Salgari, il Corsaro di Negrar

di Francesco Panaro Matarrese






Si sbarbò, con la pomata dette forma a punta all’insù ai baffi, poi entrò in una nuvola di acqua di colonia e si vestì di scuro. Infine, non facendosi accorgere nemmeno da sé stesso fece scivolare in tasca il rasoio. Abbracciò affettuosamente i suoi quattro figli e uscì di casa sereno, cappello, bastone, catenella pendente ad U dell’orologio da tasca, nella Torino spazzata dal vento sottile delle Alpi di quel martedì 25 aprile del 1911, da pochi giorni era trascorsa Pasqua. Schivando la frenesia della città per i preparativi dell’Esposizione Universale, Emilio Carlo Giuseppe Maria, per tutti Emilio Salgàri, si allontanò dalla sua casa di corso Casale per avviarsi verso la collina.

La più strepitosa macchina dell’immaginazione è il libro. Ed Emilio lo sapeva. Aveva anticipato il libro-film.  La parte necessaria la fa lo scrittore, ma quella determinante spetta al lettore, con la tenue luce che dal comodino si irradia per pochi centimetri, quelli necessari per arrivare alla pagina giallastra del libro. La fantasia finale, le connessioni, le scene, le facce, i corpi abbozzati nel romanzo dallo scrittore li completa il lettore con la sua immaginazione. E’ così, ognuno costruisce la stesura definitiva che lo scrittore aveva abbozzato.

In poco tempo, oggi, l’immaginazione del lettore sarà presto cancellata con l’Ipad: le parole alternate dai link cliccabili che mostrano le immagini di un brano di film o di documentario che le parole non riescono ad accendere nella fantasia del lettore di oggi.

Salgàri era abilissimo a provocare le scintille nell’immaginazione del lettore. Lui che era cresciuto nelle campagne di Negrar, in Valpolicella, vicino Verona, e terminava la sua vita a Torino, non aveva mai visto i luoghi dei suoi innumerevoli romanzi e novelle nonostante le sue avventure scritte fossero dense di particolari, di luoghi, di persone, di fatti. E come tutti i buoni scrittori il padre di Sandokan, di Yanez de Gomera, del Corsaro nero quella mattina decise di riscrivere, come aveva tentato di fare un’altra volta, la parte finale dell'avventura.

La moglie Ida era stata da poco rinchiusa in manicomio, ed Emilio non riusciva a darsi pace perché non era riuscito a salvarla da quella bruttura. Casa Salgàri versava in povertà. Uno scrittore spremuto, sfruttato a pochi soldi dagli editori Donath e Bemporad, per fare solo due nomi. Ogni giorno doveva scrivere almeno tre pagine per poter mantenere la famiglia vicino al grado di povertà. Un forzato della scrittura. I contratti gli obbligavano la produzione di tre titoli l’anno. E dalla finestra del suo studio il Corsaro di Negrar, guardando il tranquillo fiume Po scorrere, agitava le pagine dei suoi romanzi con le avventure nei mari asiatici. Sostenuto da cento sigarette al giorno e dal vino marsala.

Dal bosco val San Martino Emilio arrivò al bosco Rey. Qui cercò un’ansa coperta di foglie secche, posò il bastone, si tolse il cappello, poi la cravatta e infine la giacca che piegò con precisione. Si aggomitolò lì e con il rasoio iniziò a colpirsi in varie parti del corpo. Al viso, alla gola, all’addome. Toccò alla giovane lavandaia Luigia Quirico scoprire quel corpo finito alle sei di sera.
L’autopsia – eseguita dal genero di Cesare Lombroso, il chirurgo Mario Carrara – avvenne davanti agli occhi di numerosi studenti di medicina e dello scrittore Salvator Gotta. «Ci si aspettava un eroe bello, come l’educatore dei “nostri sogni giovanili”  – scrisse il giovane Gotta – invece lo vedemmo nudo, sanguinolento, vecchio, miserabile. (…). È stato questo il contrasto, l’angoscia che ho provato nella mia vita, forse anche lo spavento più forte poiché mi accingevo a scrivere libri».

Quella mattina in una lettera ai figli Omar, Nadir, Romero e Fatima aveva scritto:
«Sono un vinto: non vi lascio che 150 lire, più un credito di altre 600 che incasserete dalla signora...». Ai suoi editori invece d’imperio scrisse: «A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna». Le parole di Salgàri, lo scrittore anticolonialista, l’uomo che ha insegnato ad intere generazioni a non essere razzisti, caddero miseramente nell’oblio.