L'arte della fuga

Di Aldo Elefante













Conversazione con Giuseppe Ferraro, docente di Etica dell’ambiente dell'Università Federico II di Napoli. Come suggerisce Remo Bodei, appartiene alla schiera di quei filosofi che hanno il coraggio di andare verso gli estremi, non solo nel campo del pensiero, ma anche in quello della pratica. Ha infatti portato la filosofia fuori le mura proponendola nelle scuole e nelle carceri. Da queste esperienze sono nati dei libri – La filosofia spiegata ai bambiniFilosofia in carcereL’innocenza della verità – che sono anche racconti di relazioni filosofiche.



Domanda – Hai scritto che la filosofia è un'educazione sentimentale, è vedere quel che manca in quel che c'è, è un'arte della fuga, è l'arte della traduzione, è un sapere che sta al limite, è infine un modo per restituire il sapere che è un possesso senza proprietà. In fondo queste non sono definizioni di filosofia ma sono definizioni di te, in quanto personale ed unico fare/pensare, ripetizione differente dell'esistenza umana. Forse non esiste la filosofia, esistono i filosofi.

Risposta – Non esiste la filosofia esiste il filosofo che te la indica e, indicandola, ti mostra un luogo che è un altrimenti di quello che c’è. Lo penso di tutti i saperi. Husserl si pone una domanda sull’origine della geometria e va a Talete. Com’è che un sapere come la geometria è legato ad una persona? Quando spiegavo Talete ai bambini, una bambina bellissima mi fece questa domanda stupenda: “Ma Talete queste cose le disse in pubblico o in privato?”. Credo che sia proprio questo il punto. Non esiste un sapere che non sia legato ad una persona e quella persona non è neanche più privata, è pubblica e privata nello stesso tempo.
 
D – Questo sapere-di qualcosa  – di giusto di vero di buono –, di cui parlava Socrate e che tu riproponi, mi sembra vicino alla capacità di saper vivere che è l'oggetto delle riflessioni di Achenbach, o a quella nuova dimensione di profondità alla cui ricerca si spinge la consulenza filosofica di Ran Lahav. Oggi si chiede al filosofo di esserlo. La saggezza pare tornata ad essere un modello per la filosofia.

R – Quando l’essere ha a che fare con chi lo dice, allora quella parola si deve misurare sulla saggezza e non sul sapere. E’ uno spostamento importante: perché quando noi parliamo dell’essere nel modo del che cos’è allora noi non troviamo più la filosofia, o almeno non troviamo la filosofia come forma sapienziale, e quindi come modo d’essere. Noi possiamo dire dei modi d’essere e non dell’essere. La filosofia non si chiede che cos’è qualcosa ma come qualcosa è quello che è, si chiede piuttosto della qualità dell’essere. Pensa a Leonardo da Vinci che guardava la luna e non si chiedeva che cos’è la luna, ma formulava la domanda in questa forma, che per me è rimasta emblematica: “La luna, come sta la luna?”. Abbiamo tradito questa scientificità nel moderno, cioè questo modo di fare scienza nel senso di chiedersi delle relazioni delle cose in se stesse e delle relazioni delle cose con chi se le chiede.
 
D – Il sophòs è l'uomo che ha senno ma è anche l'uomo che ha naso, così come successivamente sàpere e nello stesso tempo aver sapore ed aver senno. Gli uomini hanno un sapore che forse il filosofo è in grado di assaggiare per dirti se sai di qualcosa o non sai di niente. Il filosofo fiuta la verità. Il tuo insistere sulla differenza fra sapere cosa e sapere di cosa, mi sembra un modo saggio di riproporre l'idea di una filosofia non fondata soltanto sul corpus delle dottrine, ma costruita anche sull'esperienza vissuta, come era la sophìa socratica.

R – Se un artista si mettesse a fare l’artista non sarebbe tale, cioè se pensasse di fare l’artista semplicemente con gli strumenti tecnici a disposizione diventerebbe bravo a fare quello che fa, mai un artista. Il filosofo non è uno che sa che cosa, il filosofo è uno che sa di cosa, dove in quel di effettivamente ci sta il corpo del filosofo.

D – Il filosofo di cui parli nei tuoi saggi e che probabilmente sei,

assomiglia un po’ all'artista novecentesco in questo tentativo di mostrare l'invisibile, e  mi ha ricordato De Chirico che distingueva in ogni cosa due aspetti: uno corrente che vedono gli uomini in generale e lo spettrale o metafisico che possono vedere solo rari individui in momenti particolari. Questa similitudine  però può reggere a patto che il filosofo non pretenda immediatamente di organizzare l’invisibile, ma ne rispetti le incongruenze, senza tradirlo, come ha provato a fare l’arte contemporanea.


