Il portavoce delle cose

di Fausto Pellecchia





C’era una volta lo studioso Specialista, giustamente fiero di sé. Al termine di studi brillanti, si è votato al sacerdozio della ricerca. Ma gli anni austeri trascorsi in biblioteca o in laboratorio non sono stati vani. I suoi lavori sono diventati noti e la comunità scientifica li ha annoverati tra le referenze autorevoli. I suoi colleghi lo rispettano e i suoi studenti lo ammirano.

Eppure, già allora, nel suo cuore covava una punta di insoddisfazione e di inquietudine.  Non che disprezzasse i riconoscimenti della comunità scientifica; al contrario, voleva di più: più spazio, maggiore raggio d’influenza, più potere in ragione delle competenze acquisite. Del resto, che vale la teoria senza la prassi? Senza esitare, si decide a fare il gran passo: diventa consulente Esperto.

Ma l’Esperto non è Faust: non sottoscrive un patto con Mefistofele, bensì un contratto di prestazione con un potente datore di lavoro (Stato, Impresa, Organizzazione); infine, si mette al suo servizio. Quanto alla sua “metamorfosi”, essa gli pare quasi impercettibile, senza danni, senza strascichi e alla luce del sole: lo Specialista diviene l’Esperto. Dove sta la differenza? L’Esperto non è il Mister Hyde dello Specialista, ne è il supplemento o piuttosto il complemento: ha sempre da fare con il sapere, ma questa volta è sapere applicato. Meglio ancora: la mutazione è piuttosto maturazione e compimento, dallo Specialista-bruco all’Esperto-farfalla.

Il suo accesso ai primi posti della scala sociale si realizza senza disperdere e vanificare le sue doti scientifiche. Ha conservato il suo posto, garantisce di continuare il suo lavoro di ricerca: non fa che sottometterlo ad una verifica empirica; è vero, ahimé, non ha più tempo per insegnare,  ma tiene conferenze e seminari nelle numerose fondazioni di cui è un membro attivo. E, per di più, lo fa dietro un lauto compenso, che si aggiunge a quelli dello Specialista, ma che, come solennemente dichiara, ha un valore più che altro «simbolico».

Qual è la differenza tra lo Specialista e l’Esperto? L’Esperto è influente. Le sue frasi hanno un’eco, le sue analisi producono conseguenze. Non rimpiange l’epoca tutta ideologica dei bolsi «intellettuali», tuttologi e buoni a nulla, e disprezza i loro eredi, oziosi pifferai e demagoghi senza costrutto. L’Intellettuale è morto, viva il Tecnico!  La promozione politica del consulente Esperto non è che un atto di giustizia e, insieme, di ottimazione sociale.

E’ la giusta conseguenza della valorizzazione della scienza stessa: lui, l’uomo che conosce le leggi del mondo, non è forse il più legittimato a diventarne il legislatore? Il suo predecessore, lo Scienziato Professore, aveva creduto di poter restare nell’Università: credeva che bastasse diffondere il sapere, formare gli spiriti, educare l’uomo normale e attendere che la Storia realizzasse infine la Legge.

Ma così facendo, dava fiato all’obiezione secondo cui lo Specialista ha una visione troppo parziale: non è abbastanza generalista per occuparsi del Bene Comune. Oggi i tempi sono cambiati e con essi la natura delle ‘risorse umane’: le società contemporanee sono incredibilmente complesse e le loro leve di funzionamento devono essere affidate a mani sicure e a teste lucide, quadri responsabili, competenti, professionali, dai compiti ben circoscritti. Si tratta di essere duttili, flessibili e di gestire dispositivi adatti alla molteplicità delle possibili congiunture. In fondo, se l’Ancien régime aveva i Chierici e lo Stato moderno gli “intellettuali” e gli uomini di Scienza, la società post-moderna ha sempre più bisogno di Esperti: la salvezza della comunità è affidata alle loro mani.
 
