo sul pianeta per svilupparci in termini generali, veniamo alla vita cercando di essere felici. Perché la vita è corta e ci va via. E nessun bene vale come la vita, e questo è elementare. Però se la vita mi va a sfuggire, lavorando e lavorando per consumare un “plus”, e la società del consumo è il motore!
 
Perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, o se si ferma, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, è il fantasma della stagnazione per ognuno di noi. Però questo iper-consumo a sua volta, è quello che sta assalendo il pianeta! E deve generare, questo iper-consumo, cose che durano poco, perché si deve vendere tanto!
 
E una lampadina elettrica non può durare più di 1000 ore accesa. Ma ci sono lampadine che possono durare 100.000… 200.000 ore! Però queste non si possono fare! Perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo avere una civilizzazione di uso e smaltimento! E siamo in un circolo vizioso!
 
Questi sono problemi di carattere politico! Che ci stanno indicando la necessità di iniziare a lottare per un’altra cultura. Non si tratta di tornare all’uomo delle caverne, né di avere un “monumento dell’arretratezza”. È che non possiamo indefinitamente continuare ad essere governati dal mercato , ma che dobbiamo governare il mercato!
 
Per questo dico che il problema è di carattere politico… è nel mio umile modo di pensare. Perché i pensatori antichi definivano, Epicuro, Seneca, gli  Aymara , “Povero non è chi possiede poco, ma veramente povero è chi necessita infinitamente tanto”… e desidera, e desidera... e desidera sempre di più.
Questa è una chiave di carattere culturale.
 
Quindi saluto lo sforzo e gli accordi che si fanno. E lo accompagno, come governante. Perché so che alcune delle cose che sto dicendo “stridono”. Però dobbiamo renderci conto che la crisi dell’acqua, che la crisi dell’aggressione ambientale, non è una causa. La causa è il modello di civilizzazione che abbiamo costruito. E ciò che dobbiamo rivedere è il nostro modo di vivere!
 
Perché? Appartengo ad un piccolo paese, molto ben dotato di risorse naturali per vivere. Nel mio paese ci sono 3 milioni di abitanti, poco più, 3 milioni e 200... Però ci sono 13 milioni di vacche delle migliori al mondo! E un 8-10 milioni di ovini stupendi! Il mio paese è esportatore di cibo, di latticini, di carne. E’ una pianura, quasi il 90% del suo territorio è utilizzabile.
 
I miei compagni lavoratori lottarono molto per le 8 ore di lavoro e ora stanno ottenendo 6 ore! Però chi ottiene 6 ore ottiene due lavori pertanto lavora più di prima. Perché? Perché deve pagare un mucchio di rate: il motorino che ha comprato... l’automobilina che ha comprato... E paga rate! E paga rate! E quando arrivi ad estinguere è un vecchio reumatico come me, e la vita gli va via!

E uno si fa questa domanda: è questo il destino della vita umana?
Queste cose sono molto elementari. Lo sviluppo non può essere contro la felicità! Deve essere a favore della felicità umana! Dell’amore! Della terra! Delle relazioni umane! Di prendersi cura dei figli! Di avere amici! Di avere l’elementare!
Precisamente. Perché questo è il tesoro più importante che hanno. Quando lottiamo per un ambiente migliore, il primo elemento dell’ambiente si chiama “la felicità umana”. Grazie».