La fine degli uomini

di Hanna Rosin






Un giorno del 2009, in Virginia, in una cittadina sul mare dove da anni la mia famiglia veniva in vacanza, notai un fatto curioso. Ogni volta che mi avventuravo oltre la zona di case in affitto delle famiglie in vacanza – per andare, mettiamo, al supermercato o dal gelataio – in giro praticamente non c'erano uomini.
 
Difficile incontrarne alla fiera il sabato sera, o vederli scendere dalle macchine nel parcheggio della chiesa la domenica mattina, come era stato negli anni passati. Si tratta di una florida cittadina della working class dove l'edilizia aveva avuto un ruolo di primo piano. Avevo sempre visto gruppi di uomini al volante dei pickup lungo le vie principali, anche di sabato. Stavolta però di pickup ne giravano pochi; si vedevano soprattutto Chevrolet e Toyota con a bordo donne e bambini, intenti ai loro giri del fine settimana.
Un pomeriggio, mentre facevo la spesa, andai a sbattere contro il carrello di una donna e feci cadere delle barrette di muesli in equilibrio precario su delle scatole di cereali. Chiesi scusa, non se la prese: si rivelò subito il tipo di persona che ama parlare con chi non conosce. Si chiamava Bethenny, aveva ventinove anni e gestiva una casa di cura nel proprio domicilio (ecco per chi erano i cereali). Stava pure studiando per il diploma di infermiera e allevava da sola una figlia di dieci anni. Siccome era così aperta pensai di avvicinarmi alla questione fondamentale: era sposata?, le chiesi. «No». Le sarebbe piaciuto? «Più o meno», disse, e si lanciò in una fantasia mezzo ironica su un sosia di Ryan Reynolds su un cavallo bianco, o magari una Chevrolet, sempre bianca. E tra i maschi mortali c'era nessuno adatto al ruolo?, le chiesi. «Be', c'è Calvin», rispose: il padre di sua figlia. Guardò la bambina e le lanciò una barretta di muesli. Si misero a ridere: «Ma con Calvin ci sarebbe una barretta in meno per noi». [...]
 
Possibile che il padre della sua unica figlia ai suoi occhi avesse così poco valore? Che potesse essere liquidato come l'equivalente domestico di una merendina? Trovai il coraggio di chiederle se potevo contattare Calvin, mi diede subito il suo numero. Nei mesi successivi io e Calvin ci sentimmo varie volte: volevo capire come aveva fatto a diventare tanto invisibile. Era un tipo gentile e vero, difficile volergli male. Mi parlò di tutti i lavori fatti per necessità e odiati; gli diedi consigli sul lavoro e altre questioni importanti (per esempio, come usare il microonde del 7-Eleven, eterna fonte di frustrazione delle sue merende frettolose a metà pomeriggio). Mi venne l'idea di scrivere un pezzo su cosa stava accadendo a uomini come Calvin nell'era post-manufatturiera: Calvin mi avrebbe aiutato a risolvere il mistero di quegli uomini scomparsi.
 
Sulla stampa quell'anno andavano molto i termini man-cession (uomo + recessione) e he-cession (lui + recessione), neologismi graziosi che tentavano di addolcire una dolorosa realtà: le vittime principali del nostro ultimo disastro economico erano stati uomini come Calvin, quelli che da sempre avevano il compito di portare a casa la pagnotta. Se questi uomini erano stati resi impotenti dalla recessione degli anni Novanta, riflettevo, come stavano, oggi, quasi vent'anni più tardi, dopo l'ultima serie di duri colpi? E come potevano ritrovare il proprio posto nel sistema?

