Un giovane favoloso

Di John Gray






Il mondo moderno, prodotto dell'incremento della conoscenza, è spinto dalla ricerca della verità: ma questa passione per la verità, suggerisce Leopardi, è un sottoprodotto del Cristianesimo. Prima che il Cristianesimo sconvolgesse e distruggesse gli antichi culti pagani con le sue tesi universalistiche, gli esseri umani riuscivano ad accontentarsi delle loro pratiche e illusioni locali. «L'uomo era più felice prima che dopo il Cristianesimo», scrive Leopardi.




Giacomo Leopardi (1798-1837) è ricordato per versi di straordinaria raffinatezza ispirati a una versione malinconica del Romanticismo e qualche tagliente epigramma sui disagi che si accompagnano alla civiltà. Ma è una visione approssimativa del grande scrittore italiano di inizio Ottocento: la sua sottile sensibilità non si lascia inquadrare nelle categorie intellettuali convenzionali e la reale portata del suo genio sovversivo non ha ancora ricevuto un adeguato riconoscimento.
 
Con sbalorditiva preveggenza, Leopardi diagnosticò la malattia della nostra epoca: una pericolosa intossicazione prodotta dalla conoscenza e dal potere che ci ha fornito la scienza, mescolata all'incapacità di accettare il mondo umanamente insignificante che la scienza ha rivelato. Di fronte al vuoto, l'umanità moderna ha trovato rifugio in schemi di miglioramento del mondo che troppo spesso, come nelle feroci rivoluzioni del XX secolo e nelle non meno feroci guerre umanitarie del XXI, implicano massacri di vastissime proporzioni. Le irrazionalità dei tempi andati sono state rimpiazzate, secondo Leopardi, dalla barbarie della ragione.
 
Nemmeno nel suo Paese natale Leopardi ha ricevuto il riconoscimento che merita come pensatore. Una selezione dei suoi aforismi fu pubblicata poco dopo la sua morte (avvenuta nel 1837 durante un'epidemia di colera a Napoli), ma lo Zibaldone fu pubblicato in versione integrale solo nel 1898, nel centenario della sua nascita. Scritto di nascosto e concepito come una serie di appunti destinati a se stesso, lo Zibaldone ha qualcosa in comune con i Pensieri di Pascal e i diari di Kierkegaard, ma la voce del libro, raffinata, distaccata, sottesa di una reticente passione intellettuale, è inconfondibilmente leopardiana.
 
Trasposto meravigliosamente in inglese da sette traduttori, curato e annotato alla perfezione da Michael Caesar e Franco D'Intino, sotto gli auspici del Leopardi Centre dell'Università di Birmingham, con le sue oltre 2.500 pagine elegantemente stampate su una carta sottile, da edizione della Bibbia, la versione inglese dello Zibaldone non è soltanto un trionfo di perizia accademica, ma un'opera d'arte di cui Leopardi avrebbe potuto andare giustamente fiero.
 
La prima traduzione inglese completa dello Zibaldone è un evento di primaria importanza nella storia delle idee. Con la sua pubblicazione, Leopardi potrà entrare di diritto fra i grandi pensatori che hanno messo in discussione la condizione moderna. Composto originariamente da circa 4.500 pagine scritte a mano, questo enorme testo rappresenta una dissezione metodica dei miti dominanti del nuovo mondo che emergeva intorno al giovane e solitario poeta.
 
Gran parte dello Zibaldone è stata scritta quando Leopardi aveva poco più di vent'anni, nella casa di famiglia a Recanati, cittadina delle Marche arrampicata su una collina, possedimento fra i più tradizionalisti dello Stato Pontificio, dove il padre, grande amante della lettura, vestiva in nero e girava con la spada che simboleggiava il suo status aristocratico. Diventato gobbo per le giornate trascorse rannicchiato nella biblioteca del padre, dove divorava testi antichi e imparava per conto proprio il greco e l'ebraico, Leopardi dedicò gran parte della sua vita al pensiero, alla lettura e alla scrittura. Sfortunato nei suoi rapporti con le donne, ebbe poche storie stabili, se si eccettua una tormentata relazione sentimentale, durata tre anni, con una bella dama fiorentina: più volte ridotto in povertà, trascorse gli ultimi anni nella casa di un caro amico a Napoli.
 
