Le chiavi di casa Einstein

Einstein sotto il portico della sua casa di Princeton.

Einstein sotto il portico della sua casa di Princeton.





Nell’estate del 2004 mi trovavo a Concord. Quell’anno ricorreva il 150° anniversario della pubblicazione di Walden, e una schiera di Thoreauviani, giunti da ogni parte del mondo, si era data convegno sulle rive boscose del lago Walden per leggere integralmente e ad alta voce il capolavoro di Thoreau…
A Concord ero ospite di una eccentrica coppia di anziani, anche loro membri della Thoreau Society. La loro splendida casa – per inciso costruita nel 1846, l’anno che vide Thoreau dietro le sbarre per una notte – si trovava un po’ fuori dal centro abitato, oltre il fiume e l’Hunt’s Bridge, ma Bill e Peggy furono così gentili da mettermi a disposizione una vecchia bicicletta da corsa per tutti i miei spostamenti.
 
Con l’aiuto di Bill, abilissimo manualmente, in quattro e quattr’otto rimisi in sesto la malconcia Fuji e per una decina di giorni ripercorsi ogni angolo di quella terra a me così cara e familiare, dov’ero stato anni addietro con mio fratello. La riparazione era avvenuta in un’ala aggiunta della casa che scoprii essere il workshop di Bill: una vera e propria officina di falegnameria, dotata di ogni macchinario e piena di utensili, dove regnavano un ordine certosino e una quiete odorosa di trucioli…
 
L’unica volta che ebbi il privilegio di poter ascoltare, a macchine spente, un intero discorso composto da più frasi correlate tra loro, fu quando Bill mi raccontò di un illuminante incontro che ebbe con Albert Einstein. Era avvenuto questo. Sulla porta della falegnameria era appeso, da chissà quanti anni, un vecchio calendario della Thoreau Society. Ogni mese del calendario era illustrato da una foto d’autore che ritraeva il paesaggio di Concord nelle diverse stagioni e a ciascuna immagine era associata una frase celebre di Thoreau, per lo più tratta da Walden
 
Ma la frase più bella che campeggiava sulla pagina in bella vista sulla porta era questa: «Piuttosto che amore, denaro o fama, datemi la verità». Quelle parole s’incontrano nell’ultimo capitolo del libro, e le conoscevo bene… Quando espressi la mia calda approvazione per quella scelta, il volto di Bill, normalmente teso nella concentrazione, si distese in un largo sorriso; poi, ritornando serio, recitò: «Dite quello che volete, non quello che dovreste. Qualsiasi verità è meglio dell’inganno». Anche quelle parole venivano dal capitolo conclusivo di Walden
 
L’incontro con Albert Einstein
Nei primi anni Cinquanta, per poter completare i suoi studi, Bill si era dovuto trasferire nel New Jersey, dove viveva un suo zio facoltoso che si era generosamente offerto di pagargli le rette dell’Università di Princenton, già frequentata da suo cugino Richard. Di un paio d’anni più grande di lui, figlio unico, parecchio viziato, Rick era il tipico «bello e dannato». Intellettualmente vivace ma privo di metodo, fisicamente attraente e conscio del proprio fascino, Rick era sempre attorniato da amici e spesso da belle ragazze, che lo osannavano, ma per sua disgrazia era anche dotato di un mediocre talento artistico – «Scribacchiava poesia alla Rimbaud e “dipingeva” alla Pollock…» – che non faceva che stimolare l’ipertrofia del suo ego e rendere del tutto legittimo, ai propri occhi, quel suo atteggiamento artatamente scettico, disincantato e superbo che ostentava in presenza di qualsiasi fatto o questione che non richiedesse o non prevedesse affatto una sua opinione …
 
