La verità, vi scongiuro, sull’amore

di Fausto Pellecchia







Le odierne rubriche di corrispondenze sentimentali offrono un vasto campionario di storie di amori impossibili o di  passioni effimere, di cuori infranti e di delusioni cocenti: lettere in cui sempre ritornano gli irrisolti misteri dell’innamoramento, i vani interrogativi che oscillano tra sorpresa e rassegnazione: “Ma guarda di chi mi dovevo innamorare! Perché proprio lei, perché proprio lui?”. Questioni che i filosofi, in genere, considerano irrilevanti e indegne di una seria trattazione, delegandone volentieri il commento all’estro dei poeti e degli artisti.

Un grande filosofo come Arthur Schopenhauer, che per primo ha voluto rimediare a questa tradizionale negligenza, comincia il suo capitolo sulla Metafisica dell’amore sessuale* segnalando l’incontestabile centralità di un tema per il quale sono stati versati fiumi di lacrime e di sangue, ma anche d’inchiostro – dal momento che ha ispirato e coinvolto tanto i più grandi poeti dell’umanità di tutti i tempi, quanto i più scialbi narratori di romanzi rosa – fino a inondare i diari, gli epistolari e l’esperienza stessa, a volte tragica, ma a volte giocosa e faceta, dei più anonimi personaggi delle cronache quotidiane.

La verità, vi prego, sull’amore…
A partire da questi dati empirici, “non si può dubitare della realtà né dell’importanza della cosa, e si dovrebbe quindi, invece di meravigliarsi che anche un filosofo faccia una buona volta suo questo tema costante di tutti i poeti, meravigliarsi piuttosto che una cosa che ha sempre una parte così importante nella vita umana, non sia stata quasi affatto presa in considerazione finora dai filosofi e giaccia come una materia non elaborata” (p. 550). Perciò nel rivendicare la radicalità “materialistica” della sua concezione metafisica dell’amore – in profonda coerenza con le linee fondamentali de Il Mondo e molto prima di Darwin o di Freud – Schopenhauer è ben consapevole di battere una strada nuova e impervia, che scandalizzerà innanzitutto proprio coloro che “sono dominati da questa passione, e perciò cercano di esprimere i loro esuberanti sentimenti nelle immagini più eteree e sublimi”.

Eppure, prosegue il nostro filosofo, “ogni innamoramento, per quanto etereo voglia anche apparire, è radicato soltanto nell’istinto sessuale, anzi è in tutto e per tutto soltanto un impulso sessuale determinato e specializzato in modo prossimo ed individualizzato nel senso più rigoroso” (p. 550). Questo istinto biologico, nella sua ineluttabile fisicità, accenna  alla profonda radice meta-fisica di ogni slancio amoroso: attraverso gli allettamenti dell’istinto sessuale, in forza del quale il più intenso godimento raggiungibile da un individuo coincide con l’atto della generazione o della riproduzione,  la Volontà-di-vita, “il genio della specie”, si attesta come l’oscuro dominus dei desideri che agitano la sfera  più intima di ogni vivente.

Perciò le eteree lusinghe e i dolci inganni della rappresentazione, nei quali si sublima l’impulso della Volontà-di-vita non sono che un’esca della natura per indurci alla auto-propagazione nelle migliori condizioni obiettive per la riproduzione della nostra specie. Come dire che un’anonima, irresistibile Volontà – che oltrepassa e trascende l’effimera esistenza del singolo vivente – ci ha programmato per farci innamorare di qualcuno di cui immaginiamo, inconsapevolmente, che saprebbe darci i figli potenzialmente più sani e più adattivi.   Nella sua essenza, l’amore è dunque oggettivamente meditatio compositionis genenerationis futurae, e qua iterum pendent innumerae generationes. La struggente attrazione che avvince gli innamorati non è che l’embrionale “volontà di vita del nuovo individuo che essi possono e vogliono generare”, attiva e virtualmente presente già “nell’incrociarsi dei loro sguardi desiosi” (p. 567).

In questo senso, gli amanti sono solo veicoli e docili strumenti, quasi “zimbelli” della specie (p. 558),  attraverso  i quali si propaga la Volontà-di-vita. Ma, poiché è essenziale al loro attivarsi la rappresentazione di scopi egoistici, dai quali ciascun individuo possa ripromettersi la più grande soddisfazione,  l’interesse oggettivo della Natura alla generazione deve manifestarsi soggettivamente nelle forme di una prepotente brama egoistica.