Il fragile e malaticcio poeta di Recanati è stato anche un pensatore di intrepido valore, capace di produrre una delle più spietate critiche degli ideali moderni. Fondamentale è soprattutto il fatto che tale critica nasce da una mente che era la quintessenza della modernità, che guardava nel fondo della civiltà moderna e non ci trovava nient'altro che presunzione e illusione. Antropologo della modernità, Leopardi si teneva al di fuori delle convinzioni della sua era. Non riuscì mai a prendere sul serio la fede nel progresso, l'idea che la civiltà migliori gradualmente nel tempo. Sapeva che le civiltà potevano andare e venire, e che alcune erano migliori di altre: ma non erano tappe di una lunga marcia verso un mondo migliore. «La civiltà moderna non deve esser considerata come una semplice continuazione dell'antica, come un progresso della medesima. ... queste due civiltà, avendo essenziali differenze tra loro, sono, e debbono essere considerate come due civiltà diverse».
 
Le sue simpatie andavano agli antichi

e al loro modo di vivere, più «conducente», secondo lui, all'umana felicità. Il mondo moderno, prodotto dell'incremento della conoscenza, è spinto dalla ricerca della verità: ma questa passione per la verità, suggerisce Leopardi, è un sottoprodotto del Cristianesimo. Prima che il Cristianesimo sconvolgesse e distruggesse gli antichi culti pagani con le sue tesi universalistiche, gli esseri umani riuscivano ad accontentarsi delle loro pratiche e illusioni locali. «L'uomo era più felice prima che dopo il Cristianesimo», scrive Leopardi.
 
Il Cristianesimo fu una reazione contro la corrosione del dubbio, instauratasi anche a causa dell'abitudine alla ricerca scettica inculcata dalla filosofia: «Quello che uccideva il mondo, era la mancanza delle illusioni; il Cristianesimo lo salvò non come verità, ma come una nuova illusione». Questa nuova illusione assunse la forma di una rivendicazione di verità che tutto il mondo doveva accettare: una pretesa sproporzionata che con l'avvento dell'Illuminismo si trasferì sulla scienza, diventata un progetto finalizzato a dissolvere i sogni in cui l'umanità aveva vissuto fin lì.
 
Il risultato è il moderno nichilismo (la percezione che gli esseri umani sono un insignificante accidente del caso in uno schema delle cose che non si cura minimamente di essi o dei loro valori) e una moltitudine di fedi scomposte che promettono qualche tipo di salvezza terrena.
Quando Leopardi descrive il processo paradossale che dall'aspirazione cristiana alla verità è arrivato a produrre il nichilismo, il pensiero va a Nietzsche, e l'impetuoso filosofo tedesco riconosceva questa affinità con il poeta di Recanati. In questo caso e non solo, Nietzsche seguiva una strada aperta da Schopenhauer, che scrisse che era una tragedia che i tre grandi pessimisti mondiali – «Byron, Leopardi e me stesso» – si trovassero in Italia nello stesso periodo, ma non si fossero mai incontrati (non sono sicuro che un incontro fra Leopardi e Schopenhauer sarebbe stato un successo: a differenza del filosofo tedesco, che lamentava la sorte dell'uomo, Leopardi era convinto che la risposta migliore alla vita fosse la risata).
 
Quello che affascinava Schopenhauer, come molti altri scrittori dopo di lui, era l'insistenza di Leopardi sulla necessità dell'uomo di illudersi per essere felice. Matthew Arnold, A. E. Housman, Herman Melville, Thomas Hardy, Fernando Pessoa (che ha scritto una poesia su Leopardi) e Samuel Beckett: tutti sono stati catturati dalla tesi leopardiana, in contrasto sia con il Cristianesimo sia con la scienza moderna, sul bisogno dell'uomo di accettare in qualche modo l'illusione per potersi realizzare. Una variante dello stesso concetto è alla base dell'opera di Wallace Stevens, forse il più grande poeta di lingua inglese del XX secolo, che riteneva che lo scopo della poesia fosse di creare finzioni tali da consentire agli esseri umani di vivere.
 
Diversamente dai filosofi odierni, Leopardi vuole fare qualcosa in più che limitarsi a offrire una giustificazione confortante per le intuizioni di liberali benintenzionati. Esattamente come Nietzsche, anche se in modo molto più sobrio, Leopardi è un contestatore dell'etica moderna: trovava altamente discutibile la sconsiderata certezza morale dei pensatori laici, anche e soprattutto per via dei loro debiti occulti nei confronti del Cristianesimo. In un paradosso di cui era senza dubbio consapevole, questo oppositore dell'ideale illuministico della ragione era sotto molti aspetti un figlio dell'Illuminismo, anche e soprattutto perché aveva in comune con quest'ultimo la diffidenza verso il Cristianesimo.
 