Speravo di rimanere in contatto con Calvin abbastanza a lungo da vederlo ritrovare il denaro perché pagasse lui alla cassa del supermercato e ritrovasse la via di casa. Una parte di me si immaginava ancora un futuro in cui, come nella serie "Questo matrimonio si può ancora salvare?" del vecchio Ladies' Home Journal, Calvin e Bethenny tornavano insieme e andavano a formare un terzetto felice con la figlia, e nel crescendo di questa serie immaginaria le strade della cittadina tornavano a riempirsi di uomini.
Ma via via che conoscevo Calvin e approfondivo le mie ricerche, scoprii che ero partita dalle domande sbagliate. Calvin e i suoi amici non stavano cercando di riprendersi le vite di un tempo, perché quelle vite non erano più possibili. Cominciai a capire che l'economia e la cultura avevano subito un cambiamento sismico e che entrambi i sessi avrebbero dovuto adattarsi a una maniera completamente nuova di intendere il lavoro e la vita e perfino l'amore. Nel prossimo futuro Calvin non sarebbe mai tornato a casa al volante di una Chevrolet per riprendersi il suo sacrosanto posto a capotavola, perché lo occupava Bethenny, la quale peraltro pagava di tasca sua il mutuo, i lavori per rifare la cucina e la propria auto usata. Bethenny aveva troppo per le mani ma riusciva a barcamenarsi e a conservare la propria libertà. Perché mai avrebbe dovuto rinunciare a tutto questo?
 
Non dovevo più scrivere del baratro in cui erano finiti gli uomini; quella dinamica era in corso da decenni e si era ormai esaurita. La cosa da scrivere era che le donne, per la prima volta nella storia, avevano sotto molti aspetti superato gli uomini. I Calvin e le Bethenny – tutti noi – avevano raggiunto la fine di duecentomila anni di storia umana e il principio di una nuova era: non si poteva tornare indietro. Aperti gli occhi a questa possibilità, mi resi conto che prove se ne trovavano ovunque, ed erano secoli di abitudini e storia a impedirci di capirlo.
 
Continuai le mie ricerche finché non fui in grado di mettere insieme una storia. Durante la Grande Recessione, tre quarti dei sette milioni e mezzo di lavori persi furono persi da uomini. I settori dell'economia colpiti più duramente furono in stragrande maggioranza maschili e perfino macho: edilizia, manifattura, alta finanza. Alcuni di questi lavori poi risorsero, ma il cambiamento non è stato casuale né temporaneo. La recessione ha rivelato – e accelerato – un cambiamento economico profondo in corso da almeno trent'anni e per certi versi anche di più.
 
Nel 2009, per la prima volta nella storia americana, la forza lavoro si è sbilanciata in favore delle donne, che nel Paese svolgono ormai circa la metà dei lavori. (La Gran Bretagna e diversi altri Paesi hanno raggiunto lo stesso traguardo un anno dopo). Nel mondo le donne dominano gli atenei e le scuole professionali in ogni continente eccetto l'Africa. Negli Stati Uniti, per due uomini che otterranno il Bachelor of Arts quest'anno, le donne saranno tre. Delle quindici categorie professionali che in proiezione cresceranno di più negli Stati Uniti nel prossimo decennio, dodici impiegano in prevalenza donne. L'economia americana sta diventando, per certi versi, una sorellanza itinerante: le professioniste lasciano casa ed entrano a far parte della forza lavoro, creando lavori casalinghi per altre donne. Il nostro vasto ceto medio in crisi, dove le disparità fra uomini e donne sono fortissime, sta trasformandosi lentamente in un matriarcato, con uomini sempre più assenti dal posto di lavoro e da casa, e donne che prendono tutte le decisioni.

