Il lungo secolo di Rita Montalcini

di Piergiorgio Odifreddi



L'intervista

Per cominciare dagli inizi, cosa avrebbe voluto fare da giovane?

La musicista o la matematica, ma purtroppo quelle sono cose per cui bisogna essere portati. Musicisti o matematici si nasce, non si diventa: o hai quei circuiti, o è inutile provarci. Io invece avevo solo un’intelligenza media, o di poco superiore: in matematica non ho mai avuto problemi, ma non ero un genio. Quello che in seguito mi ha fatto arrivare è stato più l’impegno o la passione, che non l’intelligenza.
 
E per arrivare, da dove è partita?
Allora era come entrare in una giungla senza sapere dove andare: io sono stata fortunata, perché ero affascinata dalla straordinaria bellezza del sistema nervoso e dei suoi circuiti. Un problema estetico, che solo in seguito è diventato scientifico.
 
Che differenza c’è tra i due approcci?
L’arte è idealista: si crea dal nulla un mondo fantastico. La scienza è invece empirista: cerca di ricreare il mondo com’è, copiando la natura.
 
A proposito di partenze, lei e Dulbecco siete emigrati negli Stati Uniti sulla stessa nave. È vero che lui era innamorato di lei?
No, no! Si diceva, ma non credo. Eravamo amici, e così siamo rimasti. Un rapporto d’amicizia particolarmente intenso, che è durato tutto il tempo. Sono io che gli ho fatto iniziare gli studi in fisica, sa? Gli ho detto: «Lei è così intelligente, perché mai vuol fare il patologo? Ma studi fisica, faccia qualcosa di più importante!»
 
Cosa è successo negli Stati Uniti?
Sono stata improvvisamente cambiata dall’ambiente. E il mio cambiamento è testimoniato nelle lettere a mia madre e a mia sorella di quel periodo. Ne ho scritte millecinquecento tra il 1946 e il 1970, e una scelta di circa duecento è stata pubblicata nel Cantico di una vita.
 
Lei ha presto trovato il fattore di crescita che l’ha resa famosa. All’epoca si immaginava che fosse così importante?
No. Quando ho fatto la mia scoperta, più di mezzo secolo fa, sapevo che l’NGF agiva sulle cellule nervose, ma non che agisse sul sistema autoimmunitario ed endocrino. Mai avrei immaginato che, come è stato detto nella motivazione del premio Nobel, avrei aperto un nuovo campo di studi. E gli onori di Stoccolma mi hanno fatto tanto piacere, ma non tanto quanto il rendersi conto che la mia scoperta si è rivelata anche più importante di quanto si poteva prevedere.
 
Ci sono connessioni anche col cancro?
Certo completamente: in fondo, la scoperta dell’NGF è avvenuta studiando le cellule del sarcoma. È stato Luria a notare che, mentre i malati di cancro sono i disperati della società umana, alle cellule impazzite del cancro noi dobbiamo due scoperte fondamentali: le interconnessioni e, appunto, il fattore di crescita nervosa.
 
Quali sono le applicazioni dell’NGF?
Sto proprio scrivendo un libro su questo argomento. Sappiamo che è utile in tutte le forme di degenerazione senile: ad esempio, guarisce l’Alzheimer, tramite trattamento endocerebrale. E blocca la distruzione della cornea, qualunque sia la causa, virale o traumatica: io stessa mi curo con l’NGF ogni giorno.
 
A proposito di libri, come mai il primo libro che ha scritto si chiama Elogio dell’imperfezione?
Perché io considero l’imperfezione come la molla darwiniana della selezione naturale. Ad esempio gli insetti di seicento milioni di anni fa sono identici a quelli di oggi: erano perfetti non c’è motivo che cambiassero. L’uomo invece era imperfetto, e questo ha dato la molla per il suo sviluppo e la sua evoluzione.

Non sembra essersi evoluto molto,

se guardiamo a ciò che è successo nel Novecento.

Io parlavo delle qualità mentali, mentre lei parla delle qualità emotive: si tratta di due cose molto diverse, che derivano dai nostri due cervelli. Uno è il cervello cognitivo, neocorticale, che ci distingue dagli altri animali. L’altro è il cervello arcaico, paleocorticale, che è uguale a quello dei primati subumani o delle specie inferiori: dal punto di vista emozionale, l’uomo di oggi effettivamente non è diverso dall’uomo della giungla.
 
Dunque in quel campo non c’è stata evoluzione
No, perché il sistema era perfetto: i centri paleocorticali sono quelli che ci mantengono in vita, anche se purtroppo sono anche quelli che ci portano alla Shoah. L’evoluzione ci potrebbe essere se la nostra parte cognitiva riuscisse a controllare quella emotiva e aggressiva, ma non ci riesce.
 
Ovvero solo ciò che è imperfetto può essere perfezionato
Sì, e non solo in campo biologico. Ad esempio, la bicicletta e l’automobile sono nate insieme, ma la bicicletta era perfetta, ed è rimasta quella di duecento anni fa. L’automobile invece era imperfetta, e la sua evoluzione ci ha portato alla stratosfera.
 
Quindi non bisogna crucciarsi di non essere perfetti
Anzi! Bisogna esseri contenti di non esserlo. Se si è perfetti non c’è più niente da fare ed è la fine.
 
Per perfezionarsi bisogna lavorare, però, e lei ha sempre lavorato moltissimo, credo
Sì, e lavoro ancora oggi. Mi alzo alle sei della mattina e leggo, per quel che posso. Poi alle nove incomincio con i miei collaboratori: vado all’EBRI, l’European Brain Research Institute di cui sono presidente, o alla mia fondazione.
 
