Etica placcata d’oro

di Francesco Panaro Matarrese





Un etto di ferro o un etto di oro non hanno lo stesso valore per l’uso che l’artista ne fa. Ed è naturale auspicare che oggi, per lo Spirito santo, il valore non sia altrettanto uguale per i due metalli. Che c’entra, è anche naturale che agli occhi di Dio le due sostanze in origine erano uguali, ma si spera non sia più così dopo il valore che l’uomo ha dato alla materia che ha diviso l’umanità.
 
In origine – per un attimo sospendiamo qualsiasi giudizio di natura etno-antropologico e vediamo la questione con occhi candidi – non era possibile immaginare che per il puro Spirito potesse essere un’offesa dimorare in una lega povera come il ferro rugginoso, la pietra umile o il diamante. Quel materiale di allora o quell’altro, per Lui, erano pari.
 
La deduzione, qui, va da sé: che lo Spirito santo non facesse, agli albori, differenze fra l’oro, l’argento, il ferro, l’acqua, l’aria, la terra o il fango. Perché Dio aveva creato tutte le cose, ed era in tutte le cose, ed era tutte le cose – le possibilità possono essere numerose. Altrimenti avrebbe adottato la logica del commerciante di oggi, per cui il vetro non è il diamante, ed ogni materia ha il suo prezzo stabilito.
 
C’è grande attenzione intorno a papa Francesco e alle simbologie adottate, primo fra tutti il nome. Di non secondaria importanza la croce personale di ferro che il papa ha voluto tenere e la scelta di far fondere l’anello del Pescatore in argento anziché in oro, come per tradizione. L’anello Piscatorio è un’insegna che il papa indossa all’anulare della mano destra durante la messa solenne dell’inizio del pontificato, il riferimento è al povero san Pietro che getta le reti dalla sua barca, una metafora che ricorda qual è uno dei compiti più importanti della Chiesa: raccogliere e portare a Dio quante più anime perse.
 
L’architetto Adolf Loos fissò con vari esempi il canone del possibile valore di una sostanza: la Madonna Sistina, diceva, non sarebbe stata più preziosa se Raffaello avesse aggiunto ai colori usati una qualche quantità d’oro. Ma diceva anche che la Venere di Milo sarebbe stata altrettanto preziosa sia se fosse stata fusa d’oro, sia fosse stata scolpita nella pietra, così com’è.
 
Questo secondo esempio è tutto da verificare. Un’opera d’arte fatta di materiale prezioso, come può essere l’oro o il diamante, annulla la sostanza aleatoria ed imprendibile dell’arte, che passa in secondo se non in terz’ordine, sovrastata dalla materia commerciale. L’oro di cui è fatto l’oggetto d’arte urla, aggredisce, stritola, divora, e annulla l’opera stessa,  cioè la sua sostanza.
 
Il sarcofago dorato costruito per Pio da Pietralcina a San Giovanni Rotondo, per fare un esempio, differisce già nella sostanza dall’anonima materia con la quale è costruita la tomba di Francesco d’Assisi. Ma qui non si vuole far intendere che il primo santo sia peggiore del secondo per via dei materiali usati. Certamente gli artisti e i progettisti di quell’opera architettonica non hanno reso un buon servigio al santo e alla sua memoria, ed è abbastanza chiaro che anche senza un confronto diretto con quella del santo d’Assisi, la costruzione di San Giovanni Rotondo assume i contorni di un’opera faraonica e chiaramente oscura.
 
Sarà per questo che la maggior parte  degli artisti non amano utilizzare materie ricche, per non annullare il contenuto nella sostanza preziosa, che è capricciosa, che s’impone come un bambino viziato. Ma anche perché, in definitiva, l’artista che impiega materie preziose per le proprie opere si declassa a comune artigiano, a semplice orefice di oggetti che non discutono, che s’impongono, rivoltandosi contro.
 
E così, il primo papa che si ispira a frate Francesco, per abbracciare la sua Regola decide in un primo momento che l’anello Piscatorio deve essere di ferro, ma che poi, invece, per decisione ultima, il manufatto finale non è più fatto del povero metallo, ma d’argento, placcato d’oro. In un gesto e con poche parole sembra che si annulli tout court il contenuto prezioso della missione che si era dato con la dichiarazione di povertà fatta nelle prime ore dell’elezione, coinvolgendo, suo malgrado, il frate povero, l’artista coerente della cripta di Assisi restio a qualsiasi compromesso in contraddizione con il suo voto e con quello dei suoi fratelli, la povertà.
 
Il percorso attuato e la scelta che ha portato all’anello d’argento placcato d’oro apre interrogativi di natura etica, di coerenza nel comportamento pratico, sul modo e la sostanza di indicare una strada al mondo di oggi tanto sensibile ai segnali, specialmente a quelli che celano percorsi comodi, che assecondano, che lasciano agire e alimentano indisturbate le controversie e le contraddizioni personali e sociali.