Tuttavia, non è amato: l’Esperto è anzi guardato con sospetto e, spesso, moralmente censurato. I suoi antichi colleghi, gelosi per non aver saputo compiere la sua mutazione, lo trattano da rinnegato, lo dipingono come un mostro freddo e un mercenario del Potere.  Ad essi si unisce il coro del popolo-bambino e dei i suoi cattivi tutori, l’Opinionista, il Polemista, il Portavoce, e tutti quei supponenti firmatari di petizioni sempre pronti a puntare su qualcuno il dito accusatorio. L’Esperto è la loro testa di turco, li ossessiona.

Così, di tanto in tanto, deve tornare a spiegare, riprendendo l’abito del Professore, o vestendo la divisa giovanilista del Blogger. Ma lo fa senza illusioni perché, sebbene sia amareggiato da questa ingratitudine della folla, sa perfettamente che questo rancore è inevitabile: la verità è impopolare, risulta troppo amara per un volgo avvezzo agli zuccherini. Più lo si odia, più l’Esperto si conferma e si rafforza. Accenna un mesto sorriso, mentre si abbandona al sottile godimento di essere “politicamente scorretto”.
 
Perciò, l’Esperto diffida del vociare delle piazze, di cui pure sa calcolare le probabili reazioni attraverso la simulazione di modelli statistici. Frequenta volentieri soltanto quei luoghi di lavoro in cui le perizie tecniche si sommano alle note e ai rapporti : il think tank, la commissione, il gabinetto ministeriale, in generale le strutture di consulting. All’interno di questi laboriosi alveari in cui si forgiano le (coraggiose) riforme, l’Esperto dilaga. Perché è qui che si elabora il Progresso, non nelle sezioni dei militanti che urlano al vento, tra le tappezzerie dei salotti delle anime belle, e neppure nei vecchi laboratori scientifici. L’ex-Specialista non potrebbe esser più felice del suo destino sociale. Finalmente egli è e si sente utile.

Ma che fa propriamente l’Esperto? Snocciola cifre, definisce tabelle statistiche; ritaglia percentuali, traccia curve di sviluppo. Poi, una volta piantata la sua folta foresta di segni e di icone, la ordina e la spiega: interpreta. Portavoce delle cose, traduce il loro mutismo in discorsi, nei quali proliferano neologismi, eufemismi e termini tecnici anglofoni, che ben presto si diffonderanno e faranno tendenza. In questa lingua pura delle cose, L’Esperto descrive  i pro e i contro, fa diagnosi sullo stato del mondo, prescrive i rimedi necessari, attestati da lui stesso, azzarda prognosi. Egli ausculta il corpo sociale: identifica i sintomi poi nomina le disfunzioni e le patologie che essi rivelano. L’odio che si attira ne è un esempio, forse il principale: il sintomo dell’oscurantismo, del terrore panico per la Modernità di cui egli vuol essere il paladino. Sa di essere indispensabile e sogna uno Stato illuminato, una platonica repubblica di Esperti, in cui regnerebbe l’Ordine Giusto.

Solo che, abbagliato dal successo, l’Esperto non ha ben misurato la trasformazione che si operava in lui stesso: insensibilmente, i suoi gesti si sono modificati, il suo sguardo è cambiato. Un altro è cresciuto in lui che lo ha spento poco a poco. Una specie di Mister Hyde, ma dolce, moderno, sobrio e accattivante al tempo stesso, che non ha più nulla del bruto sanguinario del romanzo di Stevenson. Le sue fattezze rimandano piuttosto alla gelida eleganza del Dottor Knock nella commedia di Romains. Medico straordinario, degno erede di Jekyll, tutto dedito ai suoi pazienti e pronto a salvarli da loro stessi: “Ogni sano è un malato che si ignora”, questo il suo motto e questa la massima che fonda il suo potere.

Knock ha bisogno dei malati, di un popolo di malati, da lui persuasi di essere malati perché, quando raggiungerà questo obiettivo, potrà finalmente trasformarsi in un Guru. Ma il sogno di questa beatitudine lo avvia alla più luciferina delle metamorfosi. Più l’Esperto guarisce dalle malattie sociali, più legittima il suo intervento e il suo statuto professionale, più rischia di diventare Hyde: la guarigione deve essere sempre differita, il ritardo deve approfondirsi per fornire materia alla valutazione competente, all’expertise che soltanto lui è in grado di offrire. Trionfo di Hyde-Knock su Jekyll: i saperi pazientemente elaborati dal secondo non hanno altra finalità che appagare l’inestinguibile sete di potere del primo.

