Il coccodrillo senza lacrime

di Francesco Panaro Matarrese

Eugenio Montale e Carmelo Bene

Eugenio Montale e Carmelo Bene




Aprì lo schedario e lesse le lettere in ordine alfabetico fino alla Zeta, poi tornò indietro alla E ed aprì l’unica cartella, quella chiamata Eusebio. Eugenio, Eusebio Montale – in corsivo il nome col quale gli si rivolgevano sia la moglie Drusilla, detta Mosca, che gli amici più vicini –, redattore al Corriere della sera, si era imbattuto nell’archivio dei coccodrilli del quotidiano, e fra le mani aveva il suo.
Il coccodrillo è uno o più articoli che vengono scritti in anticipo dalle redazioni per non farsi sorprendere dalle morti improvvise delle persone conosciute, in modo da essere pronti per la pubblicazione con poche correzione dell’ultima ora.
Con freddezza, distacco e sufficienza andò da Giulio Nascimbeni, amico e redattore capo della Terza pagina, glielo mostrò e con un naturale moto di disappunto gli disse: «Potevate fare meglio, almeno scriverlo con un po’ di stile in più…».
Nel 1975, quando Eusebio andò a ritirare il Nobel per la letteratura a Stoccolma raccontò al pubblico del Premio quella sua scoperta fatta negli archivi, senza raccontare tutto il resto, naturalmente.
Il Corriere, comunque, in questa divertente storiella, fece le ovvie correzioni a proprio favore, come ne ha fatte tante nell’autobiografia. Le uniche parole  vere che riporta su quanto detto dal poeta sul coccodrillo  furono: «…Bisognerà aggiungere la dovuta lacrima». Insomma, Montale uomo e poeta, suggeriva di fingere di essere commossi dopo tanto lustro portato dalle parole e dalla sua firma in quelle pagine.
Il 14 settembre del 1981, due giorni dopo la morte di Eusebio avvenuta il 12, Giovanni Spadolini ricostruisce la vita e la storia del poeta nella redazione negli anni Cinquanta, nell’articolo intitolato In quella stanzetta«…Montale era addetto alla terza pagina; ma con funzioni esecutive, di quelle che oggi susciterebbero lo sdegno di qualunque “novizio”. Era incaricato di passare gli articoli, di compilare i titoli, di preparare i tagli necessari per l’impaginazione. Missiroli, che lo stimava molto pure nella diversità dei caratteri e delle culture, gli affidava talvolta qualche incarico più delicato». Ma questo Montale il giorno in cui trovò il suo coccodrillo non poté leggerlo.
Nel cimitero di San Felice a Ema, nei dintorni di Firenze, dopo aver girato rigirato il minuscolo camposanto gli affezionati lettori del poeta – e dell’inseparabile Mosca, che gli ha ronzato intorno per tutta la vita e anche oltre – non riescono a trovare le due tombe. A chi chiede dove…, il custode con la tipica impazienza fiorentina accompagnata da un sorriso indica due semplici loculi dicendo «...eccoli, sono lì, non ci si accorge». Infatti è molto difficile accorgersi di loro, dei due loculi l’uno al fianco dell’altro, come tante persone normali. Due marmi, come tante donne e uomini anonimi, come bisnonni, nonni, di una famiglia assolutamente ordinaria, di tutti i giorni, normale. Una fedeltà assoluta e impassibile verso i vivi, i perduti e i gesti della semplice vita quotidiana. E, come fu motivato il premio Nobel nel 1975, una visione della vita priva di illusioni.
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