R – Il filosofo è uno che non può tradire se vuole restare filosofo. Il filosofo è chi si occupa delle cose vere e le cose vere – come l’amore vero e l’amicizia vera – non si oppongono al falso ma al tradimento. Chi dice la verità è chi non tradisce. Vedere ciò che manca in quello che c’è, perché quello che c’è sia veramente quello che è, questo è l’esercizio della filosofia. Si tratta di un esercizio disciplinare, in quanto ti mette in condizione di vedere quello che non si vede, perché è nascosto dal visibile. L’invisibile ha quindi a che fare con una modificazione dello sguardo. Il nostro sguardo entra in una sorta di camicia di abitudine, di organizzazione abitudinaria, per cui vede quello che c’è ma non è capace di vedere l’invisibile, ciò che il vedere stesso nasconde. Allora come non tradire? Non organizzare, non formattizzare lo sguardo, non arrivare ad un’organizzazione chiusa, lasciare sempre un resto.
 
D Parli ripetutamente dell'ascolto, di come bisogna farsi cavi per poter accogliere. Forse è questa la grande scoperta/riscoperta della pratica filosofica: il dialogo. La filosofia è stata per lungo tempo un soliloquio incapace di ascolto?

R – Noi abbiamo vissuto l’epoca della filosofia non applicata, la filosofia è rimasta chiusa nelle università che si sono arrogate il diritto della filosofia. Ancora oggi Derrida e Foucault si fa fatica a tenerli dentro le università, eppure sono persone che hanno fatto filosofia in maniera applicata, pagando pure un prezzo. Si tratta quindi di portare la filosofia in giro. Per me è stata una cosa importantissima portare la filosofia nei luoghi, per vedere se avesse da dire qualche cosa e quella parla, dice, ha da dire tante cose in ogni luogo. In merito poi all’ascolto bisogna dichiarare che ascoltare non è un mettersi in una condizione di passività. Bach non si ascolta ma è ascolto, cioè ti mette in una dimensione di ascolto, che è una dimensione proprio fisica, ti dispone in un certo modo. Quelle persone che ascoltiamo fanno di noi qualche cosa.
 
D – Tu fai ridiventare il filosofo mobile. Lo mandi dove non si dà luogo al sapere, lo fai passare da un mondo ad un altro. Molti temono che questa “filosofia di strada” possa snaturare la filosofia.

R – Se fare filosofia significa scrivere un testo su “Essere e tempo in Heidegger”, allora io dico che questa non è la natura della filosofia. Spinoza ha scritto l’Etica mica perché voleva scrivere un libro. Allora io debbo portare fuori dal libro tutto questo. Il libro è assolutamente necessario ma è uno strumento. Quando andavo in carcere con i ragazzi mi presentavo con un libro in mano,
per far capire che quello era uno strumento. Ora quello strumento io lo potevo utilizzare aprendolo e leggendo una pagina, oppure dandogli quel valore simbolico, affinché i ragazzi potessero capire per esempio – e questa è una cosa che ho capito con il tempo – che i nostri errori sono errori di scrittura, non semplici errori di ortografia sulla pagina scritta, ma errori di scrittura sul nostro corpo, i nostri segni. Il nostro stesso corpo è un libro scritto.

D Nel tuo discorso ritorna spesso il corpo.

E questo mi fa pensare alla pratica filosofica come un modo per riguadagnare il corpo del filosofo. Dice Galimberti che per fare il consulente filosofico ci vuole oltre che una bella testa, una bella pancia, una componente emotiva forte. Questo ritorno del corpo sembra anche connesso ad un riscatto di quelle modalità conoscitive e relazionali dell’esistere, penalizzate da un abuso della ragione. La pratica filosofica è capace, secondo te, di rappresentare e sostenere la complessità degli attori che ne sono protagonisti, accogliendo tutte le istanze in gioco?


R – Potrei dire addirittura che la filosofia scatta come sapere nel momento in cui si ha a che fare con il corpo, però in una maniera del tutto particolare. Noi siamo stati abituati a ridurre il corpo del filosofo al corpus scriptum, l’opera omnia  è il corpo del filosofo. Evidentemente non è questo ed ancora più evidente è che quando si tratta di corpo la filosofia interviene. Penso al corpo di Socrate e ad Alcibiade, alla morte di Socrate anche. A proposito poi di quanto detto da Galimberti, non amerei utilizzare la parola pancia. Noi il corpo lo troviamo e lo sentiamo nel toccare. Ci vuole tatto, non ci vuole pancia, direi. Nel toccare io devo rendere intoccabile ciò che tocco. Le persone che si amano veramente non si toccano. Il filosofo non può parlare del corpo come del materiale. Parliamo del corpo come ciò che tocca ed è toccato. Se uno che fa consulenza non viene toccato, e non riesce neanche a toccare a sua volta, che consulenza può fare? La consulenza filosofica non può emettere ricette, proprio perché il corpo si presenta in questa espressione che, evidentemente, mette in gioco la relazione ad un livello altissimo.
 