Colto da un improvviso ritorno di lucidità, l’antico studioso Specialista, che ancora sopravvive sotto le spoglie dell’Esperto, spaventato, cerca di rovesciare il processo: semina dubbi, prorompe in interrogativi e in questioni irrisolte;  ricade nelle vecchie abitudini avventurose del ricercatore; tenta di esplorare l’ignoto, di capire l’avvenire, arrischiando prognosi di lungo termine. E’ allora che il grande Decisore, suo padrone – che agli occhi dell’Esperto ha ormai assunto un aspetto mefistofelico – si erge davanti a lui, e brandisce il patto siglato dal suo sangue. Il Padrone, infatti, si fa beffe delle ricerche e dell’ignoto. Gli rilegge il patto: “Voglio che tu mi dica che cosa è necessario sapere sullo stato attuale delle cose. La risposta dovrà essere immediatamente utilizzabile, e per essere utilizzabile, dovrà essere certa e univoca”.

Il futuro è per definizione incerto. Di certo non c’è che il passato, ciò che è ormai morto: le ricerche dell’Esperto devono uniformarsi, nel metodo, alle analisi autoptiche nell’obitorio della Storia. L’Esperto è perplesso, esita. Infine decide di tentare l’ultima sfida: soppiantare il Decisore. Sale in politica, per diventare egli stesso il Decisore-Padrone,  selezionando al suo fianco, come co-decisori, alcuni confratelli, consulenti Esperti: diventa dunque un Tecnico-politico.
  
Ma l’arena politica è un campo di conflitti: dagli abissi della plebe sono sorti  Contro-esperti che lo insidiano sul suo stesso terreno: asseriscono di voler riunire sapere e militanza; dicono che la vita stessa li ha istruiti, la strada li ha educati; più Specialisti di chiunque altro, perché specialisti da sempre nella pratica. Sono i sanculotti della scienza, guru mediatici. Si rivolgono a tutti, spezzano le barriere di cui si circondavano gli Esperti: tutto con loro diventa questione di condivisione, di esperienza, di incontri. Sono i nuovi politici-tecnici e da loro non c’è da aspettarsi alcuna pietà…

Fallita l’ ‘ultima’ mutazione dell’Esperto in Tecnico-politico, entrano in scena i suoi successori: giovani virgulti che hanno firmato il patto del Potere senza neppure essere diventati Specialisti. Sanno però maneggiare i software, ed è quanto basta.  Ne arrivano anche altri, più maturi: blogger, imprenditori e manager che provengono dalla “gavetta”, proclamano la loro “professionalità”, vantando un know how assolutamente performativo ed efficiente. Il Tecnicosi indigna, protesta con sussiego: “E questi sarebbero Esperti? Ma andiamo…!».

Tutt’intorno, silenzio imbarazzato, risatine soffocate. Finalmente, capisce il suo errore: “esperto” è sempre soltanto colui che viene ritenuto tale dall’opinione pubblica, per quanto sia ignorante secondo i canoni dello Specialista. Ogni contestazione è vana e viene interpretata come frutto di livore e di gelosia. Non è forse vero che lui stesso si faceva beffe dei piagnistei dei suo antichi colleghi?

Il Tecnico, disperato, vede bene che il vento è cambiato e spira a favore dei nuovi venuti, più rapidi, più docili, più capaci, perché privi degli scrupoli dello Specialista – dai quali non è mai riuscito a disfarsi del tutto. Essi sapranno conformare i discorsi alle situazioni, giustificare le decisioni più contestabili, dichiarandosene garanti. A testa bassa e a denti stretti, consapevole di non poter far ritorno tra gli Specialisti, il Tecnico si appresta a occupare la vetrina mediatica in attesa di nuovi Padroni: siede nei salotti delle ‘anime belle’ dei talk show, mescolandosi tra i ranghi di coloro che egli aveva da poco appreso a guardare dall’alto. Ora parla, discute, polemizza… ma che malinconia!