La refrattarietà di Leopardi nei confronti della religione cristiana, tuttavia, non era soltanto, e neanche in prevalenza, un'obiezione intellettuale alle sue pretese teologiche. Era un'obiezione morale, che si applicava in egual misura ai successori laici del Cristianesimo. Leopardi criticava il Cristianesimo non perché lo ritenesse falso (accettava l'idea che gli esseri umani non possono vivere senza illusioni), ma perché riteneva che l'asserzione militante della sua verità fosse nociva per la civiltà. L'universalismo di cui il Cristianesimo e le sue propaggini umanistiche andavano tanto fieri per Leopardi era una licenza senza limiti per ferocia e oppressione.
 
Leopardi affermava con forza la costanza della natura umana e l'esistenza di un bene e di un male valido per tutti gli esseri umani. Non era in alcun modo un propugnatore del relativismo morale. Ciò che rigettava era la presunzione moderna che punta a convertire questi valori spesso in contrasto fra loro in un sistema di principi universali, che non coglie le contraddizioni irrisolvibili delle umane necessità. «Non ha considerato menomamente il cuore umano», scrive, «chi non sa di quante illusioni egli sia capace, quando anche contrastino ai suoi interessi, e come egli ami spessissimo quello stesso che gli pregiudica visibilmente». I razionalisti moderni si credono immuni a questa umanissima necessità di illusione, ma in realtà ne fanno pieno sfoggio.
 
Valutando l'impatto del Cristianesimo sul mondo antico, Leopardi osserva che tanto più si prendono principi universali come base per l'agire, «tanto peggiori realmente sono i popoli e i secoli». La «scelleratezza» dei cristiani nel Medioevo era «molto differente e più orribile di quella dell'età antiche anche più barbare». Molto prima delle atrocità dell'era moderna, Leopardi percepiva che questi crimini, come quelli dei cristiani del Medioevo, promanavano dalle convinzioni e non dalle passioni.
 
Dall'imperialismo di fine Ottocento al comunismo e alle incessanti guerre lanciate nella nostra epoca sotto il radioso stendardo della democrazia e dei diritti umani, le violenze più barbare sono state propagandate come strumenti razionali per giungere a un livello di civiltà più alto. Perfino i nazisti erano convinti che i loro crimini possedessero una base razionale: il genocidio e l'eugenetica avrebbero portato a un essere umano superiore a tutti quelli esistiti prima. La barbarie della ragione è il tentativo di ordinare il mondo secondo un modello più razionale.
 
Ma gli evangelisti della ragione sono guidati (più di quanto si rendano conto), dalla fede, e il risultato dei loro sforzi per imporre al mondo i loro semplicistici progetti è stato accrescere a dismisura i mali a cui la vita umana è naturalmente incline. Qualcuno potrà trovare Leopardi insoddisfacente, perché non propone nessun rimedio ai mali moderni, ma per quanto mi riguarda parte del suo fascino viene dal fatto di non avere nessun vangelo da proporci. Il movimento romantico si rifugiava in visioni di armonia naturale per sfuggire alle imperfezioni della civiltà.
 
Con la sua intelligenza più penetrante, Leopardi capì che poiché gli esseri umani sono generati attraverso processi naturali, le loro civiltà sono affette dallo stesso, sgangherato disordine del mondo naturale. Cresciuto dal padre come buon cattolico, il grande poeta di Recanati diventò un ateo risoluto, che ammirava l'antica religione pagana; ma non essendo possibile tornare alle più benevole fedi dei tempi antichi, guardava benignamente al Cristianesimo dei suoi giorni, vedendolo come il minore fra tanti mali: «Non v'è che la Religione (assai più favorita e provata dalla natura che dalla ragione) la quale puntelli il misero e crollante edifizio della presente vita umana».
 
Avendo capito che la mente umana può decadere anche se la conoscenza umana progredisce, Leopardi non sarebbe stato sorpreso dalla stupefacente vacuità e banalità dei dibattiti correnti su fede e non fede. Accettava il fatto che non esiste rimedio per l'ignoranza di coloro che si credono incarnazioni della ragione. I razionalisti evangelici di oggi sono molto indietro rispetto alla comprensione del mondo umano che aveva raggiunto Leopardi nei primi decenni del XIX secolo. Eppure è difficile immaginare che potesse sentirsi affranto per questo. A Napoli, sul letto di morte, mentre dettava tranquillamente i versi conclusivi di una delle sue poesie più belle, Il tramonto della luna, sembra giudicasse completa la sua breve esistenza. Alla luce di questo magnifico volume, possiamo dire che non si sbagliava.
(Traduzione di Fabio Galimberti. Articolo inizialmente pubblicato da «New Statesman» e ripreso da «Domenica» del Sole 24 Ore)


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