Nel passato, gli uomini traevano la propria supremazia dalla forza fisica, ma l'economia postindustriale premia l'esatto opposto: le persone che non possono esser sostituite da una macchina. Questi attributi – intelligenza sociale, capacità di comunicazione e di concentrazione – sono più naturalmente femminili che maschili. Nelle zone povere dell'India le donne imparano l'inglese più in fretta degli uomini, per andare incontro alla domanda internazionale di impiegati per i call center. Le donne possiedono più del 40 per cento delle imprese private cinesi, dove una Ferrari rossa è il nuovo status symbol delle imprenditrici. [...]
I cambiamenti economici possono far mutare e distorcere la cultura, e in alcuni Paesi la nuova leva di donne di potere ha prodotto un vero e proprio choc. Il Giappone è in uno stato di panico nazionale per gli "erbivori", quella sottocultura di giovani che si rifiutano di uscire con le donne e fare sesso e passano il tempo a fare giardinaggio, organizzare festicciole a base di dolci e a esibire comportamenti caricaturalmente femminili. Le donne di potere che questi uomini non vogliono frequentare vengono chiamate "carnivore" o anche "cacciatrici". In Brasile, gruppi parrocchiali noti come "Uomini di Lacrime" sono sorti ovunque per offrire consolazione al numero crescente di uomini che guadagnano meno delle loro mogli.
 
Questi cambiamenti hanno toccato le vite delle coppie nel profondo, modificando le concezioni stesse di matrimonio, amore e sesso. In Asia, le donne continuano ad aumentare il proprio potere economico e si allontanano sempre più dall'antico e duraturo ideale di moglie perfetta: l'età media delle nozze per le donne è ormai trentadue anni, e i divorzi sono in vertiginoso aumento in molti Paesi del continente. Lo scarto fra uomini con mentalità tradizionalista e donne in marcia verso il futuro ha creato un mercato internazionale per le spose, dove gli uomini di tutto il mondo vanno a cercare mogli con valori più in accordo (per il momento, almeno) con i loro. In Occidente, nel frattempo, in materia di sesso le donne hanno comportamenti aggressivi che anche solo vent'anni fa sarebbero parsi impensabili.
 
Negli Stati Uniti, i cambiamenti nel mondo delle relazioni di coppia si stanno estrinsecando in maniere radicalmente diverse secondo le classi sociali. La questione viene spesso confusa. La nazione si sta dividendo in due società divergenti, ciascuna coi propri pattern. Una è composta di laureati e conta il trenta percento degli americani; l'altra comprende tutto il resto: poveri, working class, e quelli che i sociologi chiamano i "moderatamente istruiti", diplomati di scuole medie superiori che magari hanno una formazione professionale o un'esperienza al college ma non una laurea. In questo vasto secondo gruppo, l'ascesa delle donne è associata alla lenta erosione del matrimonio e pure a un crescente cinismo nei confronti dell'amore. Man mano che le donne di questo secondo gruppo migliorano la propria situazione, aumentano le proprie aspettative riguardo al matrimonio: un sosia di Ryan Reynolds, una Chevrolet bianca. Ma gli uomini della loro classe non possono adeguarsi ai loro standard. Gli uomini possono rimanere aggrappati all'ideale tradizionale del maschio che mantiene la famiglia, ma sono sempre più lontani dalla possibilità di incarnarlo. Questa è la classe da cui traiamo le nostre idee romantiche di virilità, che hanno ispirato canzoni country e discorsi politici per generazioni. Ma la generazione in ascesa è arrivata a considerare l'amore duraturo una finzione che sopravvive solo in quei discorsi e in quelle canzoni.

Nella classe dei laureati, il nuovo potere economico delle donne ha prodotto una rifioritura del matrimonio. Le coppie di laureati interpretano i ruoli in maniera più fluida: chi fa cosa, chi guadagna di più, e perfino chi canta le ninnenanne. Hanno superato il concetto di parità e inventato nuovi modelli di matrimonio. Io li chiamo "matrimoni altalena": la divisione dei guadagni può essere quaranta-sessanta o ottanta-venti, e da un anno all'altro può rovesciarsi, perché ciascun partner possa tentare a suo tempo di realizzarsi professionalmente. Nelle classi alte molte mogli stanno diventando il primo reddito in famiglia per alcuni periodi e il risultato di questa nuova libertà è che molte coppie giudicano il proprio matrimonio "felice" o "molto felice". Ma "felice" può andare a nascondere delle complicazioni.
 
