Il mangianuvole

di Francesco Panaro

Nella nostra casa, dove siamo nati tutti, riecheggiavano strane parole.
Da bambino sentivo mio padre dire “camela” di una ragazza alta, magra e capelli vaporosi tenuti su con la lacca Elnett Satin.

 Chi erano le “camele”? Molte donne di oggi per mio padre lo sarebbero. Ad esempio, le top model. Le “camele”, per la loro altezza, potevano essere impiegate in campagna per raccogliere fichi o ciliegie dai rami più alti. Unico mestiere adatto a loro, avrebbe detto.

Zio Antonio, fratello di mio padre, aveva una corporatura straordinaria. Sembrava controllasse tutta la piazza delle Erbe dalla casa dove abitava. Non ho mai sentito mio padre chiamare suo fratello "Antonio". Il suo “vero” nome era “Panza a credenza”.

– Ho incontrato "Pancia a credenza", lui mangia sempre di più perché un giorno sarà mangiato. È un altruista! Diceva con ironia.
Noi, in casa, avevamo cambiato “pancia” in “panza”. E questo, mio padre, non lo apprezzava.
– Fra voi e le persone abituate alle cantine della mescita del vino non c’è differenza! Dovreste trasferirvi nell'osteria di "Rusnella", diceva. Per lui la “zeta” di “panza” era veramente di cattivo gusto, stava bene nella bocca dei perditempo di paese.

In realtà il nome Rusnella non era completo. Lui, mio padre, non si abbassava al livello della plebe di paese, non avrebbe mai detto in tutta la sua vita “Rusnell’a bomba”. Ci voleva tatto con le parole e rispetto per le persone. Non sarebbe stata solo un’offesa alla signora in questione, ma anche a suo marito che era magro come un’acciuga salata. Però quello era il suo nome completo, come tutti la chiamavano… Io ho sempre pensato che una simile disquisizione a Rusnella, credo, non sarebbe mai interessata.

E, comunque, ho sempre avuto la sensazione che il tatto di mio padre era per rispetto delle forme dell’ostessa e a protezione della secchezza del marito, in apparenza. Il timore di mio padre era che in casa si creasse un'eco di immagini generate dalle parole. Una parola al fianco dell'altra, una "acciuga" al fianco di una "balena". In questo modo, secondo mio padre, probabilmente, si eliminavano parole e situazioni grevi che potessero sfociare in allusioni improprie. Erano tabù, come il sesso. Un'acciuga che nuotava nel letto intorno alla sua balenottera per evitare di farsi divorare, gnam.

Mio padre non aveva mai chiamato per nome nemmeno zio Peppino, il marito della sorella di mia madre, “Zipolina”. Anche il "vero" nome di zio Peppino era un altro, “Susamaro”. Questo era una abbreviazione di susino amaro. Era piccolo di statura, magro e soprattutto era rinomato in famiglia per la sua moderata, stitica bontà.

“Zipolina” era zia Paola e quel nome glielo avevo dato io senza nessun motivo, giusto perché per un bambino di quattro anni era più bello Polina che Paola (falso, non posso rivelare il motivo vero, le mie cugine verrebbero a trovarmi sotto casa per guardarmi dritto negli occhi. Per scoppiare a ridere come pazze poi). Ancor oggi mia zia è chiamata da tutti “Zipolina”.

La moglie di “Panza a credenza” era Francesca, la “Perchiosa”. Lei è morta tanti anni fa, era una donna bellissima e… No, anche il significato di questo soprannome non posso rivelarlo, i miei cugini vivono ancora e non vanno molto per il sottile. Quelli sì andrebbero al cimitero a tirare mio padre fuori dalla cassa per chiedergliene conto.

Poi c’era mio cognato Scì Scì, il marito di mia sorella Coco – ma quest’ultimo nomignolo di mia sorella è frutto della nuova generazione dei nipoti. Da giovane mio cognato aveva passato due mesi di vacanza in Emilia Romagna da alcuni suoi parenti e aveva assorbito senza rendersi conto alcuni usi del linguaggio di quella regione. Diceva ‘scì’, invece dell’affermativo sì, ‘insciomma’ al posto di insomma e via così.

Quando mia nipote Mariuccia leggerà questo scritto non crederà ai suoi occhi, andrà da suo padre Scì Scì e… Inutile dirlo, mio padre si rivolterà nella tomba per gli improperi che gli arriveranno, se non saranno arrivati prima i figli della Perchiosa. Da ridere, ci sarà da ridere a crepapelle.

C’è da dire che camela viene da cammello, dall’andatura strana che hanno quegli animali, l’incedere. Se oggi mio padre vedesse le top model sfilare su una passerella forse direbbe quello che penso io: quando sollevano una gamba per portarla avanti nel camminare sembra che tirino fuori piede e scarpe con tacchi da una pozzanghera piena di melma. Perché immaginate in un altro modo un cammello che cerca di venire fuori da una pozzanghera melmosa?


«Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava:
– Non fate malagrazie!
Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: – Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! non fate potacci!
Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire»
Lessico famigliare, Natalia Ginzburg

«Noi sappiamo che la vita verbale delle parole è diversa dalla loro vita visiva, eppure queste due cose interagiscono nel momento in cui cerchiamo di dare dei nomi alle cose; ecco allora che le parole del testo mettono le immagini in una luce differente e producono una sorta di stratificazione dei significati, li combinano in una forma poetica libera»
Péter Forgács [intervista a cura di Gianmarco Torri]
 
Così, alla domanda, quale sia la relazione tra un nome e la cosa che esso denomina, propenderesti a rispondere che quella relazione sia psicologica, e forse, nel dire ciò, penseresti in particolare al meccanismo dell’associazione. - Ci viene la tentazione di pensare che il funzionamento della lingua consista di due parti: una parte inorganica: la manipolazione dei segni, ed una parte organica: il comprendere questi segni, l’intenderli, l’interpretarli, il pensare.
Quaderno blu, Ludwig Wittgenstein
 
Socrate a Teeteto: «E chi pensa non deve pensare qualcosa? »
Teeteto: «Necessariamente».
Socrate: «E chi pensa qualcosa non deve pensare qualcosa di reale?»
Teeteto: «Così sembra».
Il Teeteto, Platone