D Se la filosofia va fuori le mura dell'accademia, deve anche assumersi la responsabilità di una sorta di terremoto che interessa tutti i reali che abitano coloro che incontrano il filosofo. La filosofia provoca un'ansia di libertà in grado poi di modificare la soggettività, le relazioni e quindi i mondi ai quali si appartiene. Ne "L'innocenza della verità" tu accenni al cambiamento come fine della filosofia.

R – E’ chiaro che il cambiamento si misura in termini di relazione. Per me un principio è questo: le condizioni spiegano cose e situazioni ma sono poi le relazioni che le cambiano. Questo lo dico soprattutto ai miei detenuti, perché lì la situazione è più cocente. Questo discorso è immediatamente politico, però è di una politica senza correnti.
 
D Nel libro "La filosofia può curare?" Rovatti mette la consulenza filosofica – ma il campo può allargarsi alla pratica della filosofia – di fronte ad un problema politico. Dato che la consulenza non è sospesa nel vuoto, è difficile pensare – dice l’autore riprendendo Foucault – ad una cura di sé (e degli altri) che non sia anche una critica del potere. Nell’ambito di un’istituzione totale come il carcere questa posizione può essere anche molto pericolosa.

R – Noi ci dobbiamo sforzare di rendere  pubblica la filosofia, con tutti i rischi che questo comporta. La filosofia non è pubblica, è considerata una sorta di privilegio. Io ribadisco che la filosofia, semmai sia stata un privilegio, è il momento che diventi un diritto che risponda ad un bisogno. Questo è politico. La filosofia deve diventare pubblica, deve diventare una parola che entra nel pubblico. Allora qui diventa politica, considerando però che la pratica politica della filosofia è l’etica. Ricordo il Protreptico di Aristotele che è rivolto ad una persona che ha un sacco di soldi, un potere nella sua cittadina. Aristotele intende sottolineare che più responsabilità pubbliche hai più devi fare filosofia, perché devi mantenere una disciplina che noi chiamiamo etica. Quelli che comandano se non sanno di filosofia sono pericolosi.

D Tu sostieni che la filosofia è un bisogno sociale

e spesso i consulenti filosofici rilevano che c'è un diffuso bisogno di filosofia. Potremmo supporre invece che la filosofia sia diventata sempre di più  un sapere di minoranza perché corrispondente ad una posizione esistenziale rifiutata. Desiderio costante dei gruppi umani appare quello di un contesto più angusto ma certo, dell'ordinario piuttosto che dello straordinario. Una richiesta diffusa di normalità pare in contrasto con l’adozione della filosofia come infinito processo di definizione e ridefinizione.


R – C’è questo bisogno del pilota automatico, dico io, perché l’ordinario alla fine è questo. Dobbiamo pensare che forse la felicità è quanto di più ordinario ci possa essere. Quando siamo felici il pilota automatico scatta. Il problema comunque lo sposterei: non riguarda tanto l’ordinario e lo straordinario, quanto l’essere solo e lo stare con gli altri, quindi  non tanto il bisogno di un ordinario quanto il bisogno di stare insieme agli altri e, a questo punto, una qualità dello stare insieme agli altri.
 
D Tornare in se stessi è divenire ciò che si è, scrivi raccogliendo l'invito di Nietzsche. Ma per incarnare la propria verità la pratica filosofica dovrebbe sollecitarci a diventare ciò che diventiamo, senza il presupposto di essere qualcosa al di là di questo divenire. Perché pensiamo sempre di essere altro? Anche nel vedere l’invisibile c’è in fondo sempre quest’ansia di trovare qualcosa laddove a volte l’invisibile non c’è, non perché invisibile ma perché assente. Andy Warhol dice proprio questo: “guarda soltanto la superficie dei miei quadri, dei miei film e di me, io sono lì. Dietro non c'è niente”.

R – Tu dici delle cose giustissime. Io potrei dire che vedere l’invisibile è vedere ciò che semplicemente è dato. Il problema è che noi vediamo sempre qualcos’altro e questo non ci permette poi di vedere veramente – ed uso ancora questa parola perché chi fa filosofia deve usare solo questa parola – quello che c’è. Anche quello che vedo diviene. Diventare ciò che si è semplicemente significa essere vivente, cioè quello che continuamente diviene ciò che è e quello che è, è ciò che diviene continuamente. Mi sentirei di non tradire Nietzsche se usassi l’espressione diventare viventi.
 
