Una lettera anonima

di Francesco Panaro Matarrese










L'amore è la capacità
di avvertire il simile
nel dissimile
Adorno



Un gobbo ricevé una lettera anonima d’amore, l’invito a un appuntamento:

Trovatevi sabato dodici aprile, alle sette di sera, nel giardino in piazza del Duomo… sono giovane, ricca, libera e, perché nasconderlo?, conosco da un pezzo voi, il vostro sguardo altero e triste, la vostra fronte nobile, intelligente, la vostra solitudine… Voglio sperare che anche voi, forse, troverete in me un’anima affine… I miei contrassegni sono un abito inglese grigioscuro, nella mano sinistra un ombrellino di seta lilla, nella destra un mazzolino di viole…
 
È facile immaginare come quell'uomo fosse stato scosso, come avesse atteso il sabato: la prima lettera d’amore in tutta la sua vita!
 
Il sabato andò dal parrucchiere, si comprò un paio di scarpe nuove, i guanti, la cravatta; a casa, abbigliandosi davanti allo specchio, aveva annodato senza fine questa cravatta con le dita lunghe, sottili, fredde e tremanti dall’agitazione; sulle sue guance, sotto la pelle sottile, si era diffuso un bel colore maculato, i magnifici occhi si erano incupiti…
Poi sedé in poltrona, come un ospite, come un estraneo nella sua propria abitazione, e incominciò ad aspettare l’ora fatale.
 
Finalmente, in sala da pranzo la pendola suonò gravemente, quasi minacciosamente le sei e mezzo. Si alzò contenuto, senza fretta si mise in anticamera soprabito e cappello da mezza stagione, prese il bastone e lentamente uscì di casa. 
In strada, però, non poté più dominarsi: accelerò i passi delle gambe lunghe e sottili, con tutto il sussiego provocante, proprio del gobbo, ma trepidante tutto internamente, di quella timidezza, di quella paura, con cui si pregusta la felicità.
 
Ma quando ebbe raggiunto la méta, quando fu entrato nel giardino presso il duomo, a un tratto s’irrigidì sul posto: incontro a lui, nella rosea luce del crepuscolo primaverile, a passi egualmente lunghi e compassati si affrettava nel suo grigioscuro abito inglese e con un grazioso cappellino, di foggia maschile, con l’ombrellino nella mano sinistra e con le viole nella destra, una gobba.
Ivan Alekseevich Bunin, Il romanzo di un gobbo.


Bunin (1870-1953) è stato romanziere e poeta russo formato sui testi dei grandi classici (Puškin, Tolstoj, Cechov).
Oltre a descrivere la vita cittadina ha saputo disegnare delicate scene di campagna, forze antiche, la famiglia patriarcale. È stato uno scrittore sensibile agli aspetti più sfumati e segreti della natura e dell’essere umano. Ha scritto con un’attenzione controllata che, nella lettura, porta a suggerire impressioni di impassibilità e freddezza di fronte alla realtà delle cose e della vita. Ma, dalla sostanza, emerge partecipazione umana e molto calore, certamente densi di severità. Alcune sue opere migliori, nella traduzione italiana, sono introvabili: Il villaggio, La campagna, L’amore di Mitia, Il signore di San FranciscoQuesto bel racconto qui presentato, nonostante tutti gli elementi strutturali di brevità contiene l’intensità e l’ampiezza di un romanzo.