La natura dell’istinto sessuale, perciò, coincide con quella  “certa illusione in grazia della quale [all’individuo] appare come un bene per lui stesso ciò che in verità è un bene solo per la specie, così che egli serve questa, mentre si illude di servire se stesso; nel quale processo una semplice chimera che rapidamente sparisce, ondeggia innanzi a lui e gli si offre come motivo al posto di una realtà” (p. 556). Neppure la pratica delle precauzioni anticoncezionali costituisce per Schopenhauer una seria obiezione a questa tesi. Appartiene infatti all’illusione immanente alla forza dell’istinto, che l’individuo creda di adoperare ogni mezzo per conseguire esclusivamente il suo godimento; sicché, per effetto di questa medesima illusione, spesso “schiva e vorrebbe impedire il fine che solo lo guida, la generazione: come accade in tutte le relazioni amorose non coniugali” (p. 558)

Je t’aime, moi non plus…
Ma, ahinoi, il padre o la madre dei nascituri  non corrisponde quasi mai all’anima gemella delle loro rispettive rappresentazioni (anche se, accecati dall’istinto sessuale, si rifiuteranno di ammetterlo). “Solo per un caso rarissimo capita che la convenienza e la passione vadano a braccetto” conclude il filosofo. Il partner, che eviterà di trasmettere alla nostra discendenza un “naso ricurvo”, un “mento rientrante” o un carattere insopportabile, assai raramente è quello che ci renderà felici per tutta la vita.

L’amore ci inganna spingendoci a congiungere e a confondere due progetti di vita radicalmente differenti, che sono, da un lato, il  pieno soddisfacimento  del nostro personale desiderio e, dall’altro, il parto di un figlio  voluto dal “genio della specie” come il più conforme al suo “tipo normale”.  Giacché è solo l’oggettiva proporzione  tra il grado di ‘virilità’ di lui e il grado della femminilità di lei, richiesta dalla finalità procreativa dell’istinto sessuale, il fondamento inconsapevole della passione amorosa : “Mentre dunque gli innamorati parlano pateticamente dell’armonia delle loro anime, il nocciolo  della cosa è invece la concordanza […] necessaria alla perfezione dell’essere da generare, e vi è evidentemente assai più forza in essa che nell’armonia delle loro anime – la quale spesso, non molto dopo le nozze, si risolve in una stridente disarmonia.” (p. 564).

Non c’è dunque nulla di sorprendente se tanti individui apparentemente incompatibili e con caratteristiche spirituali oggettivamente opposte, si attraggano invincibilmente: “l’amore si trova spesso in contrasto […] con la propria individualità, riversandosi su persone le quali, astraendo dai rapporti sessuali, sarebbero per l’amante odiose, spregevoli, perfino repellenti.. Ma la volontà della specie è tanto più potente di quella dell’individuo che l’amante chiude gli occhi su tutte quelle qualità per lui ripugnanti;  trascura tutto, disconosce tutto e si unisce per sempre con l’oggetto della sua passione: tanto lo acceca quella passione, la quale, appena la volontà della specie è stata adempiuta, sparisce e lascia un’odiosa compagna di vita” (p. 573).
 
È in questo contesto che Schopenhauer sviluppa la dimensione tragica dell’imperativo biologico della propagazione. Tutte le molteplici forme dell’amore, dal più effimero al più passionale, corrispondono ai gradi di intensità di una medesima pulsione che  domina dall’interno ogni individuo, inducendolo, nelle varie circostanze in cui si sviluppa, a sacrificare, al di là di ogni calcolo di convenienza e di ogni motivazione razionale, “la felicità della propria vita, con lo stolto matrimonio o con intrighi amorosi, che costano danaro, onore e vita, portandolo perfino a delitti…” (p. 557), o, spingendolo, in caso di insuccesso, al suicidio o alla follia (p. 573).  Di qui prende origine la cura e la sollecitudine inconscia con le quali ogni amante seleziona il suo partner,  sospinto da un’inclinazione che si  individualizza nella scelta del suo oggetto in base ad  una naturale complementarità  in grado di compensare le loro unilateralità fisiologiche e/o caratteriali. A ciò si richiede “qualche cosa che si può esprimere solo con una metafora chimica; le due persone si debbono neutralizzare l’una con l’altra, come l’acido e l’alcale in un sale” (p. 564).

