Un dio paranoico

Intervista con Hoxhvogli

di Luca Barbirati

Idolo Hoxhvogli

Idolo Hoxhvogli







Idolo Hoxhvogli è nato a Tirana nel 1984 e vive a Porto San Giorgio. I suoi scritti sono presenti in numerose antologie e riviste italiane e straniere, tra cui «Gradiva International Journal of Italian Poetry» (State University of New York at Stony Brook) e «Cuadernos de Filología Italiana» (Universidad Complutense de Madrid). Collabora con 24 Letture del Sole 24 Ore e Quasi Rete della Gazzetta dello Sport. Introduzione al mondo è il suo primo libro, edito da Scepsi & Mattana. Di difficile collocazione nelle classifiche mainstream, popola la suburbia virtuale. Hoxhvogli vive ed osserva il mondo con una scrittura lucida e disincantata che rasenta l’assurdo: surrealista perché iperrealista.
 
Hoxhvogli, che messaggio vuole esprimere in Introduzione al mondo?
La creazione del mondo è un divino atto paranoico. Dio è paranoico. L’uomo è il cruccio di una teologica tachicardia notturna. Il messaggio che voglio esprimere: bambini di tutto il mondo, prendete dei sassi e tirateli di notte verso le finestre di questi bavosi. Rompete i vetri della loro tranquillità. Svegliateli di notte bloccando i tasti dei loro citofoni con gli stuzzicadenti o le gomme da masticare. Mettete le catene ai loro portoni. Forategli le biciclette. Mentre prendono il sole, versate loro sullo stomaco il cocktail ghiacciato del loro vuoto divertimento serale. Siate birbi e liberi contro il potere infame.
 
Che idea ha del contemporaneo?
Tutto si perde nel frullatore esistenziale. I rapporti umani sono all’insegna della continua sostituibilità dell’altro. Progettualità decapitate. Velocità supersonica e vita asservita alla macchina. Vedo il trionfo della macchina tecno-finanziaria: l’aggeggio malefico riduce la vita umana a carne in scatola. Il contemporaneo per l’autore? Successo, fallimento, noia, silenzio, impiccamento od overdose. La libertà non può essere deteriorare l’umano che è in noi. Libertà non è fare ciò che è legale, libertà è non fare ciò che è immorale, cioè annientare l’umano nell’altro. Vasche calde, lamette, luci soffuse e poi si dorme per sempre.
 
Il suo lavoro è stato accostato alle opere di Kafka e Beckett. Oltre a una certa produzione surrealista francese, il suo libro l’ho subito associato alle ricerche di Marcuse, nonché alle annotazioni nervose di Benjamin, in particolare: «È solo a favore dei disperati che ci è data la speranza». I suoi disperati sono uno straniero e una bambina. Che ruolo assumono gli ultimi nella nostra società malata di leader? Quali macigni devono portare e quali verità scoprire?
Un illustre sconosciuto accostato a Kafka, Beckett, Marcuse, Benjamin. Sono onorato. Più che a queste grandi intelligenze, caro Barbirati, può accostarmi ad una rissa da saloon, al catenaccio di trapattoniana memoria, alla cacegghia tradizionale, ai tentativi di affogamento. Gli ultimi spingono il carro sul quale ballano i potenti. La nostra società non è malata di leader. La nostra società è popolata da angeli, demoni e poveri diavoli. Gli angeli debbono sopportare il supplizio; i demoni lacerano i corpi o almeno gli animi; i poveri diavoli si muovono egoisticamente da un estremo all’altro, camminando sulla corda tesa della paura: gatti neri opportunisti, fedifraghi e paurosi. Il mondo non è per gli uomini autentici. Il macigno da portare è l’ignoranza di una dimensione altra, che salvi e dia finalmente una felicità impossibile qui. Non ci sono verità, ci sono solo orgasmi e morti. Tutto il resto – avrebbe detto il maestro della borgata trascendentale – è noia. Quale verità devo scoprire in questa esistenza collettiva strutturalmente bovina?
 