Mentre intervistavo questo tipo di coppia cominciai a rendermi conto che gli uomini, anche se mettono la X su "felice", non hanno la stessa voglia e velocità delle donne quando si tratta di interpretare i nuovi ruoli flessibili. Per tutto il tempo della mia ricerca, mi si presentò un certo duo immaginario da fumetto: Donna di Plastica e Uomo di Cartone. Donna di Plastica ha vissuto per un secolo in uno stato di flessibilità superomistica. È passata dalla non occupazione quasi totale, all'occupazione da nubile, all'occupazione da sposata, e poi all'occupazione da mamma di bambini cresciuti o perfino di neonati.
 
Se si crea l'occasione per guadagnare più del marito, la donna la coglie al volo. Se non le è più richiesto un contegno dall'etichetta, è capace di scatenare risse nei bar. Se può risparmiarsi il matrimonio e vivere come le pare e piace ben oltre i trent'anni, lo fa. E se i tempi impongono l'avventurosità sessuale, è prontissima. [...]
L'Uomo di Cartone, intanto, non riesce a cambiare. Può passare un secolo senza che cambino sostanzialmente il suo stile di vita e le sue ambizioni. Molte professioni un tempo esclusivamente maschili sono ormai femminili. Il contrario non succede praticamente mai. Per quasi tutto il secolo scorso gli uomini hanno tratto il proprio senso di virilità dal lavoro, o dal ruolo di capofamiglia. Termini come "minatore" o "manovale" un tempo conferivano un'identità a tutto tondo, inserendo il singolo uomo in una lunga tradizione. Implicito in questi titoli era il ruolo di ancora dell'esistenza domestica. Già nel corso del ventesimo secolo queste forme evidenti di utilità sociale cominciarono a sbiadire. Alcuni uomini non facevano più lavori duri e se li facevano non era un lavoro che durava per la vita.
 
Lavoravano negli uffici, ammesso che lavorassero, e col tempo si trovarono a combattere col microonde del 7-Eleven. E visto che i matrimoni erano in calo, gli uomini non potevano neppure identificarsi nel ruolo di chi portava a casa la pagnotta. Avevano perso la vecchia architettura della virilità, senza rimpiazzarla con un sistema altrettanto evidente. Ciò che rimane sono gli accessori, magari i man-cessories – jeans e pickup e coltelli a serramanico di design, supereroi e teppisti che sbraitano in tv e, alla fine della stagione, ripiombano nell'oscurità. [...]
 
Di conseguenza, gli uomini sono bloccati, o «fermi in una gelatina culturale», come ha scritto il critico Jessica Grose. Potrebbero muoversi più rapidamente incontro ai nuovi ruoli che gli si aprono davanti – laureato, infermiere, insegnante, padre a tempo pieno – ma per qualche motivo esitano. I test di personalità mostrano da decenni un uomo che entra in punta di piedi in un territorio nuovo, mentre la donna corre incontro al proprio. Gli uomini hanno aumentato di pochissimo il proprio contributo casalingo e nella cura dei bambini, rispetto a quarant'anni fa, mentre il lavoro femminile è aumentato drasticamente. La madre che lavora è ormai la norma. Il padre casalingo è ancora un'anomalia da prima pagina. [...]
Stiamo cominciando a capire quanto in fretta può rovesciarsi un ordine che consideravamo "naturale". Per quasi tutta la storia della civiltà il patriarcato – conservato con il principio della primogenitura – è stato il principio organizzativo dominante, con poche eccezioni.

Nell'antica Grecia gli uomini si legavano i testicoli cercando di produrre eredi maschi; le donne si uccidevano (o venivano uccise) quando non riuscivano ad avere figli maschi. In Il secondo sesso, l'icona del femminismo Simone de Beauvoir osservava che le donne detestavano talmente la propria "condizione femminile" che guardavano le figlie appena nate con irritazione e disgusto. Ora la preferenza per i figli maschi, dopo secoli, si sta erodendo quando non invertendo. «Le donne della nostra generazione vogliono figlie femmine perché ci piacciamo come siamo», osserva con sicurezza una lettrice della rivista Cookie.
Negli anni Settanta il biologo Ronald Ericsson inventò un metodo per separare gli spermatozoi con il cromosoma maschile Y da quelli con il cromosoma X. Infilò i due tipi di sperma in una provetta facendoli passare per diverse barriere di albumina di spessore crescente. Gli spermatozoi con il cromosoma X avevano la testa più larga e la coda più lunga, perciò, ipotizzò, sarebbero rimasti impantanati nel liquido viscoso.
 