Eppure, a posteriori, Bill dovette proprio ringraziare l’egocentrismo di suo cugino: se non fosse stato per la sua impudenza, che non si degnò di moderare neppure al cospetto di un genio universalmente consacrato, non sarebbe avvenuto quello che invece accadde – cambiando per sempre il modo di pensare di Bill.
Un giorno, Bill, Rick e una studentessa che s’era presa una mezza cotta per lui, mentre passeggiavano per il campus di Princenton, si imbatterono in una coppia di anziani che camminavano a passi lenti davanti a loro e discutevano con una certa animosità. Quando gli si affiancarono, videro che uno dei due signori era il professor Einstein. Questi , a sua volta, gettando un’occhiata ai tre giovani, si accorse subito di conoscere la ragazza che stava insieme a loro e, fermatosi, la salutò con affetto chiamandola per nome. Bill e Rick ammutolirono, rigidi come statue di sale. Espletate le presentazioni del caso, venne fuori che i nonni della ragazza erano vicini di casa degli Einstein, e che il professore il professore la conosceva fin da quando era una bambina.
 
Einstein le chiese notizie della sua famiglia, si informò paternamente sull’andamento dei suoi studi, e altre cose del genere, alle quali la ragazza rispondeva con altrettanta cortesia r disinvoltura. Andarono avanti così per un po’, fino a quando la ragazza, di sfuggita, disse a Einstein che aveva da poco finito di rileggere un suo vecchio libro, Come io vedo il mondo.
«Ah sì, lo hai persino riletto? E cosa ne pensi?», le domandò lo scienziato.
«Be’», rispose lei arrossendo, «a parte le pagine con le formule matematiche, che purtroppo non capisco, tutto il resto mi sembra che sia… Voglio dire, tutte le cose che lei dice in quel libro sono cose importantissime, e davvero giuste, che riguardano tutti noi… E io le condivido pienamente, dalla prima all’ultima.»
«Per esempio?», la incalzò. «Ti viene in mente qualcosa in particolare?»
«Sì, per esempio tutto il discorso su religione e scienza… sulla religione cosmica, come lei la definisce… È senz’altro la parte che mi è piaciuta di più.»
 
Lo scienziato annuì, lisciandosi i baffi bianchi.
«E poi», riprese la ragazza, «c’è quel passo stupendo… in cui dice che gli ideali che hanno illuminato la sua strada e le hanno sempre dato coraggio sono stati il bene, la bellezza e la verità… Sono parole che mi emozionano molto.»
«Forse è perché ti ci riconosci anche tu», disse Einstein.
«Sì, penso di sì. Anch’io credo in quei valori.»
«E se fossi obbligata a scegliere, quale sei tre metteresti al primo posto?»
La ragazza indugiò. «Il bene?»
«Quasi esatto», disse Einstein. «La scelta giusta sarebbe porre al primo posto la verità. E sai perché» La ragazza scosse la testa. «Perché se ami la verità, conoscerai anche il bene e ,ne scoprirai la bellezza, mentre se ami solo il bene o la bellezza, potresti non conoscere la verità.»
 
«Mi scusi, professore», intervenne Rick, «ma come fa a dire una cosa del genere? Si rende conto che lei sta affermando che la verità è una? Proprio lei, che è famoso per la teoria della relatività! Quella, semmai, è la sua verità, ma non certo la verità! Oltretutto», rincarò spavaldo, «il suo libro non s’intitola Come io vedo il mondo?».
Einstein lo fissò coi suoi bonari occhi acquosi. «Tu credi davvero in quello che stai dicendo?»
«Ma che domanda! Certo che ci credo, mica parlo a vanvera!»
«Io dico che invece non ci credi veramente», disse calmo lo scienziato, «ma dici certe cose solo perchè hai paura della verità, come del resto la maggioranza degli uomini, che si rifugiano nei luoghi comuni e seguono come pecore le idee che gli fanno più comodo.»
«Mi delude proprio , professore», disse Rick. «Non la facevo così arrogante.»
«Al mio paese la chiamano “l’arroganza di chi ha ragione”.»
«Appunto! E cosa le fa pensare di avere ragione? Perché mai non dovrei credere veramente in quello che ho detto?»
 