D La tua pratica filosofica extra moenia e la consulenza filosofica spesso entrano in contatto con organizzazioni, istituzioni, aziende. Noi ci chiediamo spesso se “l’appartenenza” delle persone a questi luoghi possa intervenire sulla relazione che si va a creare. Non credi che la pratica filosofica in qualche modo cambi segno, o comunque possa subire il potere di una committenza/richiesta/domanda che non è dell'individuo ma dell'istituzione?

R – Riguardo a questo io ho avuto un’esperienza felice, credo in ragione del presupposto da cui muovo, che non è quello individuale ma quello del luogo. Le persone non sono mai fuori dai luoghi e i luoghi non sono se non le persone che li abitano. Anche quando incontro una persona non la immagino mai senza luogo. Per me la cosa più semplice è stata sempre lavorare per le aziende e forse per questo preferisco la cosa più complicata che è quella del carcere. La filosofia è assolutamente fondamentale nelle aziende. Le aziende si fondano su una filosofia, perché si costituiscono in base ad un’organizzazione di relazione, quindi il terreno è già in partenza dato. E’ chiaro che quella filosofia delle aziende si definisce in base ad una strategia di successo, però noi
sappiamo pure che il bisogno di un’azienda di chiamarti è determinato dal fatto che noi europei viviamo in un’epoca dove l’economia non funziona senza l’apporto etico. Bisogna considerare che la crisi economica che stiamo vivendo non è una crisi economica, ma è una crisi etica. Quindi tu entri in una strategia che già di per sé è una filosofia e vi accedi mostrando come queste regole
interne non devono essere regole cieche, non vi devono essere relazioni selvagge, ma si devono incontrare regole e relazioni. Io mi sono trovato davanti ad una platea di migliaia di persone a fare un discorso di etica e ti posso assicurare che quella platea sembrava che avesse sentito una rock star.
Erano felici di sentire cose di cui avevano bisogno.

D Uno dei nodi problematici del dibattito attuale sulla consulenza filosofica

e sulla pratica filosofica è quello della costruzione o meno di un metodo. Achenbach dice: la filosofia non lavora con i metodi ma sui metodi. Altri autori invece hanno elaborato una  schematizzazione in fasi da adottare nell'ambito di un rapporto di consulenza. E' necessario forse ribadire, come fai tu, che i dialoghi filosofici procedono senza un metodo, rimanendo sempre aperti e privi di soluzione e conclusione.


R – La filosofia non guarisce, ti mette nelle condizioni di prendere cura, perché la filosofia non cura una malattia ma cura la salute. Non cura l’altro, altrimenti l’altro diventerebbe un oggetto, ma fa in modo che l’altro si prenda cura di sé. Devo trasferire la cura nel tuo prenderti cura. Non si tratta di capire come si fa consulenza filosofica ma come si è consulenti filosofici. Quelli che si
preoccupano di avere degli schemi sembrerebbero pensare alla trasmissibilità. Attenzione però, perché il principio sacrosanto della filosofia è che essa ha a che fare con delle sostanze che socraticamente appartengono alla categoria dell’adidakton, non sono trasmettibili. Quindi questi schemi non funzionano se non per chi li ha inventati. E’ evidente che ogni relazione è assolutamente singolare.
 
D – Ma allora i rapporti sulle consulenze filosofiche, che assomigliano molto spesso ai resoconti dei casi trattati dalla psicologia, avrebbero senso solo come narrazioni, racconti.

R – Penso di sì. Io dico sempre che un’esperienza didattica allora si può dire riuscita quando è raccontabile e lo potrei dire pure di una relazione di consulenza.
 
D L'idea del confilosofare maturata nell'ambito della consulenza filosofica sembrerebbe  implicare un riconoscimento del consultante come filosofo. C'è chi invece marca la differenza fra filosofi e non-filosofi nella pratica della filosofia. Qual è la tua posizione?

R – Alla domanda se si potesse insegnare filosofia ai bambini io ho risposto sempre così: non si può insegnare filosofia, si tratta di stare con i bambini filosoficamente, con filosofia. E’ una relazione. Preferisco al confilosofare il filosofare inteso come una relazione, come una modalità di stare insieme. Freud in una lettera parlava di un comunismo delle idee. Arriva a dire questa cosa dopo essersi chiesto di chi sono le idee che escono fuori da una discussione. Holderlin parlava di un comunismo degli spiriti. E’ chiaro che una relazione filosofica è una relazione di comunità.
 
D Rilevo una sovrabbondante retorica che riguarda il fare filosofia. Non credi che fra noi ci siano dei sofisti che fanno della pratica filosofica una mercanzia?

R – Assolutamente sì ed è la mercanzia che vende il narcisismo, è una vendita di sé. È  difficile essere ciò che si fa, perché corri anche il rischio di un’identificazione personalistica. Ti sembrerà paradossale ma uno è ciò che fa nel momento in cui non è più se stesso. (Phronesis)