La scienza come modello sociale

Di John Dewey

Alcune fasi della luna di Galilei

Alcune fasi della luna di Galilei




Il brano di John Dewey qui di seguito è estratto dalle pagine  scritte nel 1929, l’anno della Grande Depressione economica che ridusse in miseria migliaia di famiglie degli Stati Uniti d’America. Una crisi senza precedenti, che incrinò profondamente, anche agli occhi del mondo, le speranze di una società migliore destate dai pionieri del nuovo continente e dai padri fondatori della giovane democrazia americana. Particolarmente interessanti si rivelano la tonalità morale e l’equilibrio con cui Dewey si accosta alle vicende storico-sociali dell’«americanismo», presentando temi e problemi tuttora di sconcertante attualità. Ciò che, infatti, queste pagine pongono innanzitutto in questione è il valore umano di certi atteggiamenti socio-culturali che siamo soliti associare all’“american way of life” e che, per gli inquietanti eventi dei nostri giorni, sollecitano interrogativi analoghi e forse ancor più stringenti di quelli che si imponevano all’epoca in cui Dewey li esprimeva.



Ho cercato di fare un'analisi, piuttosto che esprimere una condanna dei mali della società attuale o prescrivere dei fini e ideali immutabili come loro cura. Credo infatti che le persone serie siano abbastanza d'accordo sia sui mali sia sugli ideali, almeno fino a quando sono considerati in generale. La condanna è troppo spesso soltanto un modo di dimostrare la propria superiorità.
 
È una voce esterna alla situazione; rivela i sintomi, ma non le cause. Non è in grado di produrre nulla; sa soltanto riprodurre cose del suo stesso tipo. Per quanto riguarda gli ideali, tutti sono d'accordo nel dire che vogliamo una vita buona e tutti concordano nel ritenere che una vita buona implica libertà e un gusto che è educato per apprezzare ciò che è onesto, il vero e il bello.
 
Ma fino a quando ci limitiamo a questi aspetti generali, le frasi che esprimono gli ideali potrebbero essere trasferite dai conservatori ai radicali, e viceversa, e nessuno sarebbe il più saggio. Perché, senza l'analisi, non si calano nella situazione reale né sono interessati alle condizioni che rendono possibile la realizzazione degli ideali. (...)
 
C'è chi accetta di buon grado la scienza ammesso che rimanga "pura"; si rende conto che, come oggetto da inseguire e da contemplare, è un'addizione al significato goduto della vita. Ma sente che le sue applicazioni nelle invenzioni meccaniche sono la causa di molti dei problemi della società moderna. Senza dubbio queste applicazioni hanno dato vita a nuove forme di bruttezza e sofferenza.
 
Non mi cimenterò nel compito impossibile di provare a fare il bilancio netto dei mali e dei piaceri fra il periodo precedente e quello successivo all'uso pratico della scienza. Il punto rilevante è che l'applicazione della scienza è ancora limitata: ha a che fare con i nostri rapporti con le cose, ma non con le persone.
 
Impieghiamo il metodo scientifico per dirigere le energie naturali, ma non quelle umane. Di conseguenza, una valutazione della piena applicazione della scienza non può essere una registrazione di ciò che è già avvenuto, ma deve essere profetica. Una tale profezia non è però priva di fondamento.
 
Anche allo stato attuale delle cose c'è un movimento nella scienza che fa presagire, se terrà fede alla promessa in esso implicita, un'epoca più umana. Infatti, guarda avanti a un tempo in cui tutti gli individui potranno condividere le scoperte e i pensieri degli altri per la liberazione e l'arricchimento della loro esperienza.
 
Nessun scienziato può tenere per sé ciò che ha scoperto o trasformarlo in una spiegazione puramente privata senza perdere la sua reputazione scientifica. Qualsiasi cosa sia scoperta appartiene alla comunità degli scienziati. Ogni nuova idea e teoria deve essere sottoposta a questa comunità per essere esaminata e confermata.
 
C'è una comunità in crescita che opera in modo cooperativo e che riconosce le stesse verità. È vero che questi tratti sono per ora limitati a piccoli gruppi che svolgono un'attività in un certo qual modo tecnica. Ma l'esistenza di gruppi di questo tipo rivela una possibilità del presente; una delle molte possibilità che costituiscono una sfida a espandersi e non una ragione per la ritirata e la contrazione.
 
Supponiamo che ciò che ora accade in circoli ristretti sia esteso e generalizzato. Il risultato sarebbe l'oppressione o l'emancipazione? L'indagine è una sfida, non un'accettazione passiva; l'applicazione è un mezzo di crescita, non di repressione.
 
L'adozione generale dell'atteggiamento scientifico nelle questioni umane significherebbe nientemeno che un cambiamento rivoluzionario nella morale, nella religione, nella politica e nell'industria.
 
Il fatto di averne limitato l'uso quasi esclusivamente ai problemi tecnici non vuole essere un rimprovero alla scienza, ma agli uomini che la usano per fini privati e che combattono per scongiurare la sua applicazione sociale per paura degli effetti distruttivi che avrebbe sul loro potere e sui loro guadagni.
 
L'immagine di un tempo in cui le scienze naturali e le tecnologie che ne derivano saranno usate al servizio della vita umana è ciò che l'immaginazione può dare di rilevante al nostro tempo. Un umanesimo che fugge dalla scienza come davanti a un nemico rifiuta i mezzi con cui un umanesimo liberale potrebbe diventare realtà.
 
L'atteggiamento scientifico è sperimentale e intrinsecamente comunicativo. Se fosse universalmente applicato, ci libererebbe dal pesante fardello che ci viene imposto dai dogmi e dalle norme estrinseche.
 
Il metodo sperimentale è qualcosa di diverso dall'uso dei cannelli ferruminatori, storte e reagenti. È il nemico di ogni credenza che consente ad abitudini e usanze di controllare i processi di invenzione e di scoperta e che permette a un sistema già formato di non tenere in alcun conto i fatti verificabili.
 
Il controllo costante è il lavoro dell'indagine sperimentale. Grazie al controllo della conoscenza e delle idee acquisiamo la capacità di compiere delle trasformazioni. Questo atteggiamento, una volta che fosse incorporato nella mente individuale, troverebbe uno sbocco operativo.
 
Se i dogmi e le istituzioni tremano quando appare una nuova idea, questo tremore non è nulla in confronto a ciò che accadrebbe se a quell'idea fossero forniti i mezzi per scoprire continuamente nuove verità e per criticare le vecchie credenze.
 
«Accettare» la scienza è pericoloso soltanto per quelli che, per pigrizia o interesse personale, manterrebbero immutato l'ordine sociale esistente. Infatti, l'atteggiamento scientifico richiede lealtà a tutto ciò che è scoperto e risolutezza nell'accogliere le nuove verità.
 
(...) La moltiplicazione dei mezzi e dei materiali costituisce un aumento di opportunità e di scopi. È segno che l'individualità si lascia andare a emozioni e atti più congeniali alla sua natura. Il nemico non sono i beni materiali, ma la mancanza di volontà di usarli come strumenti per conseguire le possibilità che si desiderano.
 
Immaginate una società libera dal dominio del denaro e diventa chiaro che i beni materiali sono un invito al gusto e alla scelta, sono occasioni per la crescita individuale. Se gli uomini non sono abbastanza forti e risoluti da accettare l'invito ad avvantaggiarsi dell'occasione che si presenta loro, diamo la colpa a chi se la merita.
 
Il determinismo economico ha ragione perlomeno su questo punto. L'industria non è al di fuori, ma all'interno della vita umana. La tradizione aristocratica chiude gli occhi davanti a questo fatto; sia per ciò che riguarda il piano emotivo sia per quanto concerne la dimensione intellettuale, la tradizione aristocratica relega l'industria e la sua fase materiale in una regione lontana dai valori umani.
 
Fermarsi al rifiuto puramente emotivo e alla semplice condanna morale dell'industria e del commercio come materialistici vuol dire lasciarli in questa regione non umana, in cui agiscono come strumenti nelle mani di chi li impiega per fini privati.
 
Questo tipo di esclusione è complice di quelle forze che tengono in sella lo stato di cose. C'è un legame sotterraneo fra quelli che utilizzano l'ordine economico esistente per ottenere un vantaggio economico personale e quelli che gli voltano le spalle a vantaggio dell'autocompiacimento personale, della dignità privata e dell'irresponsabilità.
John Dewey, Individualismo vecchio e nuovo, a cura di Rosa M. Calcaterra, traduzione di Roberto Gronda, Diabasis.

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