«Perché ciò che un uomo crede davvero è ciò in base a cui sarebbe pronto ad agire e ciò per cui sarebbe disposto a rischiare molto», rispose Einstein.
«E con ciò, cosa vorrebbe insinuare? Che sono un vigliacco?»
«Sto solo dicendo che ho valide ragioni di dubitare che tu saresti disposto ad assumerti la responsabilità di quello che hai detto, perché ciò che hai detto non lo penso veramente, e tanto meno ci credi, ma lo hai solo preso in prestito dalla cassa continua dei luoghi comuni, dei pensieri a buon mercato, e tanto per iniziare faresti bene ad ammettere questo fatto a te stesso, per non vivere più nella falsità e nell’inganno.»
«Ma che razza di presuntuoso è lei?», sbottò Rick.
«Presuntuoso?» Einstein finse di rifletterci su. «Evidentemente ignori il significato di quella parola, oppure lo confondi con un’altra: forse volevi dire che sono antipatico, molesto, fastidioso e via dicendo, e allora potrei darti ragione, perché chi dice il vero risulta sempre, agli occhi di chi lo teme, una persona  antipatica, sgradevole e fastidiosa. Se ancora non te ne fossi accorto», gli spiegò, «io non sto affatto improvvisando, come fai tu, ma d so perfettamente sia quello che affermo, sia dove tutto ciò porterà.»
 
«E questa non la chiama presunzione?»
«Si chiama verità», replicò serafico, «quella stessa verità che a te spaventa  a morte, al punto da scacciarla via in tutti i modi. Se non ti stessi dicendo il vero, ma lo stessi solo presumendo, non solo non potrei dartene una dimostrazione, ma soprattutto non mi permetterei mai di dirtelo, proprio perché non  sono né un presuntuoso né una persona che non si assume la responsabilità di quello che dice o che fa.»
«E allora ci faccia l’onore di questa dimostrazione scientifica!», disse Rick spazientito, incrociando le braccia al petto e indietreggiando di un passo, come è solito fare chi si pente immediatamente di quello che ha detto.
Einstein si mise una mano in tasca e ne trasse fuori un mazzo di chiavi.
 
«Sai dirmi cosa sono queste?»
«Delle chiavi.»
«E sai dirmi a cosa servono?»
«Ad aprire e chiudere delle serrature.»
«Benissimo, allora saprai anche dirmi quali serrature aprono e chiudono queste chiavi che ho in mano.»
«Mi prende in giro?»
«Be’, in un certo senso sì», sorrise Einstein, «anche s e in questo caso non te la puoi prendere con me, dato che io sto semplicemente applicando il tuo modo di pensare, che infatti è insensato e ridicolo. Hai capito adesso?»
«Lei continua solo a offendere», disse Rick indignato, «ma non mi ha ancora fornito alcuna spiegazione, men che meno una dimostrazione. Come poteri aver capito?»
 
«Quindi mi stai dicendo che hai bisogno che io ti spieghi il tuo modo di pensare?». Lo scienziato era sempre più divertito. «E neppure quest’altro fatto ti basta come dimostrazione  di ciò che ho affermato fin dall’inizio, e cioè che quelle cose che hai detto sulla verità non le pensi veramente e tanto meno ci credi, ma le dici solo per tuo comodo? Se infatti fosse veramente il tuo pensiero, e se tu ci credessi davvero, dovresti addirittura essere tu in grado di spiegarlo a me, e invece mi stai praticamente dicendo che neanche tu stesso lo capisci! Certo, ragazzo mio, che hai una fantastica confusione nella testa…»
Einstein fece per salutare i ragazzi, ritendendo sufficiente il suo intervento. «Eh no», obiettò Rick, parandoglisi davanti, «è lei ad avermi confuso con quelle benedette chiavi! Non può andarsene così, non è leale da parte sua.»
Einstein lo guardò con compassione. «Se me ne vado, è solo perché voglio risparmiarti un’umiliazione. Te l’ho già detto: io so perfettamente sia quello che affermo, sia dove tutto ciò porterà. O non ti fidi neppure di me?»
«Io non mi fido di nessuno.»
«Un lieve sospetto, in effetti, m’era venuto», disse ironico. «Ma se fossi in te, non me ne farei un vanto.» E fece di nuovo per andare via.
 