Quando è nata la Fondazione?
L’abbiamo fondata nel 1992, io e mia sorella Paola. Era rivolta ai giovani, i quali ormai ci battono sei a zero per l’informatica. Lei conosce la barzelletta del manager al quale la mattina si rompe il computer? Lui chiama l’assistenza per ripararlo, ma gli rispondono che il tecnico verrà solo alle quattro del pomeriggio: lo porta la mamma appena esce da scuola…
 
E oggi qual è lo scopo della Fondazione?
È rivolta all’Africa: da giovane volevo andare a lavorare col dottor Schweitzer, e ora in questo modo realizzo il mio sogno. Abbiamo già dato cinquecento borse di studio alle giovani donne, dall’età prescolare a quella postuniversitaria.
 
Perché proprio le giovani donne africane?
L’Africa perché è in condizioni tragiche, e le donne perché vi sono state umiliate fisicamente e psichicamente: a lungo sono state battute, ma oggi finalmente si alzano. E io sto cercando di aiutarle a conquistare una leadership sociale, scientifica e tecnologica.
 
Lei parla come una vera femminista!
Sono femminista nel senso di voler ridare alle donne la dignità umana, e la capacità di utilizzare il cervello. Ma non nel senso del motto «l’utero è mio e lo gestisco io»: quella è una stupida frase, che non ha senso. Io credo che l’utero sia sì della donna, ma che il suo frutto sia anche dell’uomo che sta con lei.

A lei non è mancato non avere dei figli?


Tutt’altro! Io non ero fatta per queste cose. Da bambina ho sofferto, perché mio padre era una personalità notevole. In casa mia tutto era in mano sua, e io mi chiedevo: «Ma la donna che ci fa?» Così ho deciso che non mi sarei sposata, e non avrei avuto figli. Fin da quando avevo cinque o sei anni ho capito che non mi andava di vivere in «seconda» come mia madre. Poi ho odiato le scuole femminili che ho fatto, perché insegnavano a essere mogli e madri, e io non volevo essere appunto né l’una né l’altra.
 
Non si è mai innamorata?
Da quel lato son donna al cento per cento, e mi sento molto femminile. Ma non era necessario sposarsi.
 
Quale differenza vede tra la visione maschile e femminile del mondo?
L’uomo ha creato la guerra. Alle discendenti di Eva spetta il compito, più arduo ma più costruttivo, di creare la pace. Dio solo sa se ce la faranno: io non sono futurologa, e non rischio giudizi sul futuro, ma essere ottimisti è più valido che esser catastrofici in partenza. Bisogna essere assolutamente ottimisti, anche se dentro di noi magari non ci crediamo.
 
A proposito di credere, lei è religiosa?
Sono laica, ma credo profondamente nei valori. E i valori sono un fatto religioso, senza bisogno di andare alla sinagoga o in chiesa.
 
Ma crede in Dio?
Sono atea: non so cosa si intende per credere in Dio.
 
Einstein credeva nel Dio di Spinoza, cioè nella natura
È anche il mio modo di vedere. Io sono sempre stata spinoziana: da piccola mi vantavo persino di essere sua parente, visto che il mio nome è Rita Benedetta.
 
Alla fine del suo lungo percorso, lei ha raggiunto la felicità?
Io sono serena. Felice no: di fronte all’enorme sofferenza nella quale naviga il mondo, chi può essere felice? Non avrebbe senso.
 
Cioè, si può essere felici solo se tutti lo sono?
È proprio la parola stessa che io abolirei: di felicità non si può parlare.
 
Nemmeno nel futuro?
No, mai. L’uomo è portato all’imperfezione, e dunque all’infelicità. La serenità è il massimo che noi possiamo desiderare e sperare.
 
Nel 1953, lo stesso anno in cui fu scoperta la doppia elica del DNA, Rita Levi Montalcini scoprì l’NGF, o «Fattore di Crescita Nervosa»: una molecola che regola e favorisce la crescita delle cellule del sistema nervoso, e svolge un ruolo di coordinamento fra i tre grandi sistemi (nervoso, endocrino e immunitario) che mantengono lo stato di salute di un organismo. Ad esempio, gli animali privati dell’NGF si sviluppano male, capiscono meno, si ammalano di più e invecchiano prima del solito, mentre quelli curati con l’NGF recuperano parte della funzionalità persa a causa dell’età.
Per la sua scoperta, che come si può immaginare ha anche molteplici applicazioni terapeutiche, la Montalcini ha ricevuto nel 1986 il premio Nobel per la medicina insieme a Stanley Cohen, ed è stata nominata senatrice  a vita nel 2001. Fra i suoi libri divulgativi spiccano gli autobiografici Elogio dell’imperfezione (Garzanti, 1988) e Cantico di una vita (Cortina, 2000), mentre un suo profilo biografico e scientifico si trova in Rita Levi Montalcini, a cura di Lilia Alberghina e Piera Levi-Montalcini (Mondadori Scuola, 2004).
Abbiamo intervistato questa fragile ma indomita quasi centenaria il 26 settembre 2005 a Bergamo, in occasione di due suoi memorabili bagni di folla con gli studenti delle superiori e con il pubblico di BergamoScienza.

Intervista con Rita Levi Montalcini, in Piergiorgio Odifreddi, Incontri con menti straordinarie