filosofe e filosofi

di Francesco Panaro Matarrese

Scultura di Bruno Walpoth

Scultura di Bruno Walpoth






Le donne possono filosofare, perché a loro non manca nulla per farlo. Non è una riverente concessione maschile. Lo teorizzava nel I secolo dopo Cristo il filosofo etrusco di Volsinii (Bolsena), d’adozione romana, Rufo Musonio*. L’argomento trattato nelle sue lezioni, raccontate in greco dall’allievo Lucio, è esposto nella terza diatriba, secondo la numerazione di O. Hense del 1905:

«Poiché uno gli domandò se anche le donne devono esercitare la filosofia, così all'incirca, Musonio iniziò a dimostrare come anch’esse devono farlo. “Le donne – disse – hanno ricevuto  dagli dèi la stessa facoltà di ragionare degli uomini, della quale ci serviamo gli uni con gli altri e in accordo alla quale riflettiamo e ragioniamo intorno a ciascuna questione, se sia bene oppure male e se sia bella oppure vergognosa. Ma, analogamente, la donna possiede anche gli stessi sensi del genere maschile, come la vista, l’udito, l’olfatto e tutte le altre sensazioni. Anche le membra sono le stesse per entrambi e nessuno dei due ha nulla di più. Il desiderio e l’inclinazione naturale alla virtù non sono soltanto presenti negli uomini, ma anche nelle donne. Infatti, anch’esse sono per natura compiaciute delle azioni belle e moralmente giuste. Quindi, se le cose stanno in questa maniera, perché mai solo gli uomini dovrebbero fare lavoro di ricerca e di studio di come vivere al meglio e bene, e ciò consiste nel fare filosofia, e le donne no?”».

Già, perché le donne no? Quasi una innaturale domanda per quell’epoca, viste le sorti delle donne e degli uomini di pensiero dei secoli successivi. Consoliamoci, oggi le argomentazioni sulla parità sono di altro tenore e, per l’oggetto in questione, di ambito accademico. Però, una domanda, fra le tante, rimane ancora senza risposta, o con risposta parziale: 
il pensare della filosofa differisce in stile e sostanza dal filosofare del filosofo?

*Rufo Musonio, neostoico. Si mette in luce per la sua visione della filosofia come arte della ricerca del vivere onestamente e bene, certamente nel solco romano di intendere la filosofia, e cioè della ricerca dell’applicazione nella vita pratica. Questa tendenza ai fatti etici e sociali, al bene comune lo impoveriva teoreticamente, certo, e lo poneva a rischio di accuse pubbliche e censure. Nel 65 fu esiliato da Nerone con l’accusa di aver preso parte alla congiura dei Pisoni. Dopo la morte dell'imperatore tornò a Roma per volere di Vespasiano. Non riuscì ad evitare una seconda condanna all’esilio nell’80, per ritornare, infine, per volontà di Tito. Da qui in poi le sue tracce si perdono.