Dare una lezione alla Cina!

Cio-Cio san, grès policromo di Galileo Chini

Cio-Cio san, grès policromo di Galileo Chini

Non ricordo precisamente come Wu-Wang, uno dei quattrocento milioni di figli del Cielo, mi fece l’onore di entrare al mio servizio.
Ho l’impressione che egli sia diventato mio servo a poco a poco, per gradazioni inavvertite. Potrei giurare di non averlo mai visto una prima volta. Quando mi sono accorto di lui, si trovava già al servizio della mia persona da epoca indefinibile.
Pechino, allorché vi giunsi, nell’agosto del 1900, era senza alcun dubbio la città più pericolosa per un cinese. La civiltà europea aveva liberato le Legazioni assediate dai cinesi e, compiuto questo sacro dovere, si dedicava coscienziosamente a quella operazione che era definita da una frase così spesso ripetuta in quei giorni: «Bisogna dare una lezione alla Cina!»
La lezione tendeva giustamente a far scomparire la barbarie sopprimendo dei barbari. La capitale era messa a sacco e fuoco. L’imperatore, l’imperatrice, i principi, la corte, i ministri, i funzionari più eminenti, l’esercito erano fuggiti con una rapidità che giustifica il tradizionale disdegno cinese per la ferrovia. Nessuna linea rapida a doppio binario avrebbe potuto portare tanta gente più lontano e più presto. Gli abitanti ricchi avevano seguito in gran parte l’esempio imperiale; altri, che possedevano magazzini ben forniti, si erano trincerati nelle case e aspettavano stoicamente raccomandandosi alla paterna potenza degli spiriti degli antenati. I poveri soli erano rimasti all’aperto, nella città deserta, silenziosa, rovinata e fumante. Per fuggire non basta aver paura.
Questi disgraziati cercavano d’entrare nella sfera di influenza di qualche straniero senza chiedere permesso. Per aver salva la vita bisognava appartenessero a qualcuno, non importava a chi, purché fosse di razza caucasica. E così ogni occidentale si trovava involontariamente alla testa di un piccolo e disordinato stato maggiore pechinese, rispettoso e obbediente.
Credo che Wu-Wang acquistasse in questo modo una posizione ufficiale al mio fianco. Il fatto è che quando la turba dei miei protetti, raccolta non so come, cominciò ad allontanarsi da me rassicurata, notai la lodevole assiduità d’un uomo alto, magro, butterato dal vaiolo, orribile e premuroso, sempre pronto a servirmi. Alla mattina lo trovavo sulla soglia della mia camera, dove mi lasciava la sera: faceva un inchino e mi puliva le scarpe; poi mi portava dell’acqua; poi mi portava del tè. Gli chiesi:
– Parli inglese?
Yes! – mi rispose.
Egli esagerava. Di inglese non conosceva che la parola yes. Ma a questa conoscenza, alquanto superficiale, della lingua di Shakespeare, aggiungeva quella di circa venti vocaboli di un idioma ibrido, detto pidgin, formato dalla colpevole unione dell’inglese e del cinese. Da parte mia potevo mettere insieme una ventina di parole cinesi. Possedevamo quindi in due un capitale sociale di circa quaranta parole, che, se non bastava a comunicarci delle idee profondamente filosofiche, era tuttavia sufficiente alle piccole materialità della vita. Avevamo anche una riserva: la mimica – questo eloquente esperanto delle mani.
 
Wu-Wang ed altre genti, Luigi Barzini, prima edizione