«lei ha detto di essere una persona che si assume la responsabilità di ciò che dice o che fa», riprese il ragazzo con foga, «e perciò non se ne può andar via senza avermi spiegato la faccenda delle chiavi…È stato lei a tirarla in ballo, e adesso se ne deve assumere la responsabilità»
«Se proprio insisti, d’accordo», replicò Einstein con calcolata arrendevolezza, mostrando di nuovo le chiavi a Rick. «La questione è semplice: tu sostieni che non esiste la verità,  il che significa che ognuno può dire la sua verità riguardo a queste chiavi, cioè può arbitrariamente assegnare ad esse una qualunque serratura, non importa precisamente quale, tanto una vale l’altra, giusto? Bene, eccoti le chiavi», e gliele mise in mano, «e adesso fammi vedere come aprono una serratura qualunque. Datti da fare, ragazzo.»
Rick, ovviamente, se ne restò lì, impalato, come un baccalà, ma per la prima volta ebbe quantomeno il buon senso di tacere e non osare controbattere: forse aveva capito.
«Come vedi», concluse Einstein, «non sei stato pronto ad agire, né ad assumerti il rischi di ciò che sostieni, e quando un uomo non è disposto a rischiare per le proprie idee, le cose sono due: o non vale niente lui, o non valgono niente le sue idee. O entrambe le cose, come molte volte si viene a scoprire.»
 
Facendosi restituire le chiavi, si rivolse infine anche a Bill e alla studentessa: «Molti scienziati eminenti, grandi filosofi, scrittori, poeti e saggi di ogni epoca hanno cercato di dare una definizione della verità, e molti di loro ci sono riusciti anche assai bene, usando poche  e semplici parole, e dicendo, per esempio, che la verità è la corrispondenza di un’affermazione con i fatti, o che la verità è la più alta congruenza possibile, o che l’indipendenza della verità, ossia il fatto che essa non è soggettiva, è provata dal fatto che se un’affermazione è vera, questa lo farebbe anche nel caso in cui non ci credessimo, o fingessimo di non crederci… Come nel caso del nostro Rick», e gli mise affettuosamente un amano sulla spalla, «che a questo punto sarà senz’altro curioso, anzi pretenderà, di conoscere la verità di queste chiavi, dico bene?». Rick finalmente si rilassò e, annuendo, sorrise come non aveva mai sorriso.
 
«Se non esistesse la verità», disse Einstein «queste chiavi mi servirebbero a ben poco: tutt’al più ci potrei giocherellare. Ma grazie a Dio la verità esiste ed è tale che, una volta che l’abbiamo conosciuta, non si può essere ciechi rispetto al fatto di conoscerla. Dunque noi possiamo sapere quando raggiungiamo la verità, perché la verità, come amo dire, è ciò che sopporta la verifica dell’esperienza. E la verità di queste chiavi, da me verificata attraverso numerose esperienze, è che aprono la porta di casa mia, sulla qual cosa sono pronto e disposto a scommetterci la testa… Sperando che mia moglie, nel frattempo, non abbia fatto cambiare la serratura.»
Sintesi del capitolo La verità in tasca, tratto dall'introduzione al volume La semplice verità, I diari inediti di R.W. Emerson ed H.D. Thoreau, a cura di Stefano Paolucci.