Siate novorealisti

di Michele Marsonet







Quando i filosofi cercano di rendere accessibili al grande pubblico le loro idee c’è subito qualcuno che parla di “tradimento”. Molti colleghi vorrebbero che la filosofia restasse circoscritta entro circoli ristretti di specialisti, con l’implicito presupposto che i suoi tesori – o presunti tali – non vadano condivisi col cosiddetto uomo della strada, pena lo svilimento di tesi nate da una lunga elaborazione del pensiero. E spesso, per raggiungere tale obiettivo, ci si nasconde dietro il paravento di un tecnicismo così stretto da rendere impossibile la comprensione dei testi da parte dei non specialisti.
 
Gran parte della filosofia contemporanea ha adottato proprio questo tipo di approccio. Essendo il sottoscritto di formazione analitica, mi viene subito in mente il caso della filosofia analitica del ’900 (o, almeno, di una parte di essa). A volte è difficile capire i problemi di cui tratta questa tradizione di pensiero addirittura per gli addetti ai lavori, figuriamoci quindi la perplessità di coloro che desiderano avvicinarsi ai testi senza possedere una preparazione specifica.

Confesso di non concordare con chi strilla al tradimento per il solo fatto che articoli di carattere filosofico finiscono molto spesso sui quotidiani a larga diffusione. Dal mio punto di vista è, invece, un buon segno di vitalità. In fondo la filosofia occidentale è nata per rispondere, o per cercare di fornire risposte, ad alcuni quesiti fondamentali che gli esseri umani si sono sempre posti circa se stessi e il mondo – naturale e sociale – che li circonda.
 
L’ultimo caso è quello del “nuovo realismo” che ora va per la maggiore  soprattutto in Italia. Non passa giorno senza che giornali e riviste a grande tiratura ne parlino pubblicando articoli e recensioni a ritmo costante. Tutto è nato con la pubblicazione del Manifesto del nuovo realismo di Maurizio Ferraris, un amico filosofo che ha il raro dono di farsi capire senza troppi sforzi. Ora si aggiunge un nuovo tassello con il volume antologico Bentornata realtà. Il nuovo realismo in discussione, a cura di Mario De Caro e dello stesso Ferraris (Einaudi, Torino 2012).
 
Si è parlato, a questo proposito, di una operazione puramente “mediatica”. In altri termini i nuovi realisti vengono accusati di scrivere per meri motivi di auto-promozione, il che significa che sarebbero superficiali e poco attenti alla qualità scientifica dei loro scritti. Numerosi i commenti ironici e gli inviti a una maggiore serietà.
 
Confesso di non essere affatto d’accordo con critiche di questo tipo. Se alcuni filosofi trovano il modo di farsi ascoltare da un pubblico più vasto di quello che tradizionalmente presta attenzione a ciò che dicono e scrivono dovremmo – tutti – complimentarci con essi. Non sono, in fondo, proprio gli studiosi di filosofia a lamentarsi del fatto che la loro disciplina ha perduto importanza rispetto al passato, finendo con l’essere soppiantata, per esempio, dalle scienze umane e sociali? E non sono questi stessi studiosi sempre pronti a dolersi per il calo delle iscrizioni ai corsi di laurea filosofici? Ci vorrebbe, insomma, una maggiore coerenza. Altrimenti si rischia, per usare un detto popolare, l’accusa di volere la botte piena e la moglie ubriaca.

Illustrazione di Emiliano Pozzi

Illustrazione di Emiliano Pozzi

Fatta questa doverosa premessa, mi preme però notare che, almeno per quanto mi riguarda, alcune perplessità restano. Non mi disturba l’esposizione mediatica né il rischio, inevitabile, di semplificare argomentazioni intrinsecamente complesse. Mi chiedo, piuttosto, in quale senso e per quale motivo il nuovo realismo si autodefinisca “nuovo”.
 
Nel volume antologico dianzi citato si afferma che il nuovo realismo tenta di “conservare le istanze emancipative” dell’antirealismo evitandone gli effetti indesiderati. Occorre insomma piantarla con la storia che tutta la realtà è costruita socialmente e che la verità è di per sé un male. Bisogna finalmente abbandonare l’aforisma di Nietzsche secondo cui “non ci sono fatti ma solo interpretazioni”, assai esaltato da autori postmoderni come Richard Rorty e Gianni Vattimo.

Si noti inoltre che secondo alcuni dei nuovi realisti – in particolare Ferraris – l’antirealismo postmoderno, avendo abbandonato oggettività, verità e realtà, sarebbe addirittura la causa del populismo di Berlusconi e del dominio del reality televisivo a scapito della realtà concreta. Tesi ardua da sostenere e che alcuni hanno definito “bizzarra”. Difficile, penso, rivolgere critiche simili a un antiberlusconiano di ferro come Gianni Vattimo, caposcuola italiano del postmoderno.
 
Che ci sia una realtà indipendente dagli esseri umani e che non ha bisogno del nostro contributo per esistere non è certo una tesi nuova. Né risulta nuovo ammettere che si può parlare di “realtà costruita” soltanto nell’ambito del mondo linguistico e sociale (basta leggere Max Weber).
Perché, inoltre, intitolare il volume “Bentornata realtà”? Quest’ultima non se n’è mai andata, e salutare il suo ritorno appare pertanto un po’ strano. Il vero problema è che il nostro accesso alla realtà è sempre parziale. Si può certamente esaltare il “realismo del senso comune”, ma senza scordare che senso comune e scienza – come notava Wilfrid Sellars – producono immagini del mondo così diverse da apparire talvolta incompatibili.
 
Va bene essere realisti, rammentando tuttavia che il rapporto degli esseri umani con la realtà è sempre filtrato da un particolare apparato percettivo e sensoriale, e quest’ultimo a sua volta produce gli schemi concettuali che applichiamo al mondo. Dal momento che l’apparato sensoriale è limitato, lo è pure il nostro accesso alla realtà. Possiamo accedere a certi comparti del reale e non ad altri che non risultano disponibili alle capacità cognitive degli esseri umani.
 
Viva il realismo, dunque, ma tenendo conto dei limiti che ci impediscono di adottarne una versione troppo forte. E in tutto questo non trovo alcunché di “nuovo”. Sono tesi reperibili costantemente nell’intero arco della filosofia occidentale.