È difficile non porre attenzione, come osserva acutamente Franca Alaimo su Il Fatto Quotidiano e Il Sole 24 Ore, al rapporto – nella prosa Il cittadino Leo – tra il malato Leo e il medico Canarini, il quale diagnostica un «eccesso d’anima» alla base della sofferenza del paziente. L’uomo malato di cui parla non è il malato per eccellenza? Colui che tormentato non conoscerà mai pace? Condannato in eterno alla sua miserevole condizione? Come vive Leo il  proprio malessere e soprattutto, richiamando il Sisifo di Camus, «bisogna immaginarselo felice»?
È il malato eccellente. L’anima è una malattia, in questo mondo. L’eccesso d’anima è lo stato terminale. Solo l’uomo-bestia ha successo in natura, natura che appare come la chiesa di Satana, grembo della meretrice avida e indifferente, puttana universale dalle infinite declinazioni.
(Grazie a Luca Barbirati e a L'intellettuale dissidente)
 
Prostituzione per saltare le staccionate, p. 72
La prostituzione è il fondamento del matrimonio, quindi della famiglia, in quanto funge da valvola di sfogo di pulsioni che nel nucleo familiare non trovano una corretta canalizzazione. Le linfe venefiche che percorrono gli sposi portano la casa allo sbando. La prostituzione è messianica. Libera la mente dai tarli, dalle perversioni nefaste, dai liquidi insalubri per la tranquillità di bimbi incolpevoli. La prostituzione affranca le famiglie dalle scorie putride che in queste si depositano. Come i cascami dei fabbricati fanno maturare tumori rapidi come gazzelle, così gli scarti dei bisticci fomentano la rottura. La prostituzione salva la vita, e in essa i matrimoni. Volete strangolare la vostra dolce metà? Fruite saggiamente della prostituzione. Tornerete tra le mura domestiche docili come agnellini. Ogni legame incontra ostacoli. Il ruolo principale, nella soluzione di un problema, è l’architettura dello stesso. Una prostituta vi aiuta a rappresentare il problema, che è risolvibile se a figurarlo è una mente serena perché ha goduto della prostituzione. La prostituzione aiuta dunque a saltare pericolose staccionate.
 
Effetti collaterali della filantropia, p. 74
Dialoga con tutti. «Ognuno ha del buono da dare. Sono aperto e disponibile». Ogni trenta metri incontra un deficiente con cui parla mezz’ora. Passa le giornate trafficando coi sordi, e le notti pensando ai ragionamenti dei citrulli. Ne ama le debolezze. Li giustifica e comprende. Chiede loro di non alzare la mano contro il malvagio, piuttosto «Fatevi picchiare». Non è retorico quando dice: «Porgete l’altra guancia», «Amate il prossimo», «Sacrificatevi per il bene comune». È giovane. Pecca di fiducia e ingenuità. Non comprende che porgere la guancia a un peso massimo è gravoso, amare il prossimo che ci vuole fregare è controproducente, sacrificarsi per il bene dei potenti è blasfemia. Non si accorge che da dietro streghe gli tagliano i capelli e genitori gli mandano bambini scrocconi. È gentile. Se una iena ha fame, le dice: «Mangia del mio stinco». È un bravo ragazzo. La gente se ne approfitta. Si chiama Gesù Cristo.
 
Se un giorno, p. 91
Se un giorno, tornando a casa, il lettore troverà la mamma decapitata, non si adirerà per il crimine inflitto alla sua culla. Il lettore ha scelto di venire a patti col mondo, non andrà in collera col boia del nido materno per un giorno di riposo dal bene. L’abituale adesione al mondo è questa sosta lontano dal bene, per accettare minuscoli tumori. Allontanarsi dal bene è seminare un cancro. Il lettore non nega ad altri – è uomo di mondo – nuove impercettibili pause dal bene, perché non vi è uomo che non abbia ragioni per seminare cancri volgendo le spalle al bene. Remissibile pensa essere il tumore che ha seppellito, così remissibili non sono gli infiniti sepolti da altri. Fiorisce, nei cicli di un tumorale pullulare, un giardino di pustole e putrefatta purulenza. L’ineluttabile logica cancerosa vuole il trionfo barocco della metastasi. Qualcuno, calpestando le suppurazioni, ne provoca lo scoppio. Da questa eruzione germoglia la decapitazione. Il lettore non serberà astio verso l’autore di questa possibile storia. Non è l’autore che la scrive, ma il lettore che la vive.
(I tre brani sono tratti da Introduzione al mondo, di Idolo Hoxhvogli)