La scienza odierna sembra confermare la prospettiva naturalistica che Schopenhauer ha precorso. In effetti, non mancano scienziati che considerano l’amore come un fatto neuro-biologico, riconducibile a fenomeni osservabili negli emisferi cerebrali ecc. La cosa è, in verità, più complessa. Il  genio di Schopenhauer consiste nel sottolineare la dimensione propriamente  tragica dell’ “imperativo biologico”; non siamo semplicemente determinati da fattori biologici, piuttosto siamo invariabilmente esposti  all’urto  della natura con i tratti peculiari della nostra umanità e razionalità. In questo senso, Schopenhauer si iscrive nella discendenza di Platone e dei filosofi dell’antichità che , al di là della pressione che la natura esercita su di noi, cercano di indicare la porta stretta di una nuova saggezza.
 
Consolazioni filosofiche:  rimedio per cuori infranti
Secondo Schopenhauer, è proprio la lettura dei romanzi, della poesia e delle opere filosofiche che può affrancarci dai funesti imperativi del voler-vivere. Attraverso la mediazione delle parole, dei suoni e dell’immagine, l’arte e la filosofia ci danno una versione oggettivata delle nostre sofferenze e dei nostri conflitti interiori. Confrontandoci con la nostra condizione esistenziale, le opere d’arte e le riflessioni filosofiche ci aiutano ad adeguarci ad essa. Ciascuno a suo modo, l’artista e il filosofo ci insegnano così a trasformare la nostra pena in sapere.

Se dunque Schopenhauer ci rivela il lato oscuro dell’amore, non è per abbatterci o per deprimerci, ma per liberarci delle illusioni e dagli inganni a cui siamo naturalmente esposti. Chi ha il cuore infranto dalle pene d’amore, può dunque consolarsi: ogni rottura esprime anch’essa una legge di natura che bisogna rispettare, come si rispetterebbe un terremoto o un’eruzione vulcanica: un evento terribile ma più forte di noi. Consoliamoci con l’idea che “un’avversione reciproca tra un uomo e una ragazza è la prova che da essi sarebbe nato un essere malformato, disarmonico e sgraziato”.

Forse avremmo trovato una forma di pienezza nelle braccia dell’essere amato, ma la natura ha deciso diversamente, ecco tutto – ragione per abbandonare la presa e per sciogliersi dall’incantesimo dell’amore.
Il  pessimismo di Schopenhauer, così profondo ed elegante da giustificarne la fama di icona del male di vivere, si rivela particolarmente salutare in un’ epoca sdolcinata e falsamente spumeggiante come la nostra. Qualche pagina di Schopenhauer ed eccoci convinti che la sventura è nell’ordine delle cose.

Del resto, nella misura in cui gli umoristi spesso costeggiano la tristezza, Schopenhauer non manca di umorismo, ed è anzi uno dei filosofi più bizzarri e spiritosi: ci autorizza ad accarezzare i pensieri più misantropi, oggettivandoli come abitudini etologiche della nostra specie. Sotto la sua guida, non siamo più obbligati a pensare il bene del nostro vicino, né ad attraversare l’esistenza in uno stato di felice idiozia.

Egli conferma e oltrepassa anche i nostri più funesti presentimenti: senza negare la gravità dolorosa degli eventi che angustiano  la nostra esistenza, egli ci ricorda che – contrariamente a ciò che le nostre illusioni naturali ci inducono a pensare – essi sono maledettamente banali e, se osservati con il necessario disincanto, persino comici. Ma, ancora una volta, Schopenhauer non è mosso dal gusto sadico di deprimerci o di abbatterci, ma intende farci misurare l’arroganza delle nostre sconsiderate e puerili pretese alla felicità. Se ne raccomanda perciò la lettura ad ogni persona che si trovi in una situazione di emergenza affettiva. Dopo una delusione d’amore, ad esempio, non è forse consolante dirsi che, in ogni modo, la felicità non era prevedibile,  non faceva parte del piano?

*Le citazioni nel testo, contrassegnate dal numero di pagina, sono tratte da Metafisica dell’amore sessuale in Supplementi al “Mondo”, vol. II, cap. 44, ed. Laterza, Bari-Roma, 1986, pp.548-585


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