Gli spermatozoi con il cromosoma Y erano più snelli e veloci e potevano nuotare fino in fondo alla provetta. Il processo, disse Ericsson, equivaleva a «separare il bestiame nel recinto». L'irrequieto bestiame rimasto bloccato era composto da cromosomi X, il che parve fargli piacere.
Ericsson era cresciuto in un ranch in South Dakota, dove aveva sviluppato i suoi modi spacconi e la parlata da cowboy. Invece del camice portava stivali e cappello da cowboy e aveva una sua poetica da cowboy. La ricetta per vivere bene, diceva, era «colazione alle cinque e mezza, in sella alle sei, non è roba da fru fru». Nel 1979 diede in affitto il ranch per l'ormai celeberrima campagna pubblicitaria di Marlboro Country perché credeva nell'immagine chiave della campagna: «Un uomo in sella al suo cavallo lungo il fiume, niente burocrati, niente avvocati», mi disse quando lo incontrai. «Comanda lui».
 
A volte illustrava il processo di selezione dello sperma usando come bacchetta un pezzo di cartilagine del pene di un toro. Verso la fine degli anni Settanta lasciò in concessione il metodo alle cliniche degli Stati Uniti e lo definì il primo metodo scientificamente dimostrato per scegliere il sesso dei figli.
Le femministe dell'epoca non presero bene la storia del cowboy da laboratorio e del suo "sperminator". «C'è da preoccuparsi per il futuro di tutte le donne», disse Roberta Steinbacher, psicologa sociale ed ex suora, in un lungo pezzo su Ericsson pubblicato da People nel 1984. Data la «preferenza universale per i figli maschi», presagiva una distopia di maschietti prodotti in massa, che avrebbero sigillato lo status di seconda classe delle donne mentre gli uomini continuavano a dominare le posizioni più influenti e di controllo. [...] Ericsson rise quando gli lessi questi passaggi dalla sua vecchia antagonista. Poche volte una predizione fosca si è dimostrata così errata. [...] Le donne che cercano la clinica di Ericsson oggi vanno dritte al punto: «Voglio una femmina»; non ci girano intorno. «Queste madri guardano le loro vite e pensano che le figlie avranno il futuro radioso che loro non hanno avuto, più radioso perfino di quello dei loro figli maschi», dice Ericsson: «perché dovrebbero non volere una femmina?». Sospira e segna la fine di un'era. «È mai esistito il dominio maschile? Certo che è esistito. Ma oggi sembra finito. E anche l'era del primogenito maschio è davvero finita».
 
La famiglia estesa di Ericsson illustra molto bene il paesaggio in rapido mutamento. È nonno di una ventisettenne «alta, snella, intelligentissima, con una personalità implacabile», biochimica che lavora sul sequencing genetico. È zio di un ingegnere civile donna laureata alla University of Southern California. Quanto ai nipotini maschi, dice, sono belli e intelligenti, ma a scuola «hanno una patina sugli occhi. Devo dire loro: "Non mandate tutto in vacca schiantandovi col pickup o rovinandovi la vita mettendo incinta una ragazzetta"». Di recente, a un raduno di ex compagni delle elementari ha annunciato che intendeva cambiare sesso. «Le donne vivono più a lungo degli uomini. In questa congiuntura fanno meglio di noi. Si laureano di più. Vanno nello spazio e fanno tutte le cose che fanno gli uomini e a volte le fanno molto meglio: queste femmine lasceranno noi maschi nella polvere».