Libertà ed eguaglianza

Di Rosa M. Calcaterra









Dai primissimi scritti pubblicati negli anni 80 del XIX secolo fino alla morte, avvenuta nel 1952, John Dewey ha dato voce a un'autentica passione per gli ideali democratici, una passione tanto teoretica quanto morale ed estetica, che lo portava ad impegnarsi senza sosta nell'analisi degli eventi sociali e politici nonché a partecipare in prima persona ai dibattiti sui problemi più scottanti del momento, in ambito sia statunitense sia internazionale.

L'impegno deweyano a favore di una politica democratica si svolse alla luce di alcuni criteri che hanno sempre avuto un peso importante nel dibattito filosofico-politico occidentale. Principalmente, va registrata l'idea di Thomas Jefferson per cui la democrazia è un "esperimento" ininterrotto, un ideale socio-politico che necessariamente eccede sempre la propria attuazione.

Le pagine di Dewey riprodotte in Individualismo vecchio e nuovo (di cui proponiamo uno stralcio) risalgono al 1929, l'anno della "grande depressione" economica che paralizzò gli Stati Uniti e ridusse in miseria migliaia di famiglie, a dispetto delle appassionate apologie della "religione della prosperità" proferite dal presidente Hoover.

Fu una crisi che incrinò profondamente,Edward Hopper, Night shadows

Edward Hopper, Night shadows

anche nel resto del mondo, le speranze di una società migliore destate dai padri fondatori della democrazia, in verità già segnata, fin dai primi anni del Novecento, da gravi contraddizioni. Secondo il suo tipico stile di "intellettuale pubblico", Dewey scese in campo con la stesura di un gruppo di articoli pubblicati dalla rivista d'avanguardia «The New Republic».

Al di là delle singole argomentazioni, restano importanti la tonalità morale e l'equilibrio con cui egli si accosta alle vicende storico-sociali del l'"americanismo", offrendo spunti di riflessione su temi e problemi che ci appaiono di sconcertante attualità. Ciò che, infatti, viene posto in questione è il valore umano di certi atteggiamenti socio-economico-culturali che tuttora siamo soliti associare all'american way of life e che, per gli inquietanti eventi dei nostri giorni, sollecitano interrogativi analoghi e forse ancor più stringenti di quelli che si imponevano all'epoca in cui Dewey scriveva.

Colpisce, comunque, in questi documenti, l'esclusione di cedimenti più o meno retorici sia al pessimismo sia all'utopismo. La tesi di Dewey è che i gravi problemi del momento erano l'esito di uno sviluppo perverso degli ideali individualistici cui risaliva «l'essenza dell'americanismo», vale a dire il progetto di una società basata sui principi dell'uguaglianza e della libertà «per tutti, senza riguardo alla nascita e allo stato giuridico»: uno sviluppo che aveva risolto il 'vecchio individualismo' di Lincoln e Jefferson, di Whitman ed Emerson, nell'ideologia del profitto privato, nelle "costumanze di una civiltà del danaro", anziché riadattarlo alle grandi risorse economiche e tecnologiche dell'America per formare una società più giusta e più stabile.

Era questa, secondo Dewey, la "grande rinuncia" che pesava sul presente e sul futuro della realtà statunitense, ma alla quale si poteva rimediare disponendosi ad "un nuovo individualismo", cioè un riassetto culturale in grado di esprimere eguaglianza e libertà «non solo estrinsecamente e politicamente, ma attraverso la personale partecipazione alla formazione di una civiltà con responsabilità e interessi divisi».
John Dewey, Individualismo vecchio e nuovo, a cura di Rosa M. Calcaterra, traduzione di Roberto Gronda, Diabasis, pagg. 